Solidarietà & Volontariato

La vita è un ricamo

Film. L'esordio della Faucher, che ha fatto impazzire Cannes.

di Andrea Leone

Le Ricamatrici di Eléonore Faucher, Francia Claire, diciassette anni, incinta di cinque mesi, cassiera in un supermercato, abbandona la casa e un mondo che non ama e decide di partorire lontano da tutti. Scappa da un mondo di brutture e desolazione, dal quale tenta di difendersi con il classico castello di menzogne, trova rifugio presso Madame Melikian, una ricamatrice che confeziona vestiti per l?alta moda, e inizia a lavorare con lei. Il caso mette due esistenze smarrite una di fronte all?altra: Madame Melikian infatti è in lutto per la recente morte del figlio. Il rapporto tra le due, inizialmente professionale e improntato a una diffidenza reciproca, si trasforma a poco a poco in un rapporto tra madre e figlia. Il cinema francese tenta ancora di parlare della realtà, e cerca di farlo reinventando la realtà con lo stile, anche se in questo caso la parola stile non è sinonimo di forza e invenzione quanto di sottrazione. Il ricamo è simbolo di una cura e di un ordine ritrovati, di una rinascita all?insegna della pazienza, della bellezza e dell?attenzione. Attraverso il lavoro Claire si salva da una realtà sgradita e da un mondo alienante, trova una madre elettiva e una nuova e più ricca dimensione del tempo. La fuga e il disagio di Claire (interpretata da Lola Naymark, giovane attrice di vibrante freschezza), si arrestano con la scoperta della creatività e dell?altro, e lì si trasformano in accettazione e tenacia. Il lavoro di ricamatrice si sovrappone gesto dopo gesto alla gravidanza, ulteriore metafora della rinascita. La ragazza diventa madre, ma allo stesso tempo ridiventa figlia. Il film d?esordio della giovane Faucher, premiato dai critici al festival di Cannes del 2004, è un?opera a tratti fragile, pudica fino all?evanescenza, dal segno forse eccessivamente stilizzato e dalla grammatica fin troppo essenziale; una storia onesta il cui minimalismo corre talvolta il rischio di trasformarsi in povertà. Elogio della lentezza, della calma e del mondo interiore, che trova nel paesaggio della provincia francese lo sfondo ideale. Montaggio e ritmo lenti, una regia semidocumentaristica e misurata, che non cerca di imporsi ma lascia parlare le cose, all?insegna di un ascetismo bressoniano. La cifra prediletta dalla regista, aiutata da una fotografia che orchestra sapientemente luci e ombre, è quella di un lavoro pittorico sull?immagine: dai primi piani della protagonista con la sua fiammeggiante capigliatura ai tessuti sontuosi ed elaborati cui lavorano le due donne, simbolo di una dimensione alternativa della realtà, lirica e onirica, come un tesoro nascosto dentro il tormento. Andrea Leone


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