Vito Teti

Rigenerare i territori attraverso le reti sociali

6 Dicembre Dic 2022 0900 06 dicembre 2022

Grande il lavoro che ha sino a oggi portato avanti il volontariato a Cosenza, tanto da farle meritare il titolo di “Capitale del Volontariato 2023" per la sua capacità di costruire bene comune attraverso la connessione tra vari attori sul territorio. Numerose, però, le criticità che, secondo Vito Teti, ordinario di Antropologia culturale in pensione presso l’Università della Calabria, vanno affrontate anche in considerazione che i giovani e le donne vanno scomparendo dai piccoli comuni

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Grande il lavoro che ha sino a oggi portato avanti il volontariato a Cosenza, tanto da farle meritare il titolo di “Capitale del Volontariato 2023" per la sua capacità di costruire bene comune attraverso la connessione tra vari attori sul territorio. Numerose, però, le criticità che, secondo Vito Teti, ordinario di Antropologia culturale in pensione presso l’Università della Calabria, vanno affrontate anche in considerazione che i giovani e le donne vanno scomparendo dai piccoli comuni

Passaggio di testimone tra Bergamo e Cosenza in occasione della “Giornata mondiale del volontariato” che si è celebrata il 5 dicembre Sarà il comune calabrese che, per tutto il 2023, dovrà dimostrare di avere meritato il titolo di “Capitale del Volontariato”, titolo assegnato dal CSVnet, l’ associazione nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato, con il patrocinio di Anci, in quanto città che ha saputo valorizzare il contributo di volontari, associazioni e amministrazioni locali nella costruzione del bene comune

Un risultato importante, frutto di un lavoro di rete costante e incisivo, che però deve fare riflettere su una serie di criticità che va affrontata. Ne parliamo con Vito Teti, ordinario di Antropologia Culturale in pensione presso l’Università della Calabria.

«Da tempo si assiste a fenomeni di volontariato e attivismo civico molto interessanti nelle piccole realtà, ma siamo ancora abbastanza lontani da quello di cui la Calabria avrebbe bisogno perché, in una terra dove sono latitanti i gruppi dirigenti, i ceti intellettuali, lo stesso ceto politico, il civismo e il volontariato si ritrovano a supplire quasi come fosse una condanna rispetto a quello di cui dovrebbero occuparsi le istituzioni e le pubbliche amministrazioni. C’è anche da dire che negli ultimi decenni la Calabria ha conosciuto dei processi di erosione, di desertificazione, di tale degrado antropologico, anche etico, da avere bisogno di una forte spinta per ricostruire un tessuto sociale e relazionale tra generazioni, tra persone. Nell’affermare questo, non sostengo un ritorno ai vecchi rapporti del passato, a ciò che è stato, ma all' immaginare e inventare oggi nuove forme dello stare assieme. Da questo punto di vista, nel momento in cui opera, il volontariato diventa un modello per gli altri, si trasforma in un luogo in cui fare insieme, ma un fare pratico che non sia solo un enunciato, come purtroppo spesso succede da noi».

Quando si parla di mancanza di una rete a cosa ci si riferisce?

«Parliamo, per esempio, di una rete di comunicazioni materiali, di collegamenti che mancano come quelli ferroviari, creando parecchie difficoltà nello spostarsi da un paese all'altro. Mancano le reti di grandi città che giocano un ruolo di riferimento, di aggregazione. Abbiamo delle piccole realtà, delle piccole città, anche se ci sono delle eccellenze come gli atenei di Cosenza, Catanzaro e di Reggio. Se, però, lo volessimo dire in maniera ancora più cruda, spesso mancano le persone».

Cosa sta, quindi, accadendo in Calabria?

«La nostra regione sta assistendo a un impoverimento e a uno spopolamento devastante gravissimo. Potremmo anche fare finta di non notarlo, potremmo immaginare di puntare sulla sua bellezza, sul turismo e, indubbiamente, la Calabria sarebbe una terra che, da questo punto di vista, avrebbe molto da offrire. Ci sono, però, paesi completamente svuotati, nei quali i giovani sono spariti perché hanno ripreso ad emigrare, sono praticamente fuggiti anche perché non ci sono più luoghi di ritrovo per loro. Dobbiamo, quindi, porci anche il problema delle nascite che vanno diminuendo non tanto questioni ambientali, economiche, produttive, ma semplicemente per il fatto che la presenza delle donne è sempre più evanescente».

In questo processo di spopolamento che ruolo gioca il volontariato?

«Io penso che potrebbe avere una funzione fondamentale che è quella di aggregare, costruire anche nuovi modi di stare assieme, di produrre, di far cultura, di sostenere gli indifesi, di sorreggere le persone che non ce la fanno. Consideriamo che uno dei problemi più importanti che abbiamo è quello sanitario che vede gli anziani pagare il prezzo più alto, i costi delle disfunzioni del sistema. Vanno pensate delle politiche attive proprio per questa categoria, così come per le giovani coppie che hanno deciso di restare ma che non vengono agevolate. Politiche attive anche per chi fa impresa in maniera etica e pulita ma non riceve il giusto sostegno da parte delle istituzioni pubbliche».

Un presente non proprio idilliaco, che non deve fare perdere la speranza per il futuro.

«La Calabria dovrebbe interrogarsi su quale deve essere il destino dell’immediato futuro, deve ripensarsi come terra di accoglienza nella quale ci sia un rapporto corretto con la memoria, dove si riprendono nuove forme di produzione, dove si generano nuovi rapporti per non abbandonarla al proprio destino e farla diventare una terra desertificata. Bisogna scegliere tra modelli di sviluppo completamente diversi. Siamo, come sempre, a un bivio, in bilico tra la possibilità di immaginare un futuro e la possibilità di non farla rimanere indietro trasformandola in una piccola entità geografica che non conti nulla a livello nazionale e internazionale».

Il volontariato dovrebbe guardare al bene comune anche per valorizzare i piccoli centri attraverso una nuova lente, come quella che lei utilizza nel suo libro “La restanza”

«Intanto c'è un problema dell'abitare, di come stare in un luogo. Ritengo che questo riguardi i piccoli centri come le metropoli. Oggi ci troviamo a dovere affrontare un problema di cittadinanza attiva o di presenza soprattutto nei comuni di dimensioni più ridotte, la cui peculiarità è quella di essere degli agglomerati a rischio di estinzione. La scelta di stare nei piccoli centri è faticosa e controcorrente, si deve misurare con mille difficoltà anche perché non esistono le strutture, mancano i centri di aggregazione, non esistono più ospedali e soprattutto, come dicevo prima, scompaiono i giovani. Quest'opera di resistenza e di permanenza nei piccoli centri io la considero un atto eroico e di coraggio che, però, non va enfatizzato. Bisogna immergersi nei paesi come se si seguisse una vocazione, una missione, e con l'intenzione di migliorarli. Io parlo di restanza come un’assunzione di responsabilità e necessità di domandarsi cosa facciamo qui ed ora, per migliorare e rendere abitabili i luoghi. In qualche modo il restare, se vogliamo, oggi è un’altra forma di viaggio, di cammino necessario.

Contro chi o cosa dobbiamo combattere?

«Sicuramente contro la visione romanica estetizzante ed edulcorata del piccolo centro, nel quale trasferirsi per cambiare vita, ma eviterei anche la versione opposta e cioè quella che condanna a morte prematura i comuni minori sol perché è inevitabile che ciò accada. I paesi con pochi abitanti, ma anche con una sola persona, meritano di essere curati, di essere guardati con attenzione, di essere tenuti in vita pensando che qualcosa di nuovo possa accadere. Non mi piace neanche un atteggiamento retorico che elogia l'aria bella, pura che si incontra in questi paesi, frutto di visioni, così come rifuggo un certo atteggiamento necroforo che uccide l'ammalato prima del suo tempo invece di curarlo, sostenerlo e accompagnarlo. Il volontariato in tutto questo ha un ruolo fondamentale di monitoraggio e accudimento che, se realizzata quella rete di cui parlavamo all’inizio, può innescare processi capaci di generare buone pratiche volte a determinare cambiamenti decisivi per l’intera comunità».

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