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Diritto societario, vittoria a met

L'emendamento La Malfa sembrava dover dimezzare la cooperazione in Italia. Ma dopo la rivolta di tutte le centrali cooperative, la maggioranza ha fatto marcia indietro

di Giampaolo Cerri

Le parole pesano come pietre: si parla di “colpi mortali”, di “devastazioni”. Non è una sindrome genovese quella che si è abbattuta, in questo inizio di legislatura, sulla cooperazione italiana. Il linguaggio corrisponde alla effettiva drammaticità del passaggio legislativo: la riforma della cooperazione, per come è stata gestita in commissione Finanze della Camera dalla maggioranza, sta diventando un’arma letale per questo pezzo di economia italiana. La Casa delle libertà suonava la gran cassa da tempo: basta con i privilegi alle false coop, ripetevano a ogni dibattito gli esperti e gli economisti del centrodestra. Ma è anche vero che l’incontro pre-elettorale del candidato premier Berlusconi con Confcooperative, in maggio, era stato caratterizzato da una grande cordialità. «Ricordiamo il forte apprezzamento per la cooperazione autentica che il presidente Berlusconi espresse», si agita il presidente della centrale cattolica, Luigi Marino, mentre il suo omologo di Legacoop, Ivano Barberini, va giù duro: «Siamo di fronte a un atto di una gravità che non ha precedenti negli ultimi decenni, tendente a colpire alla radice una realtà imprenditoriale che ha concorso, e concorre, a creare ricchezza e benessere per il Paese». Situazione grave se anche il leader della Compagnia delle Opere, Giorgio Vittadini, che non ha mai nascosto il suo gradimento al nuovo esecutivo, parla di «colpi di mano di un certo mondo politico che fino a ieri ha completamente ignorato l’esistenza di tutta la tradizione del movimento operaio e cattolico, che è all’origine della storia del mondo delle cooperative e dell’impresa sociale». Ad aver sollevato l’allarme di tutto il movimento cooperativo, è stato Giorgio La Malfa, presidente polista della commissione Finanze. Un suo emendamento all’articolo 5 del disegno di legge in discussione, ha fatto scoppiare il caso. Volendo colpire le cooperative che ormai, per dimensione economica, hanno perduto il fine mutualistico della propria azione e che quindi indebitamente continuano a beneficiare di vantaggi fiscali, il piccolo leader repubblicano, passato armi e bagagli col Polo, impugna la scure. Con due colpi secchi, separa il grano dal loglio, i buoni dai cattivi, gli affaristi dai cooperanti d’antan. Con un piccolo emendamento La Malfa vara, senza aver intavolato alcuna concertazione, una reale rivoluzione. E non senza spargimento di sangue. Perché promette di separare le coop «costituzionalmente riconosciute», dalle altre, giudicate spurie perché non svolgono la loro attività solo prevalentemente a favore dei soci o tramite il lavoro dei soci stessi. Oltre a limitare i benefici fiscali alle cooperative doc, avvia di fatto le altre alla trasformazione in società di capitali. Di qui, appunto, la rivolta. Franco Marzocchi, presidente di Federsolidarietà, l’area sociale di Confcooperative, dopo giorni di tensione sembra in queste ore più sereno: «Abbiamo avuto notizia di una sostanziale riformulazione dell’emendamento da parte di La Malfa», dice a Vita, «la trasformazione in altre forme societarie prevede la salvaguardia del patrimonio accumulato sin qui». Nella prima stesura, il passaggio da coop a società per azioni era addirittura incentivato, consegnando agli attuali soci patrimonio e impresa: «Già, ma alle generazioni che in un secolo e mezzo hanno contribuito a crearli», si chiede Marzocchi, «nessuno avrebbe pensato». Un particolare che diventa chiarissimo immaginando una delle grandi cooperative di braccianti agricoli che sorgono alla fine dell’800, in una qualsiasi parte d’Italia, all’ombra di una grande passione politica e culturale, sia essa socialista o cattolica. Strutture che negli anni crescono a vista d’occhio perché schiere di salariati decidono, per statuto, di reinvestire tutto nella cooperativa. In un secolo, quella piccola mutua diventa un colosso agricolo. E ora arriva una legge che dice: quel ben di Dio vada agli attuali soci. «Le eventuali dismissioni», dice Marzocchi, «si facciano secondo criteri normali, non svendendo i patrimoni. Del resto con le fondazioni bancarie si è fatto così: i patrimoni sono affidati a soggetti precisi e vincolati a fini che non snaturino quelli perseguiti fino a quel momento». Il nuovo emendamento conterrebbe anche una profonda rivalutazione del concetto di mutualità: «Non sarà ristretto solo all’interesse dei soci», dice Marzocchi, «ma terrà conto anche dei fini solidaristici più ampi». Insomma, le coop saranno considerate tali anche se i vantaggi prodotti dalla loro azione non si limiteranno ai soci ma ricadranno sulla collettività, o su un territorio. Un distinguo che dovrebbe salvaguardare tutta l’area della cooperazione sociale. «Per la verità il nostro settore era al riparo anche prima. Per noi la mutualità è un vincolo morale e politico per i nostri soci», osserva Marzocchi. Perché protestare, allora? «Così come si configurava, quell’atto attaccava duramente tutto il movimento. Sarebbe stata una misera consolazione sopravvivere mentre il grosso della cooperazione italiana se ne andava». Le maglie del diritto societario, salvo sorprese, si allargano. Non abbastanza da lasciar passare anche i giganti della cooperazione in campo manifatturiero ed edilizio. Realtà dove i dipendenti sono di gran lunga più numerosi dei soci e in settori in cui i fini solidaristici generali sono comunque difficili da dimostrare. L’identikit della grande cooperazione rossa emiliano-romagnola. La Malfa, d’altra parte, era stato chiaro: «Mi attaccano perché la riforma intacca le forme di sostentamento dei Diesse». L’edera, simbolo repubbicano, è una di quelle piante che, secondo lo stornello, “dove si attacca muore”.


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