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Famiglia & Minori

La fratellanza è possibile nel nome dei poveri

Nelle Filippine una associazione riunisce cristiani e islamici divisi dal terrorismo. In Iran una fabbrica è gestita da un ente misto. Storie di collaborazione nel segno del bene comune

di Gabriella Meroni

Separati da mille idee, tradizioni, concezioni di vita, cristiani e musulmani si ritrovano insieme su un punto: l?aiuto ai poveri e a chi soffre. Perché Dio vuole così in entrambi i casi, il Dio misericordioso a cui sia sacerdoti che muezzin intonano le loro preghiere. Chi pratica la solidarietà come indirizzo di vita l?ha capito da tempo: succede in Italia, nei Paesi islamici o in terre dilaniate da guerre civili che prendono a pretesto la religione per regolare conti antichi. Soprattutto qui le parole del Papa diventano prassi quotidiana, e la collaborazione si incarna in gesti e iniziative. Padre Sebastiano D?Ambra, missionario del Pime, 58 anni, nelle Filippine da 23, può raccontare una storia del genere. «L?isola in cui vivo si chiama Mindanao» dice. «Qui i musulmani sono la metà della popolazione e hanno una tradizione più antica. Il governo delle Filippine però appoggia i cattolici, e così da trent?anni è in corso una guerriglia tra i separatisti musulmani e le milizie governative. Nel 1996 si è arrivati a un accordo, che viene però messo in discussione da gruppi di terroristi armati. In questo clima è nata Silsilah, la nostra associazione cristiano-musulmana». Silsilah significa ?catena?, il termine usato dai sufi musulmani per indicare il legame fortissimo che salda l?uomo a Dio e i credenti tra loro. Un concetto comune alle due religioni, che padre Sebastiano ha scelto per aprire un dialogo reso difficile dalla morte di padre Salvatore Carsedda, un altro missionario assassinato da ignoti mentre insegnava in un corso estivo per ragazzi. «L?associazione si occupa di soccorrere i poveri di qualunque religione» prosegue padre D?Ambra. «L?aiuto reciproco è una buona partenza per il dialogo. Dobbiamo mostrare che ci sono luoghi in cui è possibile convivere, in nome dell?amore fraterno». Precursori della collaborazione sociale tra cristiani e musulmani in Italia sono stati i volontari delle Misericordie. Il loro nome, spiega l?ex presidente Francesco Giannelli, li ha aiutati molto a stabilire un primo contatto, che si concretizzò nel?invio di una colonna di ambulanze alla comunità mussulmana di Bosnia, nel 1992, benedetta dal Santo Padre. Nel ?94, poi, le Misericordie organizzarono un convegno interreligioso cui intervennero molti imam. Allora il Papa, sempre lui, li incoraggiò dicendo: «Benedica la Vergine santa gli sforzi da voi condotti perché cresca la reciproca stima tra uomini di buona volontà». Parole che Giannelli accolse come direttiva di vita. «Ci sono cose che ci dividono e altre cose che ci uniscono», dice. «Cominciamo a dialogare da quelle che ci uniscono». Luca Jahier, uno dei responsabili della Focsiv (la federazione delle Ong cristiane) però puntualizza: «Cristiani e musulmani non hanno molto in comune. Ma la fratellanza sicuramente sì». L?altra è il monoteismo, il riconoscere un solo Dio. «È qui che molti sforzi del Papa e della Chiesa si erano concentrati, dal concilio Vaticano II in poi» riprende Jahier. «Quest?ultima sottolineatura del Santo Padre però è molto realista: in tanti Paesi poveri musulmani, i cristiani sono lasciati liberi di agire proprio perché aiutano tutti. Quando si discute di teologia ci si può accapigliare, quando ci si sporca le mani nella carità si creano affinità immediate. Quella del Papa è un?indicazione geniale». Allo stesso modo la pensa anche il direttore della struttura caritativa per eccellenza della Chiesa, la Caritas. «Corano e Vangelo sottolineano la dignità altissima dei figli di Dio e il loro dovere di mutuo soccorso in quanto fratelli» dice don Elvio Damoli. «Noi viviamo esempi di eccellente collaborazione in Bangladesh, in Bosnia, in Somalia, perfino in Iran. Qui la chiesa cattolica non è nemmeno riconosciuta, eppure la Caritas opera. Nel Kurdistan iraniano abbiamo aperto una fabbrica di mattoni che dà lavoro a 150 famiglie anche musulmane, e il comitato che gestisce l?impianto è formato da cattolici e islamici. Quando si tratta di servire il bene comune molte differenze si annullano. In Italia è lo stesso. L?incontro con gli islamici di qui partirà dalla condivisione di un bisogno, come dice il Papa, o non sarà». Un richiamo che almeno in un caso è realtà da decenni, un esempio tanto più valido oggi che il Pontefice ha chiesto scusa per un passato di guerre di religione e di simboli contrapposti, la Croce da una parte, la Mezzaluna dall?altra. «Porto sempre con orgoglio il distintivo da vicepresidente della Federazione Croce rossa e Mezzaluna rossa, perché mostra vicini due simboli che sembrano opposti» dice Maria Pia Garavaglia, presidente della Croce Rossa, che nei Paesi islamici si trasforma in Mezzaluna rossa. «Noi abbiamo sperimentato che la vicinanza viene dal rispetto. Per questo non abbiamo mai imposto ai musulmani la nostra croce, che pure non è un simbolo religioso ma solo il rovescio della bandiera svizzera, e gli islamici hanno mai rinunciato alla presenza della Croce rossa nei momenti di calamità. Insomma il richiamo del Papa per noi è vita vissuta. Avendo provato che è possibile, abbiamo tolto l?alibi a quelli che non ci credono».


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