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Il caso

Francesco e l’omosessualità: la verità oltre i meme

Il Papa, in una riunione a porte chiuse con i vescovi italiani, ha ribadito il suo no a seminaristi omosessuali, dicendo che «c'è già troppa frociaggine». L'episodio, trapelato sui media, ha generato sui sociali e sul web un'ondata di battute risentite. Per Gianni Geraci de Il Guado - storico gruppo di omosessuali credenti - «il linguaggio è infelice ma il problema che Francesco solleva è reale. Il problema non è un prete omosessuale, ma un prete che tace e fonda la sua vocazione sul rifiuto della propria identità»

di Sara De Carli

L’incontro tra il Papa e i vescovi era a porte chiuse e con carattere informale e colloquiale, precisa Avvenire. Ciò non toglie che l’espressione usata da Papa Francesco per indicare la propria posizione contraria all’ammissione in seminario di giovani omosessuali sia offensiva (alcuni dicono alquanto «colorita»). Francesco avrebbe detto che nei seminari «c’è già troppa frociaggine». Le varie testate citano fonti (vescovi) per cui il contesto era evidentemente quello di una «battuta» e altri che sottolineano come il papa avrebbe usato la parola in modo un po’ inconsapevole, non essendo italiano, pensando che fosse semplicemente un termine scherzoso ma senza connotativi dispregiativi o discriminatori. La sala stampa vaticana oggi ha dovuto correre ai ripari, precisando che il papa «non ha mai inteso offendere o esprimersi in termini omofobi, e rivolge le sue scuse a coloro che si sono sentiti offesi per l’uso di un termine, riferito da altri». Nella chiesa, come il Papa «ha avuto modo di affermare in più occasioni», «c’è spazio per tutti, così come siamo, tutti».

Gianni Geraci, classe 1959, cattolico e omosessuale, è una delle anime storiche del Gruppo del Guado di Milano, un gruppo di omosessuali credenti nato nel lontanissimo 1980. Negli anni ‘90 è stato anche portavoce del Coordinamento Gruppi di Omosessuali Cristiani in Italia. 

Qual è la sua reazione, sentendo il Papa che usa quell’espressione?

Il magistero di Papa Francesco è stato fin dall’inizio molto inclusivo, fino ad arrivare nel marzo 2024 con la Fiducia supplicans a dire che le coppie stesso sesso possono essere benedette. Francesco ha avviato un percorso: oggi di omosessualità nella Chiesa si parla con meno paura e questo accade solo perché il Papa ne parla senza paura. Poi come in tutti i processi di cambiamento, ci sono momenti più felici e momenti meno felici. Il processo di cambiamento ha tantissime difficoltà, anche perché la chiesa cattolica non è un monolite come vorrebbero far credere da fuori ma ha la necessità di far convivere sensibilità diversissime. Però il cambiamento è in atto. Per restare al tema specifico dell’ammissione al sacerdozio di candidati omosessuali, da quando è stato eletto Francesco sono usciti almeno cinque o sei libri su questo argomento: evidentemente questi teologi avevano sviluppato il loro pensiero ma non avevano il coraggio di parlarne perché era un tabù, mentre con Francesco hanno finalmente reso pubblica la loro posizione.

Non siamo ancora attrezzati per il genere letterario delle “esternazioni estemporanee del papa”. Nella storia millenaria della chiesa è da pochissimo tempo che abbiamo un papa che parla liberamente, addirittura “a braccio”. Le cose dette a ruota libera vanno lette in modo diverso

Gianni Geraci

Ma sull’espressione specifica?

Io penso che noi non siamo ancora attrezzati per leggere il genere letterario delle “esternazioni estemporanee del papa”. Non sto scherzando. Nella storia millenaria della chiesa è da pochissimo tempo che abbiamo un papa che parla liberamente, addirittura “a braccio”. Prima di Francesco l’hanno fatto solo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Queste cose dette a ruota libera vanno lette anche in modo diverso da quello in cui abbiamo sempre letto le frasi di un papa: prima il papa praticamente parlava solo scrivendo documenti. Ora è vero che il papa è sempre il papa, ma quando fa un’intervista o parla a braccio è chiaro che è soggetto come tutti a fraintendimenti, equivoci, espressioni un po’ infelici, cose che nella ponderazione dello scritto sarebbero state dette diversamente. Alla fine a me pare che il papa, al di là dell’espressione un po’ così, magari legata anche al fatto che l’ha detta in una lingua che non è la sua, abbia detto quello che dice da sempre e cioè che il problema della chiesa è il clericalismo, il pensare che un ministro ordinato sia una persona completamente differente dal resto dei credenti. Il linguaggio è infelice ma il problema che solleva è reale ed enorme: il problema del fascino che la vita consacrata ha sulle persone omosessuali. È inutile che ci giriamo intorno: tra il clero la presenza di persone omosessuali è enorme. Il problema però non va affrontato dicendo sì o no ai gay nei seminari ma andando alle radici. 

Il linguaggio è infelice ma il problema che il Papa solleva è reale. Tra il clero la presenza di persone omosessuali è enorme. Il problema è che non si dice “no ai gay nei seminari” ma solo “no a chi ha onestà di ammetterlo”.

Cosa intende?

Il problema non è che ci siano sacerdoti omosessuali: io ne conosco tanti bravissimi, così come ne conosco altrettanti pessimi. Io stesso ho pensato al sacerdozio, da giovane: oggi, riguardando indietro, dico “che grazia è stato il fatto che non lo sia diventato”. Ovviamente questo vale per me, per altri sarà il contrario: ma i motivi per cui io volevo diventare prete non erano quelli “veri” di una vocazione. Io sapevo di essere omosessuale, ero cresciuto in un contesto di fede, pensavo “non mi posso sposare, non posso avere una famiglia, vabbè vado in seminario”. Il problema (lo fa anche il documento del 2005 sull’ammissione di candidati omosessuali) è che la chiesa non dice “no ai gay nei seminari” ma dice solo “no a chi ha onestà di ammetterlo”. Allora il tema non è seminaristi omosessuali sì o no, ma quello di chiedere a tutti un’onestà di fondo, l’esortare i candidati omosessuali a dire la verità prima di tutto a se stessi e poi a comunicarla agli altri, considerando con onestà se la loro vita affettiva è compatibile o no con la promessa di celibato richiesta dal sacerdozio. Questo è al fondo il problema della chiesa cattolica con l’omosessualità. Io penso che tante reazioni clericali alle aperture di Papa Francesco alle persone omosessuali siano legate proprio al fatto che è molto alta tra i sacerdoti la presenza di persone omosessuali che non hanno risolto la loro identità. Sa quale sarebbe una mossa davvero coraggiosa di papa Francesco oggi?

Quale?

Richiamare Eugen Drewermann, dare continuità alle sue riflessioni. Negli anni ‘90 era considerato uno dei più brillanti teologi tedeschi ma gli è stato tolto ogni incarico di insegnamento dopo che ha pubblicato il libro Funzionari di Dio. Psicogramma di un ideale. In sostanza il libro è un attacco deciso alla condizione clericale e tra le cose che Drewermann dice c’è che tantissime vocazioni sacerdotali si fondano su una seduzione omosessuale. La cosa può lasciare perplessi, ma se lo si legge si capisce che ha ragione.

Tante reazioni clericali alle aperture di Papa Francesco alle persone omosessuali sono legate proprio al fatto che è molto alta tra i sacerdoti la presenza di persone omosessuali che non hanno risolto la loro identità.

Che vuol dire?

L’adolescente omosessuale che non ha ancora avuto il coraggio di fare coming out con la sua omsessualità vive con disagio l’amicizia dei suoi coetanei che fanno continui apprezzamenti sessuali sulle ragazze. Si sente diverso. L’unico posto in cui si sente valorizzato per la sua differenza è la chiesa. Per molte persone omosessuali così la chiesa risulta il contesto in cui si trovano meglio, in cui quello che loro intuitivamente percepiscono come problema ma di cui non hanno magari ancora coscienza – il problema di non essere uguali agli altri – non solo non è un problema ma anzi diventa una virtù. È questa la ragione per cui sono davvero tantissime le persone omosessuali che prendono in considerazione l’idea di entrare in seminario. A 18/20/25 anni le assicuro che una persona omosessuale fa molta meno fatica di una eterosessuale a fare una scelta celibataria, perché non ha ancora davvero preso in considerazione l’idea di costruire una vita di relazione con qualcuno: hai di più l’idea che per te sarà impossibile costruire una vita di coppia e allora “tanto vale” rinunciarvi. Il problema qual è? Che se tutta questa cosa non viene fuori e resta nel mondo del non detto… fa sì che in queste persone poi si comprometta la capacità di essere equilibrati nei confronti dell’omosessualità. Ripeto, non c’è che nessun problema in un sacerdote omosessuale, se la persona è arrivata a integrare la sua omosessualità nella sua identità. Mentre chiaramente una persona che fonda la sua vocazione sul rifiuto della propria identità e per arrivare alla meta dell’ordinazione tiene nascosta una fetta tanto importante della sua vita… non può che essere un pessimo prete. Il lavoro da fare allora è quello della “parresia”, a cui tante volte Francesco ha richiamato il clero: diciamoci la verità, anche se è scomoda. 

Non c’è che nessun problema in un sacerdote omosessuale, se la persona è arrivata a integrare la sua omosessualità nella sua identità. Ma se una persona fonda la sua vocazione sul rifiuto della propria identità e per arrivare alla meta dell’ordinazione la tiene nascosta… non può che essere un pessimo prete

In conclusione, rispetto a questa espressione infelice di Francesco… che dire?

In una parola sola, da cattolico omosessuale ad altre persone che come me condividono questo cammino… Non vi preoccupate troppo di quel che dice il papa, cercate piuttosto di vivere la vostra fede e di viverla seriamente. Che però contemporaneamente vuol dire non vi preoccupate neanche di quello che dicono i vescovi e il magistero. Non preoccupatevene troppo perché, per usare le parole del cardinale Newman, il primo vicario di Dio sulla terra è la nostra coscienza. 

Foto Stefano Carofei/Sintesi


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