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Le parole che cambiano/ Poesia

E' una legge necessaria e stringente a cui il poeta, per destino, è chiamato ad obbedire. La poesia per Milo De Angelis è il suono che si fa significato, e per questo parla della vita e dell’attual

di Andrea Leone

Poesia, s. f. 1. Attività artistica di comporre versi, seguendo determinate leggi o consuetudini metriche, ritmiche e altre restrizioni. 2. Componimento in versi, generalmente breve. 3. Particolare suggestività in grado di suscitare forti emozioni. fig. Fantasticheria, illusione (dal Dizionario italiano Sabatini Coletti) Destino, vocazione, un viaggio bagnato dalla necessità, addirittura una «dettatura millimetrica». Niente a che fare con sentimentalismi privati e introspettivi. Anche se certo, la poesia nasce laddove il télos universale cozza contro le tempeste delle esistenze singolari. Eppure in questa obbedienza al suono, in cui persino il pensiero è frantumato, i poeti riescono a raggrumare significati. Molto più di quanto riescano a fare cinema e narrativa. Tant?è che la poesia italiana gode di buona salute, mentre le altre arti espressive languono. Vita: Incominciamo con la definizione. Da dove viene esattamente la parola ?poesia?? Milo De Angelis: Dal verbo greco poiêin, che significa ?fare?. Ma non si tratta del fare pratico e quotidiano (legato al verbo pràttein), bensì di un fare essenziale, che ha risvolti artistici, rituali, religiosi. è una parola densa, poiêin, che contiene anche il significato di creare, generare, portare dal nulla alla vita. Vita: La vocazione poetica riguarda più la natura o la storia? è qualcosa cioè di innato o qualcosa che si sviluppa determinato da precisi eventi, dalla storia di una persona? De Angelis: Riguarda il destino. Ossia l?impatto tra la nostra scialuppa e le tempeste, la nostra rotta e le sirene, il nostro porto e la cartina che abbiamo disegnato. I Greci dicevano tra télos e contingenza, ovvero tra lo scopo ultimo della nostra vita e l?irruzione degli eventi. Bello il termine che ha usato, ?vocazione poetica?: esiste davvero questa chiamata, e questo viaggio verso la sua voce. Non è un viaggio esplorativo o curioso. è un viaggio bagnato dalla necessità. E assume sempre, in poesia, la forma solenne del ritorno. Vita: Per lei la poesia, al di là dei patetici fraintendimenti che la vedono come una confessione personale sentimentale, è spietata obbedienza a una legge. In che modo si manifesta questa obbedienza e che cos?è questa legge ? De Angelis: Noi siamo il frutto delle nostre parole. Esse, una volta scritte, ci spiegano qualcosa di noi stessi. Ignoriamo la nostra essenza prima di vederla su una pagina. Le frasi che lì si sono depositate, come frammenti di uno specchio, ci invitano a guardarle. Lì, sul foglio, troviamo la nostra forma, se siamo stati precisi, se abbiamo sentito esattamente il suono e il significato delle parole. La poesia è questo suono che si fa significato. Siamo sottoposti a dettatura. Abbiamo il dovere di trascrivere senza sbavature, sillaba per sillaba. Anche le correzioni e il demone della variante vanno in questa direzione: sono affinamenti dell?udito, prossimità crescenti, obbedienza all?unica possibile pronuncia, tappe di un?adesione millimetrica. Vita: La poesia può essere uno strumento di salvezza? De Angelis: Il porto a cui tendiamo, ha detto bene Ungaretti, è un porto sepolto. Dobbiamo conoscere il suo nome, decifrarlo. Per far questo dobbiamo scavare a lungo, cancellare gli appellativi di maniera, chiamarlo con il suo nome proprio. Nulla meglio della poesia per questo scavo e questa esattezza, per leggere i caratteri tipografici della nostra meta. Vita: Come persone e luoghi reali entrano nella scrittura? De Angelis: I libri che ho scritto sono affollati di persone e di luoghi: compagni di scuola, di squadra, di strada, grandi amici, donne smarrite e risorte, drogati con la testa oscillante, antichi maestri e alunni, tutto un popolo di corpi disseminati lungo le stagioni. Ritornano all?improvviso, e ciascuno di loro è quello, con tanto di nome e cognome, sguardo, andatura. Magari per un dettaglio, un tic, una mossa. E deve essere trascritto così come è, nella sua contingenza, per accedere al tempo assoluto della poesia. Il luogo di questi incontri è sempre lo stesso: una Milano periferica di chioschi e di metano, di campi e di palestre, piste, pedane, antiche passioni atletiche e sportive. Vita: La peculiarità della sua poesia è di essere una poesia pensante. C?è una parentela tra poesia e filosofia? De Angelis: La densità del pensiero, se in un poeta esiste, deve però risolversi nel palpito vivo della scena e delle figure, deve rendersi invisibile e sbriciolarsi nel ritmo. Guai ai versi che ?pensano per immagini? e che non sono né poesia né pensiero. D?altronde la filosofia può fornire gli attrezzi di bordo. Ma poi il viaggio si fa da soli, con la nostra zattera indifesa tra le onde. Vita: Somiglianze, il suo libro di esordio, uscito nel 1976 ma scritto anni prima, è stato scritto praticamente da un adolescente, un ?Rimbaud milanese?, come la definì Maurizio Cucchi. Perché l?adolescenza pare l?età lirica per eccellenza? De Angelis: L?adolescenza è un tempo sospeso. La famiglia è alle spalle, e la maturità è ancora lontana. Rimane questa terra di mezzo, con le sue leggi e leggende, dove tutto sembra possibile, si aprono infinite vie, corpi, passioni, miraggi. L?adolescenza è un tempo poetico. Il ragazzo fa parte del mondo (il gruppo, la banda, la squadra), ma è anche un solitario che parla con se stesso, si lascia attraversare dalle visioni. Solarità della gara e isolamento dell?anima, come in ogni poeta: senso attuale della lingua e monaco notturno dell?esperienza, agonismo e ascesi, luogo della cronaca e luogo del fiore senza età. Vita: Quali sono le persone decisive della sua formazione? De Angelis: Prima di Somiglianze, a partire dalle scuole medie, c?è stato un lungo dialogo con i poeti morti, soprattutto Leopardi e Rimbaud, una presenza continua nel mio animo, un intrecciarsi dei versi con la scuola, le amicizie, lo sport e con l?adolescenza intera. Poi, a partire dai sedici anni, c?è stato un periodo di viaggi ed esplorazioni dei poeti viventi: mi bastava un bel verso per spin-germi in treno a fare il giro d?Italia, per conoscere l?anima da cui era scaturito. E infine, durante la costruzione del libro, il colloquio con Sereni, Raboni, Porta, Majorino. Ma soprattutto con i miei maestri toscani, Luzi, Bigongiari e Fortini. In particolare con quest?ultimo il dialogo fu fitto, vibrante, tempestoso: lettere e telefonate, ore e ore passate in via Legnano 28 a discutere un aggettivo, come se da quell?aggettivo dipendesse il destino del mondo, la felicità di chi stava passando in quel momento per strada. C?era in quei pomeriggi un?atmosfera da decisione suprema, da giorno del giudizio, tipica di Fortini e del suo ossessivo rigore, che d?altra parte anch?io richiedevo. Gli sarò sempre grato per quell?insegnamento severo e giuridico, per quell?acutissima capacità di fermarsi su ogni verso; insomma, per tutto il tempo trascorso con il ragazzo difficile che ero. Vita: Il cinema italiano è in coma, il romanzo agonizza. Perché la poesia contemporanea è invece in buona salute? È qualcosa di connaturato alla nostra tradizione, in cui la scrittura in versi è stata sempre superiore alla narrativa? De Angelis: L?ultima parte della sua domanda è già una buona risposta. Non c?è un solo narratore italiano di respiro universale. Non lo è Manzoni, non lo sono Verga, Svevo o Pirandello, tanto meno quelli del secondo Novecento. Chi scrive versi nella nostra lingua percepisce invece di far parte di una tradizione immensa, sentita e studiata dovunque, la tradizione che inaugura la poesia occidentale. La forza di questa eredità è grande, può anche paralizzare. Ma quando viene fatta propria, costituisce una stella cometa e una sfida perpetua. Vita: Il suo ultimo libro, Tema dell?addio, è stato letto da molti. Com?è ottenere la popolarità per un genere talvolta ignorato persino dai lettori forti? De Angelis: Si tratta pur sempre di poche migliaia di lettori. O forse è stato proprio il contrasto con quell?oscurità, il chiaroscuro stesso del morire. Tema dell?addio è il mio libro meno privato. Il distacco dalla vita vuole farsi terra di tutti, sfondare il nucleo biografico, far respirare l?energia che ogni tragedia scaglia fuori dalle sue cellule. Vita: Lei insegna lettere in un carcere: qual è il rapporto tra i detenuti e la poesia? De Angelis: È un rapporto essenziale. Chi si trova in carcere da tanti anni ha bisogno di verità non effimere, non contingenti, non televisive. Le insegue nella poesia, nella parola che rimane: parola dove si compie l?avventura di restare. Il carcere poi è luogo di trauma, memoria, espiazione, rinascita, esilio. È luogo adatto a custodire la poesia. Chi è Milo De Angelis Il poeta della necessità Milo De Angelis, 54 anni, origini piemontesi, è l?ultimo grande poeta italiano, e rappresenta la continuità della più alta tradizione lirica moderna europea, da Leopardi a Rimbaud fino a Montale e Luzi. Con la sua poesia classica e contemporanea allo stesso tempo, De Angelis è il cantore dell?esistenza fermata nella sua massima, lancinante esattezza e nella sua estrema necessità. Oggi insegna ai detenuti nel carcere di Opera.Tra i suoi libri Somiglianze(Guanda, 1976), Dove eravamo già stati (Donzelli, 2001) e Tema dell?addio(Mondadori, 2005).


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