Midterm

Voto negli Usa: non è solo più l'economia

10 Novembre Nov 2022 1305 10 novembre 2022

Con un’inflazione record ai massimi da 40 anni, prezzi dei carburanti alle stelle e una crisi senza precedenti della cosiddetta classe media, tutto indicava che avrebbe dovuto vincere facile l'onda rossa. Invece è evidente che una buona parte degli elettori, un po’ ovunque nel mondo democratico di oggi, non si attengano più come in passato alla celebre frase di Bill Clinton, “è l’economia, stupido”, che ben fotografò la vittoria del democratico contro Bush padre, nel 1992

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Con un’inflazione record ai massimi da 40 anni, prezzi dei carburanti alle stelle e una crisi senza precedenti della cosiddetta classe media, tutto indicava che avrebbe dovuto vincere facile l'onda rossa. Invece è evidente che una buona parte degli elettori, un po’ ovunque nel mondo democratico di oggi, non si attengano più come in passato alla celebre frase di Bill Clinton, “è l’economia, stupido”, che ben fotografò la vittoria del democratico contro Bush padre, nel 1992

Con un'inflazione in aumento, la peggiore ondata di criminalità degli ultimi decenni e il tasso di approvazione di Joe Biden al 41 percento, quasi tutti i sondaggi e gli analisti avevano previsto che le midterm di martedì negli Stati Uniti sarebbero state un bagno di sangue per i Democratici.

Non è stato neanche lontanamente così e l'onda rossa che i repubblicani speravano non è arrivata affatto. Mentre i risultati via posta stanno ancora arrivando con una lentezza indegna per quella che dovrebbe essere la nazione più tecnologicamente avanzata, sembra che i repubblicani conquisteranno per un soffio la Camera mentre al Senato si dovrà aspettare il ballottaggio di dicembre della Georgia e, dovesse finire 50 a 50, i democratici manterrebbero la maggioranza grazie al voto di Minerva della vicepresidente Kamala Harris.

In linea generale il voto americano dell’altroieri ha evidenziato tre cose.

La prima. È evidente e sotto gli occhi di tutti che il sistema elettorale statunitense fa acqua da tutte le parti. Mentre in Brasile, da dove scrivo, poche ore dopo lo scrutinio del 30 ottobre scorso erano già noti tutti i risultati (ma il discorso vale un po’ ovunque nel mondo) a 48 ore dalle midterm nessuno sa chi avrà la maggioranza, non solo al Senato ma alla Camera, dovendo ancora arrivare il voto postale in Arizona e altri stati. Assurdo anche che alcuni stati, come il caso della già citata Georgia, abbiano regole elettorali diverse dal resto, costringendo gli USA ad una attesa di settimane, quando non di mesi se ci saranno ricorsi.

La seconda evidenza è che l'economia, almeno per come l’abbiamo intesa sinora nelle democrazie occidentali, non più così decisiva nelle scelte dell’elettorato. Con un’inflazione record ai massimi da 40 anni, prezzi dei carburanti alle stelle e una crisi senza precedenti della cosiddetta classe media, tutto indicava che avrebbe dovuto vincere facile l'onda rossa del GOP, l’acronimo usato per i repubblicani. Invece così non è stato, così come una decina di giorni prima non era stato sufficiente in Brasile a Bolsonaro, nonostante la buona performance economica.

È evidente che una buona parte degli elettori, un po’ ovunque nel mondo democratico di oggi, vogliano altro rispetto ai modelli incarnati dai vari Trump e Bolsonaro e, per questo, non si attengano più come in passato alla celebre frase di Bill Clinton, “è l’economia, stupido”, che fotografò bene la vittoria del democratico contro Bush, nel 1992. Più difficile, nella pratica, comprendere oggi cosa vogliano di preciso gli elettori, sicuramente più stato sociale e un capitalismo dal volto umano, anche se è arduo per i politici, statunitensi e non, non solo capire ma anche implementare poi tali politiche.

La terza cosa, forse la più lampante e su cui si sono spesi fiumi di inchiostro, è che oggi gli Stati Uniti sono un paese nettamente diviso in due e polarizzato come forse non si vedeva dalla guerra di secessione di 160 anni fa. Chiunque governerà il paese nel 2024, per dirla alla Papa Francesco, dovrà affrettarsi a “costruire ponti” più che a innalzare muri.

Oltre a queste tre considerazioni generali, sono emersi altri elementi interessanti dal voto americano, soprattutto dal punto di vista sociale. Il primo è che anche stati tradizionalmente repubblicani come il Maryland ed il Missouri, l’altroieri hanno approvano la legalizzazione della marijuana a scopo ricreativo.

Assistiamo dunque ad un movimento graduale a sostegno della legalizzazione anche nelle zone più conservatrici degli Stati Uniti e, ad oggi, sale dunque a 21 il numero degli stati che negli Usa hanno autorizzato l'uso ricreativo della cannabis."Un numero crescente di elettori riconosce che la riforma della cannabis legale è nell'interesse della salute e della sicurezza pubblica, della riforma della giustizia penale, dell'uguaglianza sociale e della libertà personale", ha dichiarato in un comunicato Toi Hutchinson, presidente e amministratore delegato del Marijuana Policy Project. "Le vittorie della legalizzazione a livello statale sono ciò che serve per andare avanti a livello federale”.

Il secondo è la rottura di alcuni tabù. Per la prima volta, infatti, ci sarà un membro della generazione Z - nato cioè tra il 1996 e il 2012 - al Congresso, si tratta del democratico Maxwell Alejandro Frost. Lo Stato del Massachusetts, inoltre, sarà il primo ad avere una governatrice dichiaratamente lesbica, la democratica Maura Healey. Inoltre l'Oklahoma sarà rappresentato da un senatore indigeno nativo americano per la prima volta da quasi 100 anni, il repubblicano Markwayne Mullin, mentre il democratico Wes Moore diventerà il primo governatore nero del Maryland.

Tutti segnali che fanno ben sperare e che ci descrivono un’America che cambia anche se non è ancora chiaro verso dove, vista la polarizzazione sempre più marcata tra repubblicani e democratici.

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