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Perù: il massacro di Juliaca

11 Gennaio Gen 2023 1032 11 gennaio 2023

Il paese andino sta vivendo per l'ennesima volta giornate tragiche dopo che l'altoieri 17 manifestanti sono stati uccisi e un poliziotto bruciato vivo. "Situazione molto complicata" conferma a VITA Padre Manolo Cayo, ispettore provinciale dei Salesiani che nel paese sono presenti in forza. Il sospetto è che parte delle vittime, almeno 9, siano state uccise da proiettili dum-dum. Sabato grande manifestazione a Lima mentre la presidente Dina Boluarte da ieri è indagata dalla Procura Nazionale per genocidio, omicidio qualificato e lesioni gravi. Qualche ora fa il suo governo è sopravvissuto per 7 voti ad una mozione di sfiducia presentata in Parlamento

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Il paese andino sta vivendo per l'ennesima volta giornate tragiche dopo che l'altoieri 17 manifestanti sono stati uccisi e un poliziotto bruciato vivo. "Situazione molto complicata" conferma a VITA Padre Manolo Cayo, ispettore provinciale dei Salesiani che nel paese sono presenti in forza. Il sospetto è che parte delle vittime, almeno 9, siano state uccise da proiettili dum-dum. Sabato grande manifestazione a Lima mentre la presidente Dina Boluarte da ieri è indagata dalla Procura Nazionale per genocidio, omicidio qualificato e lesioni gravi. Qualche ora fa il suo governo è sopravvissuto per 7 voti ad una mozione di sfiducia presentata in Parlamento

Ad oltre un mese dal tentativo di colpo di stato dell’ex presidente Pedro Castillo, sostituito dalla vicepresidente Dina Boluarte, la situazione in Perù è “molto complicata”, spiega a VITA Padre Manolo Cayo, l'ispettore provinciale dei Salesiani nel paese andino. Lo avevamo intervistato un mese fa, dopo i primi morti vittime degli scontri tra manifestanti pro Castillo e le forze di polizia e, già all’epoca, aveva allertato che "senza una riforma politica e modifiche strutturali, le cose qui non miglioreranno”.

Da allora, purtroppo, le cose sono peggiorate, soprattutto da lunedì scorso, quando 18 persone sono morte nei pressi dell’aeroporto di Juliaca, città di 280mila abitanti nella regione meridionale di Puno, vicino al lago Titicaca. La giornata in assoluto più violenta da quando in Perù sono iniziate le proteste che chiedono le dimissioni della Boluarte, la chiusura del Parlamento ed elezioni immediate. Molti dei manifestanti invocano anche il cambiamento della Costituzione vigente, che è ancora quella dell’ex presidente/dittatore Alberto Fujimori, in carcere da 17 anni dopo una condanna a 25 per le decine di omicidi compiuti dai paramilitari legati ai servizi segreti durante il suo governo.

Padre Manolo lo contattiamo mentre è a Piura, città di quasi mezzo milione di abitanti del nord-ovest peruviano, impegnato a coordinare gli aiuti alla povera gente, che è tanta anche in questa zona del Perù, distante dal sud del paese, dove si è consumato l’altroieri il massacro di Juliaca. Lontano ma informato ci indirizza verso buone fonti, indispensabili per comprendere cosa sia accaduto a l'altroieri.

La prima è il dottor Jorge Sotomayor Perales, responsabile del reparto di terapia intensiva dell’ospedale Carlos Monge Medrano di Juliaca, dove sono arrivate in condizioni disperate gran parte delle vittime. “Quello che mi colpisce è che i proiettili delle armi da fuoco sono entrati ma non c'è via d'uscita. Le nove persone sinora arrivate qui hanno i loro organi interni distrutti, come se i proiettili all'interno del corpo fossero esplosi”, ha dichiarato lunedì sera a caldo alle tv locali, ancora con il camice operatorio addosso.

Tra le vittime anche un poliziotto bruciato vivo brutalmente nella sua auto di servizio da una folla di criminali ed un neonato, in crisi respiratoria, deceduto perché l’ambulanza è stata bloccata dai manifestanti, 9mila secondo il governo. Sul resto delle vittime il sospetto è che qualcuno abbia utilizzato armi proibite, come i letali e vietati proiettili dum dum. O qualcosa di simile e, sul banco degli imputati, come analizza il giornalista peruviano Marco Sifuentes in questo video, c’è la polizia.

Non a caso, proprio ieri, la Procura Nazionale ha deciso di aprire un'istruttoria nei confronti della presidente Boluarte, del presidente del consiglio dei ministri, Alberto Otárola, del ministro degli Interni, Víctor Rojas e di quello della Difesa, Jorge Chavez. L'istruttoria riguarda i presunti reati di genocidio, omicidio qualificato e lesioni gravi, commessi durante le manifestazioni nei mesi di dicembre 2022 e gennaio 2023 nelle regioni di Apurímac, La Libertad, Puno, Junín, Arequipa e Ayacucho. 48 i morti sinora. Staremo a vedere che succede ma, di sicuro, oggi il governo peruviano è di nuovo in crisi, anche se ieri notte, ha ottenuto la fiducia dal Parlamento, riunitosi proprio per discutere una mozione presentata dopo il massacro di Juliaca. Un margine di 73 voti a favore, 7 più del necessario.

Si sta dunque avverando la profezia di Aníbal Torres, avvocato ed ex primo ministro di Castillo, che disse che, in caso di mancata proclamazione della vittoria di strettissimo margine del suo alleato sulla figlia di Fujimori alle presidenziali del 2021, ”in Perù scorreranno fiumi di sangue”. Al momento è latitante, condannato a 18 mesi di carcere per il suo appoggio al golpe fallito di Castillo, ma un bagno di sangue è quanto accaduto l’altroieri. Da segnalare, per capire la tensione anche istituzionale nel paese, il fatto che ieri il consiglio regionale di Puno ha dichiarato la presidente Boluarte persona non grata, al pari di Otárola e dei ministri della Difesa e degli Interni. Complimenti invece alla Federazione Universitaria di Cusco e ai collettivi femminili, che da ieri hanno aperto delle "pentole comuni”, ovvero cucinano in luoghi pubblici per sfamare i manifestanti delle città del sud-est che, anche oggi, continueranno a protestare, come in tante altre zone del paese andino.

Massima tensione è attesa per sabato, quando migliaia di gruppi di cittadini dall'interno del paese convoglieranno su Lima per partecipare a una grande mobilitazione, chiedendo le dimissioni della Boluarte mentre oggi, nella capitale, arriva una delegazione della Commissione interamericana dei diritti umani, per verificare sul campo la situazione e incontrare le organizzazioni della società civile.

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