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Il Mam. Visitiamolo insieme.La città aperta

Cinquant'anni fa Adriano Olivetti tentava a Ivrea di dare corpo a un’idea diversa di forma urbana.

di Olivia Rabbi

Si chiama Mam e significa Museo dell?architettura moderna. Ma non immaginatevi sale, bacheche, piante, rilievi, modellini e quant?altro. Questo è un museo molto speciale, perché tutto all?aria aperta. Si snoda per due chilometri, a Ivrea, lungo la via Jervis. Del resto non poteva che essere così, aperto in tutti i sensi, un museo che vuole documentare l?avventura umana e culturale di Adriano Olivetti, l?imprenditore simbolo dell?Italia del boom, colui che mise in pratica un modello di sviluppo in cui il profitto non andava mai disgiunto dall?attenzione al contesto sociale. «Una sorta di precursore della ?business ethics?», lo definisce il filosofo Sebastiano Maffettone. Intellettuale eclettico o meglio poliedrico, Olivetti è stato, anche, l?infaticabile promotore di una progettualità cosciente e pragmatica che, proprio nel campo del design, dell?architettura e dell?urbanistica, ha fatto di Ivrea il manifesto fisico del Novecento in Italia e non solo. Il risultato visibile ancor oggi è il Mam, un museo composto oggi da circa 200 edifici, con varie funzioni, pubbliche e private: capannoni industriali, uffici e strutture per servizi sociali ma anche chiese e quartieri residenziali popolari, realizzati a partire dagli anni 30. Tutti progetti affidati al meglio dell?architettura italiana di quei decenni (ed erano anni in cui l?architettura italiana era la più ammirata e imitata al mondo). Ecco qualche nome, tanto per farsi un?idea: Luigi Figini e Gino Pollini, Bbpr, Ignazio Gardella, Mario Ridolfi, Marcello Nizzoli e Gian Mario Olivieri, Gino Valle, Roberto Gabetti e Aimaro d?Isola ed Eduardo Vittoria. A iniziare questo intervento sulla cittadina canavese fu Camillo Olivetti, il capostipite (1868-1943). Ma fu con Adriano (1901-1960) che Ivrea diventò un modello irripetibile di comunità industriale. Lui unì la politica di industriale illuminato del padre alle istanze sociali, che superavano i muri della fabbrica e coinvolgevano l?intera comunità che attorno alla fabbrica viveva. Bellissima la testimonianza di Franco Ferrarotti, il sociologo cresciuto alla scuola di Olivetti e che restò al suo fianco per 12 anni: «Olivetti coglieva a colpo d?occhio, nel territorio, gli spazi dedicati alla vita, le geometrie che consentivano il passaggio e il respiro. In ciò simile agli scalpellini medievali che lavoravano, anonimi e instancabili, per secoli alle cattedrali. Olivetti sentiva cantare le pietre, comprendeva la musica concettuale delle costruzioni che nascono come alberi dal terreno, per umanizzarlo e renderlo armoniosamente abitabile». Olivetti voleva umanizzare lo spazio sostituendo gli orrendi casamenti che andavano riempiendo le periferie delle città italiane, con la bellezza funzionale delle case operaie. Indovinava i problemi del territorio, e non si limitava a predicare riforme sociale, ma era immediatamente operativo. Per questo il Mam è la testimonianza più bella e più tangibile dello spirito olivettiano. è molto presente, naturalmente, l?idea di comunità, che era alla base della sua filosofia e che era anche il nome della sua celebre rivista. Olivetti cercò sempre di contrastare una logica privatistica della città, come scrisse una volta in questa lettera al suo amico urbanista inglese Lewis Mumford: «Vi siete resi conto, inconsapevolmente, come gli standard per un ampio spazio privato si basassero sull?assunto che la campagna si sarebbe sempre più allontanata dal cittadino. In effetti il principio della città giardino cambia questo dato di fatto. Se viene assicurato l?accesso permanente alla campagna, e se questo accesso è abbastanza prossimo, non si ha bisogno di dipendere così strettamente dal giardino privato per soddisfare il bisogno di una persona di essere vicina a cose che crescono». Cosa resta oggi di questo patrimonio di Olivetti? Carlo Olmo, docente della facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, tra i più autorevoli studiosi dell?industriale di Ivrea, non lascia spazio a illusioni: «Queste riflessioni sull?integrazione tra industria e territorio sono difficilmente proponibili oggi, in particolare se pensiamo a contesti extraeuropei». Ma un?eredità attualizzabile Olivetti l?ha lasciata, secondo Olmo: «è il saper guardare alla formazione dei gruppi dirigenti con un occhio attento alle nuove generazioni. Olivetti ha saputo individuare, far lavorare, lasciando loro grande autonomia, architetti e sociologi, economisti, letterati, urbanisti, che nel momento in cui furono chiamati a Ivrea erano poco più che giovani laureati e che poi hanno lasciato un segno profondo nella cultura italiana». Info: per visitare il Mam, tutte le informazioni al sito www.comune.ivrea.to.it/italiano/culturis/Museo/ Vengono organizzate anche visite guidate. Come documentazione: Costruire la città dell?uomo. Adriano Olivetti e l?urbanistica. Contiene scritti di autori vari ed è curato da Carlo Olmo per le Edizioni di Comunità, (281 pp., 30,99 euro)


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