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Don Vitaliano? Davvero un prete strano

Cattolici no global. Lo sfogo di Monsignor Riboldi. Intervista al vescovo più battagliero d’Italia

di Gabriella Meroni

Se in Italia c?è qualcuno che conosce la piazza, con i suoi pregi e i suoi rischi, questo è lui. Monsignor Antonio Riboldi di giovani in piazza ne ha sempre portati tanti, da quando lo chiamavano il vescovo anti camorra e ad Acerra organizzava veglie e manifestazioni contro il racket, e pregava i mafiosi a deporre le armi ?nel nome di Gesù?, o ancora prima, quando invitava a ribellarsi alla rassegnazione del dopo sisma, prima in Belice e poi in Irpinia. Don Terremoto, l?avevano ribattezzato: un nome che ancora oggi, che ha quasi ottant?anni, gli calza a pennello. Don Antonio non è uomo da temere lo scontro o le posizioni controcorrente. Sul futuro del movimento anti globalizzazione, per esempio, ammette di essere preoccupato. Della violenza, ma soprattutto del futuro dei giovani, della fine che farà la loro speranza di cambiare il mondo e la società. Vita: Monsignor Riboldi, secondo lei a che punto è il cammino del popolo anti global? Antonio Riboldi: A un punto cruciale. Da un paio d?anni molte persone in tutto il mondo hanno cercato di far entrare la parola giustizia in tutti i campi della vita, in politica, nelle strutture di produzione. Questo è un bene, perché il popolo deve far sentire la propria voce al potere. Ma a Genova l?irrompere della violenza ha scardinato tutto e ha tolto il palcoscenico a chi voleva dire cose giuste. E non è finita. Anzi, secondo me la violenza crescerà. Vita: Lei vede questo rischio? Riboldi: Sì, perché i violenti attirano gli sprovveduti nascondendosi dietro tante belle frasi. Come facevano le Br, che infarcivano i volantini di belle parole. La violenza fa notizia, arriva sui giornali, fa presa sulle menti deboli perché si presenta come la via più breve per arrivare a dei risultati concreti. Si è data troppa voce e troppa luce ai violenti, alle tute bianche, agli Agnoletto, ai pochi che si sono arrogati il diritto di parlare in nome di tutti. Adesso bisognerà cambiare registro e mettergli la sordina, per impedire loro di fare del male ai giovani. Vita: è un giudizio molto duro. Come lo giustifica? Riboldi: Ho l?impressione che nel nostro Paese ogni volta che c?è un movimento giovanile di grande portata, come quello della Giornata mondiale di Tor Vergata, si cerchi di silenziarlo perché dà fastidio. Il risveglio della coscienza dei ragazzi mette in discussione la società e i potenti, e incrina il modello di disimpegno, fatto di divertimento e discoteca, proposto ai giovani. Il fatto che 200mila ragazzi siano scesi in piazza per dire la loro è stato sconcertante, devastante. Ed è scattata la reazione dei potenti e dei violenti, sempre alleati. Politica, capitale e violenza hanno distrutto il loro sogno. Vita: Ci sono alcuni esponenti del movimento che incitano al ritorno in piazza a Napoli, in occasione del vertice della Nato. Riboldi: è un invito che ha il fiato corto. Oggi è Napoli, poi ci sarà Roma, poi Washington, Bruxelles? i vertici sono tanti. Che facciamo poi, li rincorriamo tutti? Ma la politica non è questa. Senza contare che scendere in piazza a Napoli non è come farlo a Milano o a Parigi? Vita: è più facile o più difficile? Riboldi: è equivoco. Napoli è una città che vive un equilibrio precario, conquistato a fatica. Basterebbe un niente, qualche vetrina spaccata, per far rivoltare la popolazione contro lo Stato. E magari fare un favore alla camorra. Vita: Come giudica l?atteggiamento del sindaco Rosa Russo Jervolino che ha rifiutato di incontrare alcuni esponenti della rete No global perché avevano attaccato lo Stato? Riboldi: Quello del dialogo con le istituzioni è un problema delicato. Certo sarebbe meglio dialogare con chi accetta di cambiare mentalità e rifiuta la violenza. A non riceverli, si rischia di passare per cattivi. A riceverli, di essere fraintesi. Ma in questo caso, forse è meglio essere fraintesi. Vita: Lei, prima di Genova, ha incontrato Luca Casarini e don Vitaliano Della Sala. Oggi accetterebbe di nuovo un loro invito? Riboldi: No. Quando ho accettato di partecipare a una veglia di preghiera organizzata da don Vitaliano, che per quel poco che ho visto mi è sembrato un prete molto strano, credevo onestamente di poter essere utile, di portare la parola di Dio, tanto che commentai un passo delle Beatitudini. Solo dopo mi sono accorto che avevo a che fare con persone che hanno scelto la violenza nella testa. Vita: Lei ha elogiato la voglia di giustizia e di partecipazione dei 200mila di Genova. Chi potrebbe dar voce, oggi, alla loro ansia di giustizia? Riboldi: Questa è la mia preoccupazione più grande, in questo momento. I giovani non si meritano i leader che finora hanno condotto i giochi. Siamo in un periodo in cui occorre organizzarsi. Ci vorrebbe una guida forte e giusta, in grado di raccogliere la sfida senza violentare le speranze di nessuno. Non bisogna permettere che i giovani tornino rassegnati a casa loro, perché sarebbe la sconfitta più grande per tutti, anche per la Chiesa.


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