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Il lavoro si crea cos

Il numero degli occupati continua a diminuire: lo dice l’Istat. Carlo Borgomeo e Pino Cova, presidenti di due agenzie per il lavoro accusano e propongono: «Cambiare presto le regole del gioco. Chiuder

di Gabriella Meroni

Gli indicatori Istat del lavoro nelle grandi imprese dell?industria e dei servizi continuano a sfornare cifre precedute dal segno meno. A novembre 1997 gli indicatori hanno registrato un preoccupante meno 2,2 rispetto allo stesso mese del 1996, e ancora un segno meno caratterizza l?andamento dell?occupazione nel settore dei servizi. Dati che contribuiranno probabilmente a far crescere la percentuale di disoccupati nel nostro Paese sino al 12,5% nel 1997. Dopo aver dato voce ai disoccupati nel numero scorso, questa settimana proviamo a chiederci cosa si può fare, come si può uscire dalle secche delle interminabili discussioni sulle 35 ore o sull?Iri 2. Per capire quali sono le proposte percorribili e le possibili soluzioni al problema del lavoro in Italia abbiamo chiesto aiuto a chi ogni giorno mette in campo iniziative che creano lavoro, quello vero. Non ancora cinquantenni, l?uno con lo sguardo rivolto alle grandi aree industrializzate del Nord e l?altro proiettato verso un Sud il cui tasso di disoccupazione è più del doppio di quello medio nazionale, Pino Cova e Carlo Borgomeo hanno delineato per noi un?analisi della realtà italiana. Il primo dirige Obiettivo Lavoro, società per la fornitura di lavoro temporaneo, il secondo è presidente della Ig, Società per l?imprenditorialità giovanile che in questi anni ha creato circa 800 imprese giovanili al Sud e che da un anno gestisce i prestiti d?onore. Su un punto Cova e Borgomeo concordano: per il lavoro il governo italiano non sta facendo abbastanza. «Il lavoro interinale è stato presentato come una delle soluzioni al problema della disoccupazione», dice Pino Cova, «addirittura dal lavoro in affitto ci si attendono 200 mila nuovi posti solo nel 1998. Ma ad otto mesi dall?entrata in vigore della legge possiamo lavorare solo con il 10% del mercato italiano. E la colpa di chi è? Del ministero del Lavoro, dei sindacati e di confindustria. Dal luglio ?97 hanno inserito la possibilità del lavoro interinale solo in 3 contratti su 455. È una presa in giro». Contro la scarsità di iniziative punta il dito anche Borgomeo. «Bisogna essere rapidi nel cambiare le regole del gioco», dice. «Non è possibile ritardare il mutamento di regole consolidate, soprattutto in termini di garanzie, per adeguarsi a un lavoro che continua a cambiare. Sembrano ovvietà, eppure ogni volta che qualcuno si permette di avanzare una proposta operativa si alza un?ondata di scetticismo. So bene che nessuna misura è risolutiva, ma se non si fa mai niente…». Un richiamo ad agire che si dettaglia in una serie di proposte concrete e urgenti. «Innanzitutto tre», precisa Borgomeo. «La prima: sviluppare l?educazione dei giovani finalizzandola all?occupazione. Piegare la scuola alle esigenze del mondo del lavoro, introducendo l?idea che esiste anche il lavoro autonomo e non solo il posto fisso. È un percorso da effettuare anche a livello famigliare: oggi un padre esorta ancora il figlio a ?sistemarsi? per tutta la vita. Errore: questo non è più così facile, né possibile. Secondo», prosegue il presidente dell?Ig, «togliere qualche garanzia a chi già lavora per darla a chi il lavoro non ce l?ha. Siamo il Paese al mondo con gli occupati più tutelati, quindi accade che le aziende ci pensino cento volte prima di assumere qualcuno perché sanno che poi non lo potranno più licenziare». «Flessibilità e semplicità», chiosa, sintetizzando, Pino Cova. «Sono le stesse parole d?ordine che servirebbero a un settore come il nostro che fa delle assunzioni a tempo la sua missione. Invece siamo penalizzati: per contratti di due o tre giorni abbiamo gli stessi obblighi di chi assume a tempo indeterminato. Il lavoratore deve presentare una decina di documenti, noi siamo costretti a inviare due raccomandate all?ufficio di collocamento, all?inizio e alla fine del rapporto di lavoro… l?agenzia passa il tempo tra montagne di carta, e il lavoratore si scoraggia. Se è vero che da noi vi aspettate tanti posti di lavoro, lasciateci lavorare…». Formazione, riequilibrio delle garanzie, semplicità e flessibilità nelle procedure così come nei nuovi posti di lavoro, non più concepiti eterni e immutabili nel tempo. Se queste sono le misure più urgenti da attuare a livello nazionale, è anche vero che l?Italia non è tutta uguale. Anzi. Il Sud e il Nord sono realtà diverse che attendono soluzioni diverse. «È un equivoco considerare il lavoro in affitto come la soluzione per i disoccupati del Sud», spiega Pino Cova. «Il lavoro interinale funziona dove esistono già gli occupati e il mercato del lavoro ha un minimo di vivacità. Altrimenti dove si collocherebbero i lavoratori a tempo? Non certo nel deserto. Il lavoro interinale, insomma, è una misura utile ai disoccupati del Nord, di cui spesso non si parla ma che pure esistono». E per i disoccupati del Sud, invece? Quali prospettive si aprono per chi è iscritto al collocamento magari da vent?anni senza aver mai lavorato un?ora della sua vita? «Ecco il terzo gruppo di misure che vorrei lanciare», riprende Carlo Borgomeo. «Chiudere gli uffici di collocamento. Incoraggiare la microimpresa e l?impresa sociale. Ridurre i lavori socialmente utili e incrementare gli incentivi a chi si mette in proprio». Una serie di provvedimenti in cui l?Ig è schierata in prima linea. Ma in cui è previsto anche il contributo dello stato. «E di chi altro, se no?», ribatte Borgomeo. «So che c?è ancora qualcuno che pensa che lo stato non debba intervenire in nessun modo, lasciando mano libera. Ma scherziamo? Lo stato deve muoversi, intervenire, magari cominciando con l?applicare le centinaia di leggi a sostegno dell?occupazione. Non si può più rimanere a guardare o, peggio, discutere di precedenze». E le misure di cui più si sta discutendo, 35 ore, minimo vitale: come la mettiamo? Borgomeo ha le idee chiare: «Le 35 ore sono un provvedimento che si deve sperimentare prima di giudicarlo. Il minimo vitale, invece, non mi convince proprio. Renderebbe soltanto più confuso il panorama. Con tutto il sommerso che c?è in Italia, chissà quanti non uscirebbero allo scoperto per paura di perdere il sussidio. E allo stato attuale non possiamo proprio permettercelo».


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