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La viralità del linguaggio bellico

Per parlare dell'emergenza sanitaria del Covid19 quella in uso è una terminologia di guerra. Ma un altro lessico è possibile? Dal collettivo Wu Ming all'Accademia della Crusca, dal linguista Massimo Vedovelli al direttore di RadioTre Marino Sinibaldi, ecco cosa ci hanno risposto...

di Sanzia Milesi

Le parole non solo descrivono il mondo. Le parole contribuiscono a crearlo. E agiscono. Agiscono su ciascuno di noi e ci portano ad agire, in un modo piuttosto che in un altro. Lo spiegano la linguistica e le neuroscienze applicate; lo sanno mamme, psicologi, educatori per semplice buona pratica quotidiana. E in questi tempi di emergenza sanitaria per la diffusione del virus Covid-19, in Italia e nel mondo, la cornice retorica attiva è di certo quella della guerra, con tutto il suo portato simbolico ed emotivo.

«Questa è una guerra», per il governatore di New York, Andrew Cuomo. E il virus è «un nemico insidioso che insieme possiamo battere» per il Primo Ministro inglese, Boris Johnson, che pure inizialmente sembrava voler lasciare allo sbando le truppe cammellate di anziani nel Paese. Nell'Italia del “lockdown”, neanche a dirlo, questa è per il Premier Italiano Giuseppe Conte, che accenna a Churchill, «la nostra ora più buia». Ore in cui la Protezione Civile annuncia quotidiani «bollettini di guerra» e i nostri morti vengono portati via dalle città coi carri armati. Dove il governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana, chiede i militari in strada e quello più colorito, Vincenzo De Luca, con la minaccia di lanciafiamme alle feste di laurea, finisce "nel mirino” delle parodie. Giorni in cui Regioni come le Marche, minori ma non meno provate dall'epidemia, promuovono un manuale di buone pratiche dove «siamo bravi guerrieri, combattiamo tutti insieme…». Mentre a Bologna il sindaco Virginio Merola definisce «sacche di resistenza» quei bolognesi che non restano a casa. Contro chi va a correre o passeggia “senza un valido motivo”, in tanti inveiscono dai balconi. «Una narrazione contro il disfattismo, tipicamente imposta dai regimi in tempo di guerra» – analizza il collettivo di scrittori bolognese Wu Ming, autore di romanzi come 54 e Proletkult, indicando una colpa della situazione «data orizzontalmente ai propri pari, anziché verticalmente al potere», laddove «chiunque si sacrifichi anche solo un po’ di meno diventa un nemico».

A Wu Ming 2 abbiamo domandato un commento sulle conseguenze pratiche che comporta ai fini della gestione dell'emergenza l'uso di questo lessico, dal maggior rigore del singolo cittadino nell’applicare le restrizioni imposte, alla più forte straordinarietà concessa alle decisioni di governo.

«Una cornice retorica – spiega Wu Ming 2 – è un sistema di metafore che determina il nostro modo di pensare. Se descrivo la vita nei termini di un viaggio, e quando sono di fronte a una scelta parlo di "un bivio", l’uso di questa metafora mi porterà a considerare due alternative, perché un bivio è formato da due strade. Questo mi impedirà di vedere che le possibilità sono magari tre o quattro. Allo stesso modo, se parlo del contenimento di un contagio come di una guerra, con i suoi caduti, i suoi eroi, i suoi martiri, i bollettini giornalieri dal fronte, gli ospedali come trincee, le battaglie quotidiane, gli alleati, il virus che diventa "un nemico", questo mi porterà ad applicare la stessa cornice anche ad altri casi, quasi senza accorgermene. In tempo di guerra, chi esprime delle critiche sulla condotta dei generali è un disertore, chi non si allinea al pensiero dominante è un traditore o un disfattista, e come tale viene trattato. In tempo di guerra, si accetta più facilmente la censura, l’esercito per le strade, la restrizione delle libertà, il controllo sociale. In tempo di guerra si è tutti al fronte, tutti sottoposti alla legge marziale, tutte e tutti con l’elmetto in testa. A forza di evocare metaforicamente la guerra, ecco che la guerra arriva davvero».

In tempo di guerra si è tutti al fronte, tutti sottoposti alla legge marziale, tutte e tutti con l’elmetto in testa. A forza di evocare metaforicamente la guerra, ecco che la guerra arriva davvero

Wu Ming 2

Qualora questo possa sembrare un punto di vista troppo sovversivo, ecco allora la restauratrice purezza linguistica dell'Accademia della Crusca nell'offrire una visione dei termini del discorso non così lontana. «Le parole possono essere scelte in molti modi, tra quelle che tranquillizzano e quelle che allarmano. La scelta non è questione di lingua, ma di decisione politica», chiarisce il Presidente Claudio Marazzini, uno dei più noti linguisti e accademici italiani. «Ovviamente la richiesta di mobilitazione rivolta al Paese comporta una tendenza a usare quei termini, anche perché non ci sono precedenti nella collettiva memoria pacifica degli italiani di oggi. E certamente, l’uso delle parole segnala il livello di allerta che il Governo ritiene opportuno in un determinato momento, e la ricezione di quest’uso determina una commisurata reazione della comunità».

Entra maggiormente nel dettaglio, riferendo di «forme sanzionatorie, innanzitutto di tipo valoriale e culturale prima che punitive, ad esempio per coloro che escono di casa senza necessità, che rischiano di vedersi assimilati ai traditori, passibili della massima pena», il collega dell'indimenticato Tullio De Mauro, Massimo Vedovelli, fondatore dell'Osservatorio linguistico dell'italiano diffuso fra stranieri e lingue immigrate in Italia, Centro di Eccellenza della Ricerca istituito presso l'Università per Stranieri di Siena, di cui è stato Rettore. Per lo studioso, che mette in luce «una rete di mezzi di comunicazione di massa allineati sul modello della notizia sempre 'estrema', nei contenuti e nelle forme» , «indubbiamente le indicazioni che vanno a toccare l'organizzazione della vita individuale e sociale richiedono una forza cogente che spinga ad attuarle. Da qui, la grande metafora della guerra, del fare fronte contro il nemico per coinvolgere tutti i cittadini in una adesione compatta a un modello di comportamento. Un'altra comunicazione è possibile? Certo, basata sulla ragione o almeno su un'etica della comunicazione che miri, da un lato a 'lottare contro l'inesprimibile', dall'altro a creare la relazione sociale. Ossia, da un lato, cercare le forme di identità del fenomeno, nel rispetto del discorso scientifico innanzitutto, per conquistarci una facoltà di analisi razionale, sul piano della condivisione sentita da tutti. E dall'altro, ricreare una nuova relazione fondata sul logos, sul dialogo, sulla ricerca di un nuovo sguardo reciproco: fra vicini di casa, fra persone che si parlano dai balconi, nei rapporti umani più stretti. Ciò che finora si era perso nella nostra forma di vita contemporanea. Anche perché oggi l'uso della metafora bellica sta appiattendo su un'unica modalità la visione dello stare insieme come società complessiva e di nuovo, i fautori dell'odio contro l'altro, contro chiunque altro, hanno trovato nel virus e in questa sua narrazione, un'ulteriore occasione per alimentare chiusure, barriere, scontri».

Un'altra comunicazione è possibile? Certo, basata sulla ragione o almeno su un'etica della comunicazione che miri, da un lato a 'lottare contro l'inesprimibile', dall'altro a creare la relazione sociale. Oggi l'uso della metafora bellica sta appiattendo su un'unica modalità la visione dello stare insieme come società complessiva e i fautori dell'odio contro l'altro hanno trovato nel virus e in questa sua narrazione un'ulteriore occasione per alimentare chiusure, barriere, scontri

Massimo Vedovelli

Tra coloro che da sempre buttano ponti linguistici e hanno presente la positiva viralità del linguaggio, c'è “un'ammiraglia” dell'etere radiofonico e del servizio pubblico italiano come Radio Tre Rai, che subito ha riorganizzato i propri palinsesti per stare vicino alla propria comunità di ascoltatori “reclusi” in casa. Questo a cominciare da programmi, sicuramente attenti all'uso delle parole come “La Lingua Batte”, condotto da Paolo Di Paolo, a cura di Cristina Faloci e Manuel de Lucia, che per queste domeniche di “quarantena” si è inventato il “Lessico della tenacia”: un vocabolario speciale che ha coinvolto artisti e intellettuali per parlare di questi giorni, dallo starnuto alla mascherina, dalla solitudine alla solidarietà, ma assolutamente mai con termini di guerra.

La metafora bellica è sbagliata perché non è una guerra, non c’è un nemico che sta oltre una linea, un confine, una trincea. Un "altro" straniero e nemico. Il nemico è comune e gli altri sono nostri alleati. Solo condividendo gli sforzi, le cautele, i sacrifici potremo vincere il virus e solo con la fiducia, cioè fidandosi e comportandoci in modo da ispirare fiducia. Tutto il contrario di una guerra. E poi una guerra ha un fronte dove stanno alcuni. Qui il fronte non c’è o siamo tutti. La guerra in fondo deresponsabilizza delegando a chi combatte (la prima linea, eccetera eccetera…). Qui siamo tutti responsabili».

Marino Sinibaldi

Così ha preso voce una vicinanza coesa e tenace, anche nella distanza fisica, riassunta nel “Teniamoci uniti” invocato dal direttore di RadioTre, Marino Sinibaldi, sin dai primi giorni. Il direttore invita anche a riflettere sulla «miseria del nostro immaginario per cui ogni volta che c’è da affrontare una sfida o una crisi parliamo sempre e solo di guerra». Perché è sbagliata la metafora bellica? «Perché non è una guerra, non c’è un nemico che sta oltre una linea, un confine, una trincea. Un "altro" straniero e nemico. Il nemico è comune e gli altri sono nostri alleati. Solo condividendo gli sforzi, le cautele, i sacrifici potremo vincere il virus e solo con la fiducia, cioè fidandosi e comportandoci in modo da ispirare fiducia. Tutto il contrario di una guerra. E poi una guerra ha un fronte dove stanno alcuni. Qui il fronte non c’è o siamo tutti. La guerra in fondo deresponsabilizza delegando a chi combatte (la prima linea, eccetera eccetera…). Qui siamo tutti responsabili».

Foto di icon0.com da Pexels


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