Famiglia & Minori

L’adozione aperta? Lascia i bambini nel limbo

Si accende il dibattito in vista della sentenza della Corte Costituzionale circa l'obbligatorietà o meno di interrompere tutti i rapporti fra il minore e la sua famiglia di origine nel momento dell'adozione. Per Marco Griffini, presidente di Amici dei Bambini, l'adozione aperta condanna i minori a restare in un perenne limbo familiare, senza quel clima di sicurezza e di appartenenza necessario alla loro crescita

di Sara De Carli

A pochi giorni dalla decisione della Corte Costituzionale (attesa per il 5 luglio), che è stata chiamata a decidere sulla costituzionalità della legge sulle adozioni che prevedete l’interruzione dei rapporti con la famiglia d’origine nel momento in cui il minore viene adottato, il dibattito si accende. Molti infatti vorrebbero un’apertura verso la cosiddetta “adozione mite”, che permetterebbe al figlio di mantenere rapporti con la famiglia d’origine anche dopo l’adozione.

Secondo AiBi – Amici dei Bambini, un’organizzazione non governativa costituita da famiglie adottive e affidatarie che dal 1986 lavora ogni giorno al fianco dei bambini ospiti negli istituti di tutto il mondo per combattere l’emergenza abbandono, «quello dell’adozione mite è un esempio della disputa tra la “legge del sangue”, che privilegia il punto di vista dei genitori e il “diritto di essere figlio”, che mette al centro di tutto sempre e comunque il minore».

Marco Griffini, presidente di AiBi, sottolinea come «riconoscere al bambino nuovi genitori adottivi che si impegnano ad averne cura, in aggiunta alla famiglia biologica da cui il bambino non viene giuridicamente separato e con la quale mantiene una frequentazione, non fa altro che mantenere questi minori in un perenne limbo familiare, finendo per creare il concetto finora inesistente di “semi-abbandono”».

Fino ad oggi, il Tribunale per i minorenni nel caso in cui i genitori si dimostrino inidonei in maniera non transitoria a prendersi cura moralmente e materialmente del proprio figlio, dichiara per quest’ultimo lo stato di abbandono, aprendo le porte, così, all’adozione piena e legittimante che equipara il figlio adottivo in tutto e per tutto a un figlio naturale, senza distinzione alcuna.
Per AiBi «la cosiddetta “adozione mite” appare proprio un modo per scegliere… di non scegliere. A lasciare perplessi è anche l’utilizzo di criteri come “l’affetto” e “l'interesse” mostrato dai genitori biologici verso i figli nella valutazione della conservazione o meno del legame con la famiglia di origine. La portata della questione la si può davvero evidenziare solo se ci si mette dal punto di vista del bambino, per il quale il tentativo di quantificare il “deficit” dei genitori biologici nell’espletare le proprie funzioni, una volta che sia comunque deciso di sottrarre entrambi in via definitiva all’esercizio del ruolo genitoriale, è senza dubbio fuorviante».

Infine, per AiBi, è l’adozione stessa ne uscirebbe indebolita. Nel suo essere il “rimedio” per garantire al minore la miglior cura quando la famiglia d’origine non è pienamente idonea, l’adozione infatti non è mai stata pensata come una “sanzione” per la famiglia biologica: è una invece una decisione corrispondente alla necessità di fornire ai bambini e ragazzi un clima stabile di felicità, amore e comprensione per raggiungere il miglior sviluppo psico-fisico. «Rimanere nell’incertezza e nel limbo anche giuridico tra due famiglie, di cui una comunque non idonea e l’altra idonea ma non pienamente famiglia, significa condannare i bambini a non avere quel clima necessario alla loro crescita ottimale», conclude AiBi.

Foto Pexels


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