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Disabili sterilizzati: subito l’inchiesta

D’Agostino, presidente del Comitato di bioetica mette sotto accusa medici e psichiatrici. «Il velo di omertà è stato strappato. Ora voglio conoscere con quali giustificazioni hanno potuto approvare e

di Gabriella Meroni

«C he in Italia alcuni medici abbiano praticato le sterilizzazioni sui disabili è assodato, ora si tratta di capire quali sono state le loro giustificazioni». A parlare così, confermando quanto dichiarato a ?Vita? dal professor Lucio Pinkus (ordinario di psicologia dinamica e membro del Centro interuniversitario di Etica di Venezia), è un altro professore: Francesco D?Agostino, docente di Filosofia del diritto all?università di Roma Tor Vergata e da tre anni presidente del Comitato di Bioetica. Il professor D?Agostino ha accettato di dire la sua sul tema delle sterilizzazioni – affrontato in settimana da numerosi quotidiani e telegiornali – parlando a titolo personale, ma puntualizzando alcuni elementi importanti che contribuiscono a dare il quadro della situazione in Italia. Che non è, come in molti si ostinano a credere, un?isola felice in cui queste pratiche non trovano cittadinanza. «Nessuna sterilizzazione coatta in Italia? Teoricamente possibile, ma difficile da credere», dice D?Agostino. «Dopo la scoperta delle sterilizzazioni di massa in Europa, a settembre, nell?orrore di quelle notizie avevo tirato un sospiro di sollievo. Finalmente, mi dicevo, sarà avviata un?indagine conoscitiva per stabilire se anche da noi i medici abbiano sterilizzato persone incapaci di intendere. Invece niente. Sembrava che tutti fossero convinti dell?assoluta estraneità italiana. Anche la stampa faceva finta di nulla: a parte ?Vita? non mi risulta che nessuno si sia interessato al problema. Allora abbiamo deciso di creare un gruppo di studio all?interno del comitato, affidandolo al professor Pinkus. Rimanere indifferenti sarebbe stato un delitto». E Pinkus si è dato da fare… «Le conclusioni a cui è arrivato il professore non mi sono ancora ufficialmente note perché verranno presentate al comitato tra qualche giorno… Conosco le notizie di stampa…». E come le commenta? «Il problema ha due aspetti, uno etico e uno di politica sanitaria, che riguarda tra l?altro il numero di interventi di sterilizzazione realizzati in Italia. È chiaro che questo secondo elemento non riguarda direttamente la bioetica, ma non perché sia secondario. Anzi: se le sterilizzazioni sono state davvero seimila dal 1985 è molto grave, ma anche se ce ne fosse stata una sola il problema morale, di liceità di queste pratiche, si porrebbe lo stesso. Io non so quante siano state le sterilizzazioni coattive in Italia, questo è un calcolo a cui potrà arrivare una commissione ministeriale d?inchiesta, se si riterrà opportuno formarla. A me interessa stabilire quali siano state le motivazioni, o le giustificazioni, che si sono dati i medici che le hanno praticate». E quali sono state, secondo lei? «A monte della questione c?è la mancanza di una consapevolezza etica da parte dei medici e dei famigliari dei disabili stessi. Si è banalizzata la pratica della sterilizzazione, considerata un comodo mezzo per eliminare un problema scomodo, quello della sessualità dei soggetti deboli. Un po? come per l?elettroshock o la lobotomia, utilizzati in passato per togliersi il fastidio di una vigilanza scrupolosa dei malati psichici. Quando non si ha voglia o capacità di affrontare i problemi con umanità e pazienza si prende la scorciatoia. Ma non basta: spesso questi interventi vengono giustificati con ragioni terapeutiche per la presenza di malattie o disfunzioni. Ammesso che tali giustificazioni siano reali, però, non eliminano il problema etico: oggi quasi tutte le pratiche mediche portano con sé una questione morale, e più la scienza progredisce più si aprono territori inesplorati. Non possiamo affidare certe decisioni solo ai medici, perché anche loro hanno bisogno di una sorta di ?integrazione? etica. Altrimenti tutte le aberrazioni diventerebbero lecite». Da noi manca questa integrazione? «Il problema non è solo italiano, ma mondiale. In Italia comunque il tema delle sterilizzazioni non era mai stato affrontato dal punto di vista morale, neanche nella letteratura bioetica. E questo è grave perché di fatto ha determinato, lo ripeto, il rischio di una banalizzazione del problema. Sterilizzare una ragazza portatrice di handicap, in poche parole, oggi non è sentito come un male, ma piuttosto come il male minore. Innanzitutto dalle famiglie. E questo non è accettabile». Ma la colpa è solo delle famiglie? «No, gran parte della responsabilità è da attribuire ai medici, che acconsentono alle richieste dei parenti. E, nel caso dei malati psichici, agli psichiatri, che non si sono mai espressi sull?utilità della sterilizzazione. Agli psichiatri rivolgo un appello, che spero sarà rilanciato dal Comitato di bioetica: pronunciatevi una volta per tutte su questo tema. Dite ufficialmente cosa ne pensate, spiegando con chiarezza se e in quali casi la sterilizzazione riveste un?utilità clinica o terapeutica. Questa situazione di indeterminatezza è la madre di ogni abuso».


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