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Cooperazione internazionale, Meloni non sbagli nome

25 Ottobre Ott 2022 1204 25 ottobre 2022

Affidare la delega di viceministro alla cooperazione internazionale a un alto dirigente di un’ong non sarebbe solo un segnale di visione e indipendenza, ma sarebbe anche un potentissimo segnale di pace. Ne avremmo un gran bisogno

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Farnesina
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Affidare la delega di viceministro alla cooperazione internazionale a un alto dirigente di un’ong non sarebbe solo un segnale di visione e indipendenza, ma sarebbe anche un potentissimo segnale di pace. Ne avremmo un gran bisogno

Messa in campo la squadra di Governo, in queste ore si sta giocando la partita per assegnare una quarantina di posti fra sottosegretari e viceministri. C’è una casella che in una fase geopolitica così fragile assumerà un’importanza probabilmente mai avuto sinora: quella del viceministro per la cooperazione internazionale (carica prevista per legge). Non sorprendono dunque gli appetiti dei soci di maggioranza del Governo Meloni. In primis quelli di Forza Italia, che però con Antonio Tajani già esprime il titolare della Farnesina. Secondo un’indiscrezione raccolta dal quotidiano “Il Domani” che parla di tensioni fortissime all’interno del gruppo dirigente azzurro Silvio Berlusconi in prima persona vorrebbe dare il ruolo di viceministro con delega alla Cooperazione al ronzulliano Valentino Valentini, l'ufficiale di collegamento con Vladimir Putin che non è stato rieletto in Parlamento. Se così fosse, sarebbe una scelta davvero pessima.

Nino Sergi, presidente emerito di Intersos e policy advisor di link 2007 su queste colonne qualche giorno fa indicava come «nel mondo della cooperazione non governativa (talvolta l’unica a portare la responsabilità di rappresentare la nostra nazione in contesti lontani) ci sono capacità, conoscenze, competenze maturate in anni di lavoro e in esperienze di alto profilo istituzionale».

Un nome? Domani al Maxxi di Roma l’organizzazione non governativa Avsi festeggerà i suoi 50 anni (è prevista la presenza anche del ministro Tajani). Il direttore generale dell’ong Giampaolo Silvestri rappresenta certamente un profilo tecnico condiviso dal mondo della cooperazione allo sviluppo e al contempo non è etichettabile politicamente. Silvestri oltre a conoscere molto bene il continente africano, nostro bacino di intervento più prossimo a livello di cooperazione, in questi anni ha avuto il merito, insieme ad altri "pionieri", di scommettere su un nuovo paradigma di cooperazione internazionale capace di coinvolgere e dialogare fattivamente con il mondo dell’impresa for profit nell’ottica indicata dalla legge 125 del 2014.

La decisione naturalmente spetta innanzitutto al presidente del consiglio Giorgia Meloni. Silvestri è senz’altro un profilo da prendere in considerazione, non certamente il solo. Fondamentale però è che la Meloni rispetti le indicazione che lei stessa ha espresso in una recente intervista con Vita: «I volontari e gli operatori del Terzo Settore non possono e non devono essere chiamati solo quando c’è da intervenire per affrontare catastrofi naturali, pandemie o coprire i troppi buchi di quell’assistenza socio-sanitaria che le istituzioni non riescono ad assicurare. Deve essere garantita pari dignità tra pubblico e privato sociale, coinvolgendo pienamente gli enti del Terzo Settore nei tavoli di coprogrammazione e coprogettazione. Solo così si possono promuovere modelli di sviluppo sostenibile basati sul protagonismo e sull’autodeterminazione delle comunità territoriali».

Affidare la delega alla cooperazione internazionale a un alto dirigente di un’ong non sarebbe solo un segnale di visione e indipendenza, ma sarebbe anche un potentissimo segnale di pace. Ne avremmo un gran bisogno.


Foto: Agenzia Sintesi

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