Cooperazione & Relazioni internazionali

Film. Miyazaki emoziona e stramerita il Leone alla carriera. Howl, il nipote di Heidi

Il castello errante di Howl di Hayao Miyazaki, Giappone.

di Andrea Leone

Il castello errante di Howl è ambientato nell?Ottocento, in un paese immaginario che sembra contenere tutti i paesi possibili. Sophie è una ragazza di diciotto anni, trasformata in novantenne da una strega invidiosa. Sophie approda al castello di Howl, fantastica costruzione mobile le cui porte si aprono ogni volta su un luogo diverso. Solo lì potrà ritrovare la giovinezza e rompere l?incantesimo. Mentre il cinema americano d?animazione tende a stupirci con tecniche sempre più raffinate e un bombardamento visivo sempre più spettacolare, Hayao Miyazaki (premiato con il Leone d?oro alla carriera all?ultimo Festival di Venezia) prosegue un discorso rigoroso legato ai personaggi e all?elemento simbolico della narrazione. Con toni ora comici ora tragici, il regista nipponico ci trasporta in un universo parallelo raccontandoci una storia di ampio respiro sull?età che trascorre, sulla perdita della bellezza, sulla guerra e la magia. Favola-incubo di iniziazione alla vita, romanzo di formazione grandioso, epico, il film è una sinfonia sulle infinite possibilità del tempo e sul potere risanatore dell?amore: epoche storiche differenti si compenetrano, ma anche tempi e luoghi sempre diversi dell?anima e dell?identità. Per Miyazaki la vecchiaia e la giovinezza sono condizioni dello spirito e stati mentali, così come la pace e la guerra. Non tutto è perfettamente riuscito, l?accumulo di storie e personaggi crea talvolta qualche intoppo e nella seconda parte la sceneggiatura presenta alcune forzature, ma nel complesso Il castello errante di Howl coinvolge, diverte, affascina, incanta con le sue scenografie visionarie e la sua incessante ed elegantissima invenzione visiva, che sembra attraversare tutta la storia del cinema e tutti i sogni e mondi possibili. I personaggi a disegni animati presentano una caratterizzazione psicologica di impressionante sottigliezza, più veri degli attori veri, ed è interessante il lavoro propriamente registico: la macchina da presa non registra semplicemente una successione di tavole disegnate, ma è parte attiva, con inquadrature, tagli e movimenti particolarmente originali, cosa non frequente in un film d?animazione. Ha ragione Akira Kurosawa: «Credo che apparteniamo entrambi alla stessa scuola; condividiamo lo stesso rigore e lo stesso gusto per le storie umane su grande scala. Tuttavia provo un certo fastidio quando i critici accomunano i nostri lavori. Non si può sminuire l?opera di Miyazaki paragonandola alla mia».


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