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Game over al bullismo con la Video game therapy

Un’innovativa metodologia di supporto clinico per sconfiggere fenomeni violenti tra i più giovani utilizza gli stessi videogiochi commerciali. A idearla lo psicologo e psicoterapeuta Francesco Bocci per il quale i videogame possono insegnare empatia, competenze sociali ed emotive all’interno di una sessione di gioco «con l’aiuto e la guida di un terapeuta»

di Antonietta Nembri

Al posto del lettino e di un’atmosfera ovattata, un joystick e una partita a Super Mario, Fifa o davanti a un Arcade. Sono questi gli strumenti della Video Game Therapy – Vgt che in un percorso condiviso con uno psicoterapeuta, facilita la sconfitta del bullismo. A ideare questa nuova modalità Francesco Bocci, psicologo e psicoterapeuta che spiega: «Un bullo non diventa tale per la violenza vissuta ed appresa nei videogiochi, film o libri, ma ci sono dinamiche familiari di trascuratezza e vissuti traumatici ed abbandonici importanti alle spalle. Attraverso una linea di dialogo comune attraverso il prodotto videogioco, il ragazzo può invece trovare una modalità di immedesimazione tramite il Flow (il flusso-ndr), tale da riuscire a liberarsi, con l’aiuto e la guida di un terapeuta, durante la sessione di gioco, di quelle emozioni “da bullo” come la rabbia, la vergogna, l’odio, e soprattutto il vissuto di impotenza e poter dare quindi di conseguenza ad esse una connotazione e collocazione diversa, rispetto all’agito impulsivo che avviene nella realtà quotidiana contro i più deboli».

Il bullismo è una vera e propria emergenza educativa sia per chi lo subisce, sia per chi vi assiste. Secondo i dati del ministero – illustra una nota – circa il 25% dei ragazzi ha subito episodi di bullismo. Per sconfiggerlo occorre mettere in campo tutti i mezzi e uno dei più innovativi è la Video Game Therapy che sfrutta lo scenario immaginario dei videogames, concretizzato visivamente e in cui il ragazzo può esprimere gli aspetti salienti di sé in assoluta libertà e con meno difese rispetto al ricorso esclusivo al dialogo, grazie alle proprietà immersive del videogioco che rendono l’esperienza ludica particolarmente spontanea.

«Giocando si attiva il flow, il flusso di coscienza favorito dalla dimensione immersiva che attiva anche la memoria, lavora sull’emisfero sinistro che permette di sentirsi padroni, cioè capaci di controllare», illustra Bocci (nella foto). «È un momento in cui il nostro corpo e la nostra mente sono in equilibrio rispetto a situazioni esterne e tutto ciò permette di contenere l’emotività, controllare la parte di sé più legata alle emozioni. Mentre gioco parto da un contenimento emotivo e attivo il flow». La Vgt nasce da un’idea dello stesso Bocci nel 2019, ma la risposta al metodo è arrivata soprattutto durante e dopo la pandemia. Del resto Bocci fin dai primi anni dopo la laurea sviluppa un interesse per la psicologia del digitale e della psicologia dei videogiochi. Ed è in tale contesto che ha ideato, seguito poi da un gruppo di professionisti, l’approccio della Video Game Therapy. Tuttavia il videogioco fatica a essere riconosciuto come uno strumento potenzialmente riparativo da utilizzare in ambito clinico.

Va osservato che i videogames in ambito clinico sono impiegati nella riabilitazione delle funzioni cognitive (attenzione, problem solving, memoria) in tutte le fasce d’età (infanzia, adolescenza, adulti, anziani). «Possono essere utilizzati a fini terapeutici sia videogiochi già presenti in commercio, sia titoli sviluppati ad hoc» osserva Bocci che ricorda come nel giugno del 2020 la Food and Drug Administration-Fda «ha approvato l’uso di un videogame in qualità di primo trattamento di medicina digitale. Endeavor rX è un videogioco che può essere prescritto come trattamento per l’ADhD (disturbo da deficit dell’attenzione/iperattività) in età pediatrica (8-12 anni)».

L’immedesimazione con l’avatar e con la storia, comunque, non è mai passiva. Online il minore si sente libero di essere chi nella vita quotidiana deve ancora mascherare, per ragioni di accettabilità sociale e quindi di vergogna e può ricreare, a partire dall’agire nella “fiaba” del videogioco, una propria storia. L’anonimato garantito dal gioco può portare il gamer a esprimersi in atteggiamenti di violenza, e di liberare emozioni di rabbia, odio, tristezza, estasi, piacere, sicurezza, appartenenza e molte altre, ma è anche vero che i videogame consentono alle persone di confrontarsi con situazioni di sfida, di competere e cooperare insieme e di confrontarsi con altri gamers. «Il gioco nella Vgt è guidato e assistito aiutando così il ragazzo a far emergere emozioni, si può anche lavorare con l’aiuto dello psicologo e dello psicoterapeuta su skill» continua Bocci. Che sottolinea come vadano bene tutti i giochi. «ogni videogame ha una funzione specifica. Bisogna capire qual è la storia che va bene a quel ragazzo. Per esempio se devi aiutare a sviluppare attenzione può andare bene Tetris, ci sono poi giochi narrativi che fanno entrare in una storia. Per esempio un videogioco di guerra può aiutare a far scoprire dinamiche di cooperazione».

Ed è compito del terapeuta utilizzare i contenuti della storia per «operare un processo di “trasformazione” e “terapeutico”, partendo dalla sua soggettività ma soprattutto dal suo “limite”. Sarebbe molto riduttivo ridurre il therapeutic gaming al suo utilizzo solo per allenare delle skill o come elemento distrattivo e di evasione o di semplice “fare” qualcosa.

Il “fare” “giocando” nella relazione permette così al terapeuta e al paziente gamer, alla diade terapeutica, di “immaginare”, di “essere e rimanere fluido” nella relazione, di far rivivere proiezioni e identificazioni, come anche vissuti emotivi, traumi passati, ricordi d’infanzia, senza rimanere incastrati in essi» illustra Bocci. La Vgt è ancora poco conosciuta in Italia mentre «a Ginevra, in Svizzera, viene utilizzata nei consultori psichiatrici, anche in Francia si usano i videogiochi con adulti e anziani. Possiamo parlare di un’evoluzione digitale della terapia che recupera la parte ludica per creare, attivare processi interni alla persona come fa la Video Game Therapy» conclude Bocci.

In apertura foto di Morgan Basham – da ufficio stampa


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