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Solidarietà & Volontariato

Ecco uno shopping dell’altro mondo

Quante sono, come funzionano,quali prodotti vendono e dove vanno a finire gli utili.Viaggio nei negozi dove chi acquista dà una mano allo sviluppo dell’ economia dei Paesi più poveri.

di Antonietta Nembri

Come è nato Qual è il giusto prezzo per un chilo di caffé? Acquistare una tavoletta di cacao, un vasetto di miele, un pacco di caffè, ma anche una borsa di juta o un soprammobile e, con questo piccolo gesto, rendere il mondo un po? più giusto. È quello che si propone il mondo del Commercio equo e solidale. Si tratta, secondo i freddi termini economici, di un modo di realizzare transazioni commerciali tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo creando rapporti paritari ed equi tali da poter favorire processi di autosviluppo. «È un modo di ricreare la vicinanza tra consumatore e produttore che esisteva anche da noi», spiega Stefano Magnoni, vicepresidente di Ctm (Cooperazione Terzo mondo), «in pratica cerchiamo di ricreare quanto avveniva nei mercati dei nostri paesi decine di anni fa quando tutti i passaggi erano trasparenti». Tra gli obiettivi che si è posto fin dal suo sorgere il commercio equo e solidale vi è quello di sostenere e favorire lo sviluppo autonomo e autogestito delle regioni più povere del pianeta, creando allo stesso tempo opportunità lavorative, grazie alla realizzazione attraverso delle cooperative locali di progetti pre-finanziati, bloccando così nuove forme di colonialismo. «La prima sfida è proprio quella di mettere in contatto due parti del mondo», sottolinea il presidente di Ifat, Paul Myers, «ci sono dei rischi, ma il vero problema è far capire alla gente, alla famiglia media occidentale quale è il prezzo giusto per ogni prodotto, far saper quanto guadagnano i produttori, garantire che i prodotti che acquistano non sono stati realizzati dai bambini». Dove nel mondo Una Rete per 18 Paesi con più di 3000 Botteghe È il 1959 quanto in Olanda nasce, per ispirazione della Chiesa cattolica, l?organizzazione Sos Werelhandel per la promozione del commercio equo e solidale, pochi anni dopo anche in Inghilterra si fa strada questo nuovo modo di intendere il commercio attraverso ?Oxfam?, un organismo per la cooperazione con i Paesi in via di sviluppo che propone un catalogo per la vendita per corrispondenza dei prodotti artigianali del Sud del mondo. Ed è significativo che siano proprio i due Paesi all?origine dei traffici commerciali intercontinentali nel 1500 a riflettere sul modo di commerciare dell?Occidente. Il vero sviluppo poi del Fair trade si ha nel corso degli anni Sessanta. In Europa la prima Bottega del Mondo apre i battenti nel 1969 a Breukelen nei Paesi Bassi e nel giro di tre anni in Olanda sono già 120 le organizzazioni che fanno propria l?idea aprendo i loro punti vendita. Oggi sono oltre 3000 le Botteghe distribuite in diciotto Paesi, di queste la maggior parte sono rappresentate da16 associazioni nazionali in ?News!?, la Rete delle Botteghe del mondo nata nel ?94 per creare un circuito di comunicazione che ha dato vita a una serie di attività coordinate. Nel 1990 è nata anche l?Efta (European fair trade association) cui oggi sono affiliati una dozzina di importatori del commercio equo in nove Paesi europei in contatto con 800 produttori del Sud del mondo, mentre alcune realtà continuano l?import in modo indipendente. L?associazione è anche promotrice di diverse battaglie a livello comunitario. È grazie all?Efta, per esemio, che in Europa il cioccolato è più ?buono?. Sua è la bataglia per mantenere nell?Unione europea il divieto dell?uso di grassi vegetali diversi dal burro di cacao nella produzione della cioccolata. Per i consumatori europei ha voluto dire cioccolata più buona, per 11 milioni di persone dell?Africa occidentale impegnate nella produzone, la sopravvivenza. Così in Italia Sir Jhon fu il pioniere Ora siamo più forti degli Usa Alla metà degli anni ?70 il commercio equo e solidale fa la sua apparizione anche in Italia. A Morbegno, in provincia di Sondrio, la cooperativa Sir Jhon inizia a commercializzare i prodotti di una cooperativa di donne del Bangladesh. «Eravamo organizzati in gruppi non strutturati», racconta Giovanni Abbiati, missionario saveriano che aveva proposto di vendere i prodotti realizzati dalle donne dando vita anche a un progetto di sviluppo in Bangladesh che oggi con 13 cooperative e 6 mila occupati. «È guardando all?esperienza fatta in Austria che, con Rudi Dalvai, è nata una struttura più stabile». Si deve arrivare al 1980 per assistere, a Bolzano, all?apertura della prima bottega di commercio equo e solidale in Italia. In diciotto anni lo sviluppo è notevole, nascono associazioni e cooperative: Ctm la prima centrale di importazione equa in Italia, Ram (Roba dell?altro mondo) che avvia l?importazione di prodotti dall?estremo oriente, poi sorgono Commercio Alternativo, la cooperativa EquoMercato ed Equoland. All?inizio degli anni Novanta nasce l?associazione delle Botteghe del mondo che oggi riunisce oltre 300 botteghe. Uno sviluppo notevole, se si considera che negli Stati Uniti sono 300 i negozi equi e solidali, e seicento in Germania. Come funziona Patti chiari e prezzi equi E al riparo dal mercato Le Botteghe acquistano la maggior parte dei loro prodotti dalle centrali di importazione (le Alternative Trade Organizations), anche se una parte minore dell?artigianato, e ancor meno degli alimentari, è direttamente importata attraverso singoli progetti con cooperative del Sud del mondo. «Nei rapporti coi produttori locali si applicano alle transazioni prezzi equi, trasparenti, stabiliti in una logica di giusta remunerazione», spiega Gerd Nickleit, presidente della tedesca Gepa. «Prendiamo l?esempio concreto del caffè: i produttori sono pagati secondo un prezzo che non solo non tiene conto delle oscillazioni del mercato. Ma rispetto alle tariffe in vigore i nostri pagamenti prevedono un bonus di dieci dollari in più e lo stesso avviene anche se il valore del caffè scende. Oltretutto, per quanto possa calare il prezzo di mercato, le tariffe che abbiamo fissato coi produttori non scenderanno mai sotto un prezzo minimo». Non solo. Il commercio equo e solidale promuove giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e l?ambiente. «Attraverso giuste remunerazioni e prefinanziamenti si promuovono migliori condizioni di vita nei Paesi economicamente meno sviluppati», aggiunge Gerd Nickleit, «tramite la vendita dei prodotti, inoltre, si divulgano informazioni sui meccanismi di sfruttamento e si cerca di creare un rapporto di partnership tra chi esporta e i Paesi occidentali che acquistano e rivendono i prodotti, in un?ottica di reciproca fiducia e collaborazione». Chi ci guadagna Tra le voci del bilancio anche prestiti a chi produce Difficile stabilire il fatturato del Commercio equo e solidale nel mondo, ma il fenomeno è sicuramente in espansione. Ad oggi sono una settantina, infatti, le organizzazioni che importano prodotti equi e solidali in 16 Paesi dell?Europa. «Si valuta, calcolando per difetto, che il fatturato mondiale sia di circa 315 miliardi di lire l?anno», afferma Paul Myers, presidente Ifat. Nel 1998 l?Efta, l?organismo che raccoglie gli importatori europei ha avuto un fatturato di 190 miliardi di lire. Solo in Italia, del resto, le Botteghe del Mondo stimano per il ?97-?98 28 miliardi e mezzo. Un?approssimazione per difetto, in quanto non rientra in questo calcolo la vendita di prodotti provenienti dalle cooperative sociali, degli alimenti biologici e dei libri. Ancora impossibile, inoltre, stimare il valore delle merci importate direttamente dalle Botteghe. E per dare supporto finanziario alle attività del commercio equo, è nata nel 1989 Ctm-Mag, cui gli oltre 5000 soci delle Botteghe del mondo hanno depositato negli anni circa 70 miliardi di lire. Fondi che servono a finanziare il microcredito nei Paesi in via di sviluppo, dove milioni di famiglie non potrebbero avviare piccole attività imprenditoriali per l?impossibilità di accedere al prestito bancario. «Anche di questo aspetto si fa carico il commercio equo», afferma Gerd Nickleit, presidente della tedesca Gepa, la più grossa Ato europea.«Il prefinanziamento dei piccoli produttori è fondamentale, perché se dovessero contare sui canali di commercio tradizionale non potrebbero certo avviare le loro attività». I prodotti e i costi Il valore della solidarietà? Il dieci per cento in più Cacao e tessuti, spezie e piccoli oggetti artigianali, biscotti o cioccolato: nelle Botteghe si vendono soprattutto, ma non solo, i prodotti degli artigiani e dei contadini del Sud del mondo. Si può trovare di tutto: dal caffè del Nicaragua al riso della Tailandia, dagli oggetti in legno e pietra di India e Pakistan ai variopinti tessuti peruviani e guatemaltechi. In alcune Botteghe sono anche in vendita, affiancati ai prodotti del commercio equo, articoli provenienti dalle cooperative sociali e dai produttori di alimenti biologici. «Una decisione dettata dalla convinzione che il movimento del commercio solidale fa parte di un circuito più vasto», afferma Stefano Magnoni, vicepresidente della Ctm, «una rete che connette tutte quelle persone che hanno fatto propri gli ideali di solidarietà, di rispetto della persona umana e di salvaguardia dell?ambiente». Ideali che poi si traducono in pratica e riescono a modificare, in meglio, le condizioni di vita dei produttori. «Sentono la loro posizione, non solo economica, rafforzata e acquisiscono maggiore dignità e responsabilità rispetto al ruolo giocato nella società», spiega Shabbi Kohli, dell?associazione indiana Sasha. «Emblematico, in questo senso, il caso delle donne che il commercio tradizione sfrutta e sottomette, mentre il commercio equo è riuscito a riscattare facendo loro acquisire una posizione più dignitosa nella società». La scelta del commercio equo è per i consumatori spesso legata a un?opzione di solidarietà, al punto che si calcola che la famiglia media, correttamente informata, è disposta a spendere fino al 10 per cento in più per i prodotti equi. Le garanzie Sicuri anche al supermercato Ma solo se c?è l?etichetta Nel 1986 le organizzazioni del Commercio Equo e Solidale (CeeS) europee iniziarono a porsi il problema di diffondere i prodotti, in modo visibile e riconoscibile, in circuiti che non fossero le tradizionali Botteghe del Mondo, diffuse ormai da quasi 20 anni in tutti i Paesi europei. Un obiettivo che si è tradotto nella creazione dell?associazione di marchio TranSfair, costituita nel 1992 a Stoccarda, in Germania. Soci fondatori le principali organizzazioni europee del Commercio Equo che rapidamente diedero vita ad associazioni TranSfair nazionali in Austria, Germania, Italia, Usa, Canada, Lussemburgo e Giappone. «Transfair non commercializza direttamente i prodotti», spiega Paolo Pastore, coordinatore di TranSfair Italia, «stabilisce, insieme a Flo (Fair-trade labelling organisation) i criteri del commercio equo, fissa i prezzi minimi da pagare ai produttori, tiene un registro dei produttori stessi e concede il suo marchio a garanzia del rispetto di queste condizioni a partners commerciali (importatori e distributori)». Grazie alla creazione dei marchi di garanzia i prodotti del CeeS si trovano ormai anche al di fuori delle Botteghe: dai negozi del biologico alle grandi catene di supermercati, quali Coop ed Esselunga. «Proprio recentemente abbiamo stipulato un accordo con Esselunga che in dodici punti vendita distribuirà per un anno prodotti del commercio equo», spiega Stefano Magnoni. «Un?intesa favorita sicuramente dal fatto che da una ricerca di mercato è emerso che il 10-15 per cento della clientela media è un potenziale acquirente dei prodotti equi e solidali». Datemi un marchio e vi garantirò il meglio Un marchio per distinguere in tutto il mondo i prodotti del commercio equo e solidale? Se ne sta discutendo , considerato il fatto che la presenza di un marchio distintivo di qualità può diventare uno strumento di accesso al mercato. «La strada del futuro è questa». spiega Paul Myers, presidente dell?Ifat (International federation for alternative trade). «Il problema è vedere come lo si può realizzare e per quali prodotti». Dal 1997 esiste una Federazione (Flo – Fair-trade Labelling Organisation) tra gli enti che promuovono i marchi di garanzia del commercio equo, ora alla conferenza mondiale dell?Ifat che si è tenuta a Milano, è stata ipotizzata la possibilità di creare un marchio dell?Ifat per distinguere i principali prodotti. «Soprattutto nella distribuzione sarebbe utile avere un marchio che faccia conoscere l?origine dei prodotti, che assicuri i consumatori sulle modalità di fabbricazione che seguono regole precise: rispetto dell?ambiente, assenza di lavoro minorile, il giusto salario dei lavoratori», spiega Paul Myers. «Arrivo dagli Stati Uniti e lì molti negozi hanno chiesto un marchio Ifat perché così i consumatori hanno garanzie in più». Per Myers le maggiori difficoltà nell?adottare un marchio Ifat si trovano nel grande numero di prodotti che vengono commercializzati. «È difficile gestire un marchio che vada su prodotti diversi da caffè, zucchero o cacao, anche se occorre riconoscere che se vogliamo entrare nel mondo della grande distribuzione avere un marchio diventa indispensabile». Trenta indirizzi per cominciare Bologna: Coop. Ex Aequo, via Altabella, 2/a ,tel. 051/233588 Bergamo: Coop. Il Seme, via Borgo Palazzo,31, tel. 035/215161 Bolzano: Coop. Le Formiche, via Montecassino, tel. 20 0471/931037 Reggio Emilia: Coop. Ravinala, via Vittorio Veneto, 8/a, tel. 0522/455066 Ferrara: Ass. Ferrara Terzo Mondo, corso Porta Po, 72/a, tel. 0532/205472 Genova: Coop. La Bottega Solidale, galleria acquario, tel. 010/2470852 Lecco: Ass. Equosolidale, via Bovara, 47, tel. 0341/285028 Milano: Ceam, via Mosé Bianhci, 94, tel. 02/48009191 Milano: Coop. Chico Mendes, via Padova, 58 , tel. 02/26112636 Modena: Coop. Oltremare, rua Muro, 94, tel. 059/217335 Novara: Ass. Abacashì,via Sforzesca, 22/a, tel. 0321/463955 Padova: La Tortuga, p.tta Forzatè 1, tel. 049/8762480 Parma: Coop. Mappamondo, borgo G. Tommasini, 25/a, tel. 0521/200900 Pavia: Ass. Ad Gentes, via Teodolinda, 16, tel. 0382/25243 Sondrio: Ass. Solidarietà Terzo Mondo, via Piazzi, 18, tel. 0342/212095 Torino: Bottega Equamente, via Vasco 6/b, tel. 011/8179041 Trento: Coop. Nord-Sud Mandacarù, via Oss. Mazzurana, 35, tel. 0461/982216 Trieste: Ass. Senza Confini-Brez Meja, via di Torre Bianca 29/b, tel. 040/3728230 Venezia: Bottega del Mondo-Rialto, Ponte di Rialto /Salizada Pio, 041/5227545 Verona: Coop. La Rondine, via Pallone, 20, tel. 045/8013504 Ancona: Coop. Mondo Solidale, piazza Cavour, 14, tel. 071/2073769 Firenze:: Coop. Il Villaggio dei Popoli, via dei Pilastri, 45, tel. 055/2346319 Pisa: Il Chicco di Senape, piazza delle Vettovaglie, 18, tel. 050/598946 Perugia: Ass. Monimbò, via Sant?Andrea, 2, tel. 075/5731719 Roma: Coop. Comes-Moliendo Cafè, via G. Chiabrera, 27, tel. 06/5402474 Roma: Coop. Pangea, via Reno, 2/d, tel. 06/8416600 Lecce: Ass. Sud-Sud, p.zza Bottazzi, 1, tel. 0832/342564 S. Giorgio a Cremano (Na): Ass. Gaia, via Roma, 42, tel. 081/479835 Napoli: Ass. ?O Pappece, via Sant?Anna dei Lombardi, 36, tel. 081/5521934 Palermo: Coop. Macondo,via Nunzio Morello, 26, tel. 091/305759 Il giro d?affari Fatturato 1996/1997 1997/1998 CTM 12.836.146.401 13.789.355.152 Commercio alternativo 1.634.000.000 1.988.000.000 Equoland 821.055.000 1.311.381.435 Equomercato 1.308.113.000 1.308.113.000 Roba dell?altro mondo 250.000.000* 350.000.000* Fatturato stimato delle Botteghe Del Mondo 1996/1997 25.273.888.500 1997/1998 28.502.376.000 [Indagine Censis 1998]


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