Famiglia & Minori

Dieci anni per niente

Legambiente denuncia: nonostante una legge abbia stanziato più fondi che per il Giubileo, il dissesto continua. E i finanziamenti impiegati sono solo il 6% del totale. Il resto? Dopo il 2000

di Gabriella Meroni

Il 28 luglio 1987, esattamente dieci anni fa, una frana di 40 milioni di metri cubi di roccia e fango seppellì la Valtellina. In 23 secondi, alle 7.22 di mattina, scomparve un intero paese, S. Antonio Morignone, spazzato via dall’onda d’urto che la frana – volando giù con un salto di 1200 metri – provocò rovinando a valle. Le vittime di quel mattino furono 29; al posto del paese, si formò un lago lungo circa 2 chilometri. Oggi, dieci anni dopo, chi risale in Valtellina potrebbe pensare che l’emergenza non sia finita. Tra massi e argini artificiali, briglie di contenimento e contrafforti, costruiti per minimizzare i rischi di una nuova alluvione, l’Adda non passa più. Il fiume scorre in enormi tubi scavati nella montagna, mentre sulle teste degli abitanti incombe lo scheletro di un altissimo viadotto (in costruzione) che formerà l’ultimo tratto della nuova superstrada. Cantieri che costringono a chiedersi cosa si è fatto per ristabilire l’equilibrio ambientale dell’alta Valtellina, se poi alle prime piogge (è accaduto anche un mese fa) la Protezione Civile allerta la popolazione sui rischi di nuovi smottamenti. A questa domanda ha risposto nei giorni scorsi un dossier curato da Legambiente, in cui vengono elencate le inadempienze di una legge (la 102 del ’90) creata per risanare l’economia e l’assetto idrogeologico della zona, e che invece è riuscita a realizzare opere soltanto per il 6% degli stanziamenti. Ma se Stato e Regione non si muovono, in Valtellina hanno smesso di sperare anche gli abitanti di S. Antonio Morignone, che inviano alle autorità la loro resa all’inerzia delle cose. Notizie e cifre del dossier di Legambiente, d’altra parte, parlano da sole: dopo 2000 miliardi spesi per strade e interventi di emergenza (che però sul territorio hanno prodotto il paesaggio irreale di cui sopra), la ?legge Valtellina? del 1990 ha stanziato altri 2400 miliardi un intervento finanziariamente superiore, per intenderci, a quello per il Giubileo. Ebbene, al 1995 (termine del piano quinquennale) risultava attuato un misero 1,5% delle opere previste. Non solo: la previsione di realizzazione di tali opere è slittata oggi a dopo il Duemila, con una perdita di valore dei finanziamenti di 500 miliardi. E una legge regionale, la 23 del 1992, varata per gestire rapidamente i quattrini statali, è fallita senza presentare al Parlamento, fino al ?96, alcuna relazione sul lavoro svolto. Quanto al riassetto idrogeologico, poi, basti dire che il piano di risanamento era stato affidato alla società Italtekna, del gruppo Iri, poi messa sotto inchiesta dalla commissione d’indagine sulla ricostruzione in Irpinia, e quindi sciolta. Ma i danni non finiscono qui: la mancata erogazione dei contributi statali ha portato molte imprese valtellinesi a indebitarsi con le banche, ottenendo fidi e mutui con la garanzia della copertura economica – mai arrivata – della legge. Enormi, lamentano poi all’Azienda di Promozione Turistica di Bormio, i danni di immagine: il fatto che la Valtellina sia a rischio frane spaventa i villeggianti, che diminuiscono di anno in anno. Nonostante i tentativi di ingaggiare Antonio Di Pietro quale testimonial delle bellezze locali. E S. Antonio Morignone? Ormai nei componenti del comitato di abitanti la rassegnazione prevale sulla speranza, e il motto stesso del comitato ?senza bàit emò plu paès? (senza case abbiamo ancora più paese) suona adesso come una tragica presa in giro. «Ci hanno illuso di poter ricostruire le nostre case l’una vicino all’altra, come prima» dice don Carlo, ?parroco di una parrocchia che non c’è?, quella di S. Antonio. «Ma oggi gli abitanti, dopo tanta attesa e tante promesse, ormai non ci credono più». Appuntamento fisso, ogni anno, le Messe in suffragio per i defunti, a cui questa volta parteciperà anche il vescovo di Sondrio. Un’occasione un più per chiedere, di nuovo, che sopra la colata di fango possa rinascere una comunità.


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