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Intervista a Silvestro Montanaro. Povera tv, solo di comici e fantasmi

Televisione. La sua è una delle poche trasmissioni di informazione che resistono. Ma anche per l’ideatore di C’era una volta la vita è sempre più dura.

di Emanuela Citterio

Oggi cosa danno in televisione? Ovvero: l?informazione che passa dalla scatola aiuta ancora a capire ciò che sta accadendo nel mondo? Silvestro Montanaro è stato uno dei primi giornalisti a spiegare in tv cos?è il debito estero dei Paesi poveri. Ha raccontato la guerra in Sudan, il traffico di diamanti, armi e petrolio che alimenta i focolai dell?Africa, lo sfruttamento di donne e bambini nelle metropoli asiatiche e latinoamericane. Conflitti e situazioni di cui si sa poco o niente, che ha portato sugli schermi con un giornalismo a metà strada fra l?inchiesta e il reportage. C?era una volta, il programma di Montanaro con documentari da varie parti del mondo, va in onda dal 99 su Rai3, ore 23. 30. La nuova edizione, iniziata a novembre, è dedicata all?Africa. Vita: Riesci a tenere alzate migliaia di persone per un approfondimento sull?Africa in un periodo dominato dai talk show e dai giochi a premi. Ti senti una mosca bianca? Silvestro Montanaro: Noi proviamo a fare del nostro. Di certo il quadro dei palinsesti, sia pubblici che privati, è desolante. E lo dico con la convinzione che la televisione debba essere fatta soprattutto di intrattenimento. Vita: Cosa manca? Montanaro: Un?informazione capace di traghettare questo Paese e la sua opinione pubblica su un terreno di nuova cittadinanza globale. Stiamo conoscendo il mondo solo attraverso la notizia delle sue sciagure, ma delle ragioni delle sciagure sappiamo molto poco. Ha vinto l?approccio basato sull??umanitario?, sui sentimenti. Mentre il mondo esplode di problemi, viene data un?informazione che fa morire la gente di paura e angoscia, ma un racconto critico all?altezza dei tempi, che dovrebbe far parte del flusso quotidiano dell?informazione, manca quasi del tutto. O almeno, qualche tentativo c?è stato ma è subito naufragato. Vita: Ti riferisci a un programma in particolare? Montanaro: Penso soprattutto all?esperienza del Tg1 diretto da Gad Lerner. Il tentativo non è andato avanti e ora ci troviamo con un?informazione provinciale, divisa ancora tra interni ed esteri, che non dà conto delle dinamiche globali che ormai riguardano la nostra vita quotidiana. Ma in Rai ci sono anche altre assenze: non si fa più Sciuscià, il Tg2 dossier, non vedo più Frontiere? e quel che preoccupa è che queste trasmissioni di inchiesta non sono state in qualche modo sostituite da nuove nascite, nell?abituale ricambio dei linguaggi e delle formule televisive. Vita: Qualche presenza? Montanaro: Report (il programma inchiesta di Milena Gabanelli su Rai3, ndr) e qualche bravo collega di Terra! (il programma di approfondimento del Tg5 a cura di Toni Capuozzo, ndr). E poi bravi giornalisti sparsi in diversi Tg. Vita: Entrambe trasmissioni che registrano ascolti alti, come la tua? Montanaro: C?è una forte attenzione e richiesta da parte del telespettatore di approfondimenti. Non è vero che il pubblico italiano è disattento, anzi vorrebbe essere informato. Oggi il mondo entra nella vita quotidiana sin dal momento in cui vai a fare la spesa. Ma le decisioni che avvengono nei grandi centri di potere, chi le illustra in modo decente? Manca chi ha il coraggio di farlo. E anche la volontà editoriale di farlo. Le voci libere vivono una stagione molto grama. Vita: Come giudichi il ?caso Guzzanti?? Montanaro: Luttazzi e la Guzzanti sono due bravissimi comici. Ma è triste che debbano supplire quello che l?informazione non fa, inevitabilmente scadendo. Nel momento in cui ci si mette a fare giornalismo, bisogna rispettarne le regole. Se dai del cialtrone a qualcuno, devi dargli la possibilità di replicare. Questi casi sono il segnale che qualcosa si è inceppato nel meccanismo dell?informazione. La Rai come azienda culturale del Paese è stata massacrata. Oltre ai casi eclatanti di Biagi e Santoro, c?è anche quello sconosciuto di Jean Leonard Tuadì, conduttore di Un mondo a colori, che a settembre si è visto improvvisamente chiudere la trasmissione senza nessun?altra alternativa in Rai. Vita: Torniamo al tuo viaggio per continenti. Perché insistere sull?Africa? Montanaro: Rispondo con un esempio. Speculare al Golfo Persico c?è un altro golfo ?energetico? di cui nessuno parla, il Golfo di Guinea. Non a caso insanguinato da una decina d?anni da guerre e guerricciuole. Noi siamo andati a vedere in che modo petrolio e gas hanno sconvolto Paesi tranquilli fino a pochi anni fa. Proveremo a raccontare le ragioni economiche di questi conflitti. E magari questo servirà anche a spiegare un po? ciò che sta capitando in Paesi come l?Iraq o l?Afghanistan, che invece sono al centro del flusso dell?informazione. Inaspettatamente ciò che sta accadendo in zone ritenute ?non calde? offre l?occasione di una lettura più complessa e articolata. Vita: Quali sono le tue fonti? Montanaro: Odio parlare di fonti alternative. Quelle del giornalismo sono sempre le stesse. Basta non chiamare quello che ti dà le veline ma andare direttamente sul posto. Nei Paesi in cui andiamo possiamo contare su bravi colleghi, poi c?è il mondo dei missionari e quello delle ong superstiti. Per il resto leggiamo molto e viaggiamo su Internet. Vita: Come si realizza un reportage di C?era una volta? Montanaro: Con pochissimi mezzi: tre persone, me compreso, e un tempo di permanenza di 15 giorni per le riprese. Lo dico senza alcuna voglia di vanto, piuttosto con rabbia. Si tratta di un modulo di realizzazione assolutamente improbabile. In qualsiasi Paese un documentario su reti nazionali dispone di un budget cinque volte superiore e prevede almeno sei mesi di permanenza. Lo sforzo di volontà e la passione non possono supplire la poca attenzione che la televisione di oggi riserva al documentario. Prima, C?era una volta era una fabbrica che durava tutto l?anno. Ora siamo ridotti a 10 puntate ed è quasi un obbligo morale fare tutto internamente per giustificare i contratti dei collaboratori.


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