Africa

Etiopia, dove le persone hanno sete ma il noi viene sempre prima dell’io

Nel Paese è in corso una delle peggiori siccità degli ultimi 40 anni. «Le comunità qui vivono di pastorizia, per loro è molto di più di una risorsa economica, è la loro identità. Sono abilissime a vivere in condizioni di aridità, ma oggi non c’è più acqua da nessuna parte: né negli stagni, né nei pozzi profondi. Le risorse idriche non riescono a ricostituirsi», dice Marcello Malavasi, head of mission di Fondazione Cesvi nel Paese. «Eppure dovremmo guardare a queste comunità e prenderle ad esempio: non esistono gli egoismi individuali, e si lavora e vive per il benessere della collettività»

di Anna Spena

L’Etiopia è un Paese in ginocchio. Qui è in corso una delle peggiori siccità degli ultimi 40 anni. Cinque stagioni consecutive di pioggia saltate lo stanno portando ad uno stato di emergenza umanitaria drammatico. 

«Questa è un’emergenza che sta colpendo tutto il Corno D’Africa», spiega Marcello Malavasi, head of mission di Fondazione Cesvi in Etiopia. «Da un lato la siccità, dall’altro le devastanti alluvioni che hanno colpito almeno 36 milioni di persone tra Etiopia, Kenya, Somalia: siamo davanti a un “paradosso climatico”. E in questo contesto dovremmo ricordarci che l’intero continente africano contribuisce solo per il 4% alle emissioni di gas serra globali, che alimentano l’emergenza climatica». 

Per capire quello che sta accadendo in Etiopia dobbiamo guardare anche ai numeri: «Che non sono di facile lettura», ammette Malavasi. «È un Paese molto esteso. Qui vivono circa 120 milioni di persone. Dico circa perché l’ultimo censimento della popolazione risale al 2007. Un dato aggiornato non esiste, e qui, insieme a una complicatissima situazione climatica, si vive in uno stato costante di instabilità dovuto a fattori politici, e a conflitti sia esterni al Paese che interni. In tutto il Corno d’Africa la situazione è delicatissima, basti pensare al conflitto in Sudan o al fatto che la stessa Etiopia è un Paese abitato da molte etnie che si sono alternate ai vertici politici». La fotografia attuale del Paese si può riassumere con questo dato: «l’economia è totalmente ferma, l’inflazione ha raggiunto picchi del 40%. Lo Stato non è più in grado di ripagare i debiti internazionali, di fatto è fallito». 

Crisi climatiche, conflitti armati, malattie e shock economici, stanno causando lo sfollamento di molte persone. Nel Paese oggi si vive con lo spettro dell’insicurezza alimentare e con lo spettro della malnutrizione e delle epidemie. Nella seconda metà del 2023 15,4 milioni di persone hanno sofferto di insicurezza alimentare. 

«Le comunità qui vivono di pastorizia, per loro è molto di più di una risorsa economica, è la loro identità, il loro passato, il loro futuro. Sono abilissime a vivere in condizioni di aridità, ma oggi non c’è più acqua da nessuna parte: né negli stagni, né nei pozzi profondi. Le risorse idriche non riescono a ricostituirsi», dice Malavasi. «Parliamo di comunità incredibilmente resilienti, che avrebbero potuto sopravvivere ad un intero anno senza acqua, ma non a cinque stagioni senza pioggia».

Fondazione Cesvi lavora nel Paese con un focus su settori come salute, nutrizione, wash, protezione, sicurezza alimentare, mezzi di sussistenza. Prova a tenere insieme da un lato la risposta alle emergenze dall’altro i progetti di sviluppo. 

L’ong è presente nei campi profughi e nella comunità ospitante dello Stato regionale di Benishangul-Gumuz. Dal 2021 contribuisce anche a contrastare la siccità nell’area di Borena, nello stato regionale dell’Oromia, distribuendo kit scolastici, foraggi e medicinali veterinari. L’obiettivo in questa area è contribuire a rafforzare la resilienza nel rispondere agli shock di tipo naturale e migratorio interno delle popolazioni sfollate e ospitanti.

Secondo il Borena Zone Rapid Assessment Report del 4 dicembre 2022, elaborato da Ong internazionali e nazionali assieme alle autorità locali, la zona ha una popolazione di circa 1,2 milioni di persone, il 91% delle quali risiede in aree rurali e il cui mezzo di sostentamento più diffuso è la pastorizia. Secondo dati delle autorità locali, a causa della siccità l’aratura dei campi non è stata avviata nei tempi e non avendo le comunità le capacità di affittare dei trattori sono stati lavorati meno ettari: sui 40.089 previsti ne sono stati arati solo 23.498; su 1.281.608 quintali di raccolto previsti, solo l’1,53% è stato effettivamente prodotto con una perdita del 98,47%, quasi la totalità. «Qui», dice Malavasi, «l’assenza di acqua ha portato alla scomparsa graduale degli animali, principale fonte di sostentamento per le comunità che oggi hanno perso tutto e soffrono di malnutrizione, in primis i bambini, ma anche gli adulti, e sono maggiormente esposti a malattie ed epidemie. La situazione è tragica, i nostri beneficiari oggi non hanno più nulla, la loro dignità è stata affossata. E non è giusto».

L’ingiustizia nasce anche da una consapevolezza: «Le comunità con cui lavoriamo», spiega, «hanno un consumo irrisorio delle risorse. Utilizzano pochissima acqua, camminano per chilometri per procurarsela. Ripeto sono comunità di pastori. E subiscono le tragiche conseguenze, pagano un conto ecologico, per quello che invece continuano a fare noi in Occidente». 

Nella zona di Borena, dove dall’inizio del 2021 oltre mezzo milione di persone ha lasciato la propria casa, Fondazione Cesvi, ha svolto attività di multipurpose cash selezionando 1.169 famiglie di sfollati interni. 231 famiglie parte del programma di Multipurpose Cash sono anche inserite in un programma legato alla produzione agricola e che appartengono alla comunità ospitante. L’ong sta lavorando per aumentare e migliorare la produzione, la conservazione e vendita di foraggio per 300 beneficiari. Il progetto prevede la fornitura ai 300 beneficiari semi da foraggio e un kit per la produzione del foraggio.

I 300 capifamiglia ricevono una formazione teorica e pratica di 3 giorni sulle tecniche di produzione, conservazione e vendita del foraggio prodotto. Nella zona di Borena, nonostante piova poco, immediatamente dopo le pur brevi precipitazioni le terre si inverdiscono fornendo un foraggio fresco per gli animali. Il capitale però non viene sfruttato interamente e una larga parte di esso si secca e va perso. Pertanto, tagliare e immagazzinare l’erba durante il periodo di abbondanza aiuta i pastori a coprire i loro bisogni durante i periodi di siccità. Il progetto prevede inoltre la fornitura di supplementi alimentari e cure per animali.

A prescindere da come la si guardi: «L’Africa è il futuro», dice Malavasi. «Non so se gioioso o tragico, ma è un futuro che va preso sul serio. Sicuramente dal punto di vista demografico, entro il 2030 oltre il 40% dei giovani sarà africano. Ciò significa che è qui che sarà concentrata la forza lavoro. Il futuro dell’umanità è qui, questo è un dato incontrovertibile».  Malavasi conosce bene il Corno d’Africa, e quando gli chiediamo cosa da qui facciamo veramente fatica a raccontare del continente risponde: «Non vediamo la solidarietà. Nelle società è proprio strutturato il concetto di mettere il noi sempre prima dell’io. Qui è impensabile che ci si possa salvare da soli». C’è un esempio della vita quotidiana che riporta Malavasi: «Per me è incredibile guardare i bambini che giocano a calcio. Se hanno solo un paio di ciabatte, giocano con una ciabatta a testa. Ma ancora, quando entri in una mensa, chi ha già ricevuto il cibo, come prima cosa lo offre a te. Sono comunità abituate a condividere gli spazi, da loro abbiamo tantissimo da imparare. Si supportano a 360 grandi, nelle comunità si dice “la mia tasca è la tua tasca”». 

Il numero di Vita di Giugno è dedicato all’Africa. Se sei abbonata o abbonato a VITA leggi subito “Un’Africa mai vista” (e grazie per il supporto che ci dai). Se invece vuoi abbonarti, puoi farlo da qui.

Credit foto Roger Lo Guarro per Cesvi


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