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Il diario della settimana

Alcune persone sono scappate di fronte all’eventualità di una guerra civile e un Paese vicino le ha accolte. Ora le aiuta a rimpatriare. di Giuseppe Colavero, presidente della Caritas di Otranto

di Giuseppe Colavero

Al di là di tante facili demagogie di destra e di sinistra, il rimpatrio assistito degli albanesi promosso dal governo italiano è in sé un gesto positivo. Alcune persone sono scappate di fronte all?eventualità di una guerra civile e un Paese vicino le ha accolte. Ora le aiuta a rimpatriare. Sono critico però rispetto alle modalità con le quali questo rimpatrio potrebbe avvenire. Non credo che sia una questione di ordine pubblico. In questi cinque mesi il volontariato e le comunità religiose si sono fatte carico dell?emergenza profughi; oggi dovrebbero poter assumersi il compito di umanizzare il rientro degli albanesi individuando dei progetti di lavoro che favoriscano il reinserimento di chi vuole tornare in modo dignitoso. L?incentivo di 300 mila lire non serve di certo. Non si pensi che albanese significhi ?privo del dono dell?intelletto?. Gli albanesi sono persone normali che sanno fare ricorso all?immaginazione per migliorare la propria vita. E non sono criminali: i campi profughi si sono svuotati non perché gli albanesi si siano dati alla macchia, ma perché, costretti all?assistenzialismo per mesi, senza la possibilità né di lavorare né di muoversi, si sono decisi a realizzare il loro sogno di una vita diversa. Così ognuno se n?è andato, chi presso parenti e amici, chi dove trovava lavoro o un alloggio. Ma non è vero che si sono dati alla clandestinità. E poi il governo italiano fa la voce grossa perché deve dimostrare all?Europa di sapersi attenere al patto di Schengen, che prevede dall?autunno l?apertura delle frontiere. Deve mostrare di saper fermare i flussi dell?immigrazione clandestina, mentre lavora per costruire un rapporto di cooperazione con l?Albania. La legge sull?immigrazione che sta per essere discussa ne è la prova. Per la prima volta il governo non vuole considerare l?immigrazione un fenomeno di emergenza, ma un elemento strutturale della nostra società. Certo che dopo il 31 agosto il rischio di creare un?esercito di sfollati albanesi, profughi in patria, è reale. Molti non sono in grado di tornare nelle città di origine, perché hanno paura o perché hanno perso tutto. Bisognerebbe favorire il reinsediamento degli albanesi, con progetti di formazione professionale. Noi dell?associazione Agimi (in albanese Alba) abbiamo sempre detto: «Aiutiamoli a non partire dall?Albania». Rimanere in patria non dev?essere fonte di angoscia e disperazione. Solo allora potrà esservi vera cooperazione fra popoli. Aiutamoli a ripartire, ma anche a rimanere in Albania.


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