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Solidarietà & Volontariato

Entrano in azione le truppe della pace

L’Unione europea chiama 12 ong in Kosovo: quattro sono italiane

di Gabriella Meroni

Le truppe della solidarietà, quelle delle organizzazioni non governative, si preparano a ritornare nel Kosovo per portare aiuto agli abitanti stremati dalla guerra e ai rifugiati colpiti dalle persecuzioni. Il programma umanitario dell?Unione europea Echo ha già stanziato 30 milioni di euro (60 miliardi di lire) per sette progetti in altrettante città, che dovranno essere realizzate da 12 ong, tra cui le italiane InterSos, Cesvi, Cric, Nuova frontiera. Pristina, Pec, Mitrovica, Prizren, Gnjilane, Djakovica, Urosevac sono i capoluoghi in cui si insedieranno gli uffici della solidarietà con l?obiettivo, in tre mesi, di tamponare l?emergenza. E non sarà un lavoro facile. Lo dice Echo in un suo documento interno, specificando che «il vostro (delle ong, n. d. r.) compito sarà difficile e poco chiaro perché tutte le istituzioni sono frantumate» e che «i canali di distribuzione attivi fino a poco tempo fa non esistono più». E lo dicono i racconti delle prime avanguardie dei cooperanti entrati a Pristina nei giorni scorsi. «Nel quartiere dove avevamo il nostro ufficio prima della guerra non è rimasto quasi più nessuno», dice Alberto Oggero del Cesvi, che rientrerà nella capitale kosovara con cinque colleghi tra qualche giorno. «I serbi se ne stanno andando, gli albanesi sono scappati da un po?, ci sono sparatorie tra i soldati in ritirata e le truppe Nato. Ci sono mine dappertutto, perfino nelle case, sotto i telefoni, in modo che appena si alza la cornetta salta tutto. La bonifica richiederà anni. Avventurarsi per strada da soli è pericoloso, c?è molta gente armata. Insomma la normalità è un miraggio. Anche per questo il ritorno degli aiuti è così importante». Il Cesvi dovrà operare nelle zone di Pristina e Globovac, ristrutturando case distrutte e distribuendo kit di vestiario per bambini e adulti e materiale per cucina. InterSos invece sarà presente tra Klina e Istok (nella zona di Pec, Kosovo occidentale) dove cercherà di garantire la vivibilità di una stanza, almeno una, in 1000 case. «Speriamo che i rifugiati nei campi si convincano a rientrare a poco a poco, non tutti insieme», si augura Nino Sergi, presidente di InterSos. «Altrimenti gli aiuti si bloccherebbero. Nella nostra zona ci sono 50 villaggi, sarebbe impossibile dare un tetto anche provvisorio a tutti nello stesso momento». «La nostra priorità sarà il ritorno dei profughi, non solo quelli albanesi ma anche i serbi», dice Ruggero Tozzo, direttore di Nuova Frontiera, una ong impegnata nei Balcani anche per favorire – come pochissime altre organizzazioni occidentali – il rientro dei serbi fuoriusciti dalle Krajne. «Anche i serbi infatti hanno le case distrutte dai bombardamenti. E non dimentichiamo gli edifici pubblici, dai municipi alle poste. C?è un intero tessuto civile da ricostruire, per tutti». Nuova Frontiera opererà per Echo tra Prizren e Strpce, mentre l?ultima ong italiana del programma, il Cric di Reggio Calabria, avrà la responsabilità diretta della zona di Gnjilane, a 20 km dal confine con la Macedonia. «Distribuiremo kit non alimentari, composti da vestiti, materiale igienico e scarpe», dice Nicola Gambi del Dipartimento emergenza. «Ma cominceremo tra una settimana, forse più. Prima bisogna togliere tutte le mine dai campi e dalle strade. Quella è zona di confine, non hanno risparmiato neppure un metro di terra. Volevano fermare i nemici, ora fermano anche noi».


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