Emmanuele Curti

Siamo tutti “cittadini temporanei”, non solo i migranti

1 Ottobre Ott 2022 1159 01 ottobre 2022

Piu che di identità bisogna parlare dei percorsi che una comunità può e vuole fare, considerando che oggi viviamo in una società sempre più fluida, nella quale siamo tutti più migranti di quello che eravamo un tempo. Per Emmanuele Curti, co-fondatore de "Lo Stato dei Luoghi", ospite del "Festival dell'Ospitalità", in corso a Nicotera, in provincia di Vivo Valentia, dobbiamo essere consapevoli del fatto che la definizione di “cittadino temporaneo” non si può applicare soltanto a chi arriva

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Piu che di identità bisogna parlare dei percorsi che una comunità può e vuole fare, considerando che oggi viviamo in una società sempre più fluida, nella quale siamo tutti più migranti di quello che eravamo un tempo. Per Emmanuele Curti, co-fondatore de "Lo Stato dei Luoghi", ospite del "Festival dell'Ospitalità", in corso a Nicotera, in provincia di Vivo Valentia, dobbiamo essere consapevoli del fatto che la definizione di “cittadino temporaneo” non si può applicare soltanto a chi arriva

"I luoghi sono carne e questa carne va vissuta attraverso un lavoro sui corpi delle comunità”. Per Emmanuele Curti, co-fondatore de “Lo Stato dei Luoghi”, rete composta da organizzazioni e persone che agiscono sull’attivazione di luoghi, gestione di spazi oppure sono coinvolte in esperienze di rigenerazione a base culturale nel nostro Paese, l’occasione per fare questa riflessione è anche il "Festival dell’Ospitalità", in corso a Nicotera, nella provincia calabrese di Vibo Valentia. Un momento di ampia riflessione sul concetto di turismo

«Nel 2018 - dice Curti - si calcolava che nel 2030 sarebbero stati due miliardi i turisti in movimento, praticamente un terzo della popolazione. È’ un turismo che negli anni è profondamente cambiato. Anche quello agostano oggi vuole essere esperienziale. La riflessione che va, quindi fatta, è che se vuoi che qualcuno partecipi alla tua esperienza devi essere cosciente di chi sei e di cosa hai da offrire».

Un lavoro profondo, quello che va fatto sulle comunità.

«Io non amo più la parola identità, ma credo nel senso del percorso che una comunità decide di avviare. Siamo una società sempre più fluida, nella quale siamo tutti più migranti di quello che eravamo un tempo. Purtroppo, però, oggi si parla di migranti pensando solamente all’aspetto più drammatico di chi attraversa i mari o le terre lacerate. Siamo, invece, tutti sempre più in movimento. Lo siamo fisicamente, anche rispetto al sapere, quindi la definizione di “cittadino temporaneo” per me non si applica soltanto a chi arriva. Io stesso mi sento un cittadino temporaneo, avendo vissuto in vari posti, tra l’Italia e il resto dell’Europa. Adesso sono a Matera, ma presto potrei essere altrove. È quello che ho definito precedentemente una “ restanza che è sempre in movimento”. Dobbiamo veramente interrogarci rispetto a come viviamo in maniera temporanea i luoghi.

Di un nuovo concetto di turismo si sta parlando al “Festival dell’Ospitalità”, approfondendo il concetto di abitare che alla fine vuole e può dire “creare, consolidare e intensificare abiti e abitudini, modi di essere e di vivere”.

"In una prospettiva turistica – si legge nella presentazione di questa settima edizione - la sfida diventa far coesistere questi modi d'essere e di vivere in modo che si sostengano a vicenda nel rispetto dell’ecosistema e dei bisogni di tutti. Così gli spazi liquidi del virtuale si innestano nelle nostre destinazioni ospitali con l’obiettivo di creare una nuova casa che sia viva perché vissuta in modo consapevole e riabilitare i luoghi come spazi funzionali alla vita sociale”.

«Se parliamo di spazi – prosegue Curti - potrei portare l’esempio del luogo in cui sono appena stato. Parlo della Svezia, esattamente Fengersfors, un paesino molto bello di 350 abitanti, nel quale il centro culturale che ci ha ospitati ha rilevato una vecchia fabbrica della carta, grazie alla quale negli anni ha incrementato di un centinaio il numero di abitanti. Siamo stati presenti come “ Trans Europe Halles”, rete europea di 140 centri culturali in tutta Europa, all’interno della quale si discute molto del ruolo della cultura. Il tema di questa sessione è stato proprio quello delle aree rurali interne. L'Italia ha una grande esperienza in tal senso, ma non riesce mai a tradurre tutto in politica attiva».

"Lo Stato dei luoghi" è una rete ufficializzatasi nel luglio del 2020, che si definisce spazio ibrido di rigenerazione urbana o territoriale a base culturale

«Ci siamo uniti perché serviva cominciare a costruire un percorso di advocacy per suggerire interventi più decisivi. Noi solitamente rileviamo pezzi di ex fabbriche, ex scuole, ex conventi, ex strutture del Novecento che rigeneriamo dando loro un senso diverso. Lo facciamo stando nei margini proprio perché i nostri luoghi si trovano nelle periferie, nelle aree interne, nei luoghi più fragili dove, attraverso un'azione culturale, ci occupiamo anche di formazione. Lavoriamo molto con bambini, con gli anziani, le donne, curando l'aspetto dell’inclusione sociale. Stiamo cercando di declinare quello che noi chiamiamo nuovo “welfare culturale” capace di occuparsi del benessere delle comunità attraverso la cultura, che crediamo non debba più essere quell’attività relegata al dopolavoro, tipica del Novecento, ma che vada oltre ogni percorso del quotidiano nel quale noi siamo presenti».

Il tema dei luoghi, il "Festival dell’Ospitalità" lo sta trattando ampiamente. C’è il modo giusto per farvi ingresso?

«Il tema molto forte è quello delle aree rurali. Se ragioniamo sul fatto che puoi essere parte del percorso di un paese, non dico per pochi giorni ma anche per poche settimane, devi ragionare sull’idea di attraversare le comunità in maniera consapevole, sapendo che prendi qualcosa e ne restituisci altre. Dare alle comunità e non depredarle, aiutandole peraltro a riflettere su se stesse».

Quanto valore hanno i festival nel processo di cambiamento di una comunità?

«Io non credo più nei Festival, che restano per me momenti importanti se sono parte di un percorso, se si fa un lavoro sempre più in connessione. Quando penso al concetto di “abitare connessi” penso a uno scambio di pratiche, a laboratori ambulanti. Se, però, come spesso avviene in Italia, resta una vetrina per chiacchierare, non mi interessa. Il “Festival dell'Ospitalità”; invece, ha dietro un gruppo che ragiona profondamente su questi temi e porta avanti delle riflessioni pratiche. Certo, poi bisogna capire come stare dentro tutte queste pratiche, bisogna vedere se tutto questo avrà su Nicotera un effetto pratico aldilà di queste giornate, ma credo che i presupposti ci siano».

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