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«Dobbiamo restare stranieri per integrarci meglio»

L'intervista di Livia Manera al sociologo e scrittore statunitense Richard Sennett

di Livia Manera

«Nessuna legge può dare a una persona il sentimento di essere integrata in una società», sta dicendo Richard Sennett nel salotto della sua elegante casa-loft nel quartiere di Clerkenwell, a Londra. «Io penso che dal punto di vista legale le persone dovrebbero avere eguali diritti. Ma penso anche che a ognuno dovrebbe essere lasciata la possibilità di negoziare il suo essere straniero». Alla vigilia di «Libri come», la manifestazione che Richard Sennett inaugurerà il 13 marzo all’Auditorium di Roma, siamo andati a trovare uno dei sociologi più amati in Italia e stimati del mondo per chiedergli di aiutarci a ridefinire il concetto di straniero nell’epoca della globalizzazione. Sennett pubblicherà in aprile da Feltrinelli un libro, intitolato Lo straniero, che si compone di due saggi: uno sulla condizione degli ebrei del ghetto di Venezia nel Cinquecento; l’altro sull’esperienza dell’esilio, incentrato sulla figura di Aleksandr Herzen, il padre del populismo russo che nel 1847 lasciò la patria per la Francia, la Svizzera e l’Inghilterra. Due visioni sul passato da cui partire per capire il presente. Seduto in poltrona, il pianoforte a mezza coda e il violoncello alle sue spalle, Sennett, che in gioventù è stato violoncellista, scherza: «Io sono lo straniero che ha scritto Lo straniero». 

Allora partiamo da qui. Quanto straniero si sente lei, professore? 
«Ah, posso darle una risposta biografica. Venendo a vivere a Londra, quindici anni fa, credo di avere chiuso un cerchio. La mia famiglia ha lasciato la Russia dopo la rivoluzione. Era una grande famiglia. Una piccola parte è andata in Germania ed è stata uccisa nella Seconda guerra mondiale. Alcuni sono andati a Londra e altri a Parigi. Ma la maggioranza della famiglia è emigrata in America via Canada. Io sono nato e cresciuto a Chicago, ma non mi sono mai sentito americano. Non siamo mai stati bravi ad assimilarci. La risposta è che sono di casa ovunque e in nessun luogo. Immagino che questa sia la condizione essenziale dell’essere ebreo». 


Nel frattempo, quanto è cambiato nel mondo il concetto di straniero? 
«È così cambiato che la parola immigrazione è diventata un termine improprio. La gente non va più da un posto all’altro e poi si assimila. Vanno avanti e indietro. Si spostano da una città all’altra. Le faccio un esempio: i polacchi che sono venuti qui in Inghilterra negli anni Novanta ora stanno tornando in patria. Sono persone che mandano i soldi a casa. La globalizzazione ha messo fine allo spostamento di persone da un luogo a un altro come evento decisivo. Dall’immigrazione siamo passati alla migrazione. Credo che anche i migranti che arrivano dall’Africa in Italia si aspettino di ritornare un giorno a casa». 


Lei è critico nei riguardi dell’integrazione imposta dall’alto, alla francese. Perché? 
«Perché, come spiego nel mio capitolo sugli ebrei a Venezia nel Cinquecento, la tua “stranierità”, intesa in quel caso come segregazione, può diventare anche un vantaggio. Gli ebrei veneziani erano persone che non avevano nessun posto dove andare, ma con il tempo hanno negoziato la possibilità di fermarsi a Venezia, a condizione di vivere da stranieri. Per loro è stato più facile costruirsi una vita come minoranza, che cercare di immigrare. E qualcosa di simile sta succedendo ai musulmani in giro per il mondo oggi. Mantenere la propria identità di musulmani dà loro un certo potere di essere riconosciuti nella società civile, che l’integrazione forzata non dà. Guardi il caso dei marrani, gli ebrei forzati a convertirsi al cristianesimo: di fatto persero il loro status legale. Rimasero discriminati per le loro origini ebraiche, ma persero anche i loro diritti di stranieri». 

Quindi lei sta dicendo che una certa emarginazione può dare vantaggi. 
«Sì. Quando la Francia dice “dobbiamo essere tutti francesi nel nome di un’idea repubblicana”, di fatto toglie potere agli stranieri, che diventano il gradino più basso della società. Mentre un’identità marginale è qualcosa con cui si può vivere e che si può anche usare. Come fecero gli ebrei del ghetto di Venezia». 

Oggi quale nazione sta trattando intelligentemente il problema degli stranieri, secondo lei? 
«Ho una certa ammirazione per il Brasile, che con politiche molto illuminate è riuscito a bilanciare i diritti umani con il riconoscimento che le persone devono elaborare le proprie differenze culturali». 

E la situazione in Gran Bretagna? 
«Non è buona. La paura di un arrivo massiccio di rom dalla Romania e dalla Bulgaria riflette la condizione di un Paese che, indebolendosi economicamente, diventa più isolazionista. Gli operai a sinistra, così come la gente a destra, pensano che tenere fuori gli immigrati li renderà più prosperi: al declino si associa una reazione xenofoba. Credo sia lo stesso in Italia. La difficoltà è portare le persone a liberarsi di questi stereotipi». 

Lei scrive che il melting pot è un mito… 
«Molti sociologi hanno osservato che le persone conservano una sorta di etnicità simbolica molto tempo dopo essersi trasferite. L’idea di creare un’identità nazionale condivisa è coercitiva e facilita l’esclusione, a meno che non ci si adegui. Per me è più civile pensare che nello schema delle relazioni sociali l’identità non sia così importante». 

In che senso? 
«Psicologicamente, accettare il fatto che il tuo essere italiano o inglese non sia la cosa più importante di te, perché è un aspetto mobile, può aiutarti a trovare un modo più civilizzato di costruire relazioni sociali». 

Dunque, da un lato lo Stato dovrebbe rinunciare all’assimilazione coercitiva, lasciando agli stranieri la libertà di elaborare la propria diversità culturale. E dall’altro l’individuo avrebbe migliori relazioni sociali, se non vivesse la propria identità culturale come l’aspetto più importante di sé. Perché a questo proposito ha scelto l’esempio di Aleksandr Herzen? 
«Perché era russo (ride, ndr ). E perché è una delle rare persone che hanno vissuto l’esilio imparando a liberarsi del passato, senza dimenticare. E questo è il grande compito che deve affrontare uno straniero. Come non rimanere prigioniero della memoria, ma allo stesso tempo non negare di venire da un altrove. È un lavoro di artigianato, l’esilio. Richiede applicazione. L’importante è non rimanere prigionieri della propria identità. Come accade invece a quei poveracci che arrivano sulle vostre coste». 

da Corriere La Lettura del 9.3.14


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