Attivismo civico & Terzo settore

Lo sport allena, anche alla vita

L'attività sportiva è una vera e propria palestra di vita, che permette di avvicinare e supportare anche i giovani in situazione di disagio, favorendo un ambiente dal valore sociale ed educativo, ma anche cognitivo e formativo, in cui è possibile promuovere e sostenere la crescita individuale

di Daria Braga

In questi nostri tempi, il disagio e le difficoltà che respiriamo nell’aria ogni giorno hanno il volto di ragazzi e ragazze, maschi e femmine dai 12 ai 18 anni.

Non tutti, ma molti. Troppi.

In questi anni sul campo, Fondazione Laureus ha incontrato tanti giovani in difficoltà: depressione, perdita di interesse generalizzata, disturbi alimentari, attacchi al corpo, alcolismo in giovanissima età, utilizzo diffuso di stupefacenti. A stupire, per quanto sia diffusa su larga scala, è la continua tendenza a rincorrere desideri istantanei, mai mediati da un percorso graduale di avvicinamento, fatto anche di impegno e lavoro, e una generale mancanza di entusiasmo in relazione al futuro.

Alla situazione, già di per sé preoccupante, va aggiunta anche l’ormai totale assenza di riconoscimento dell’autorevolezza delle figure storicamente deputate a delineare una rotta per l’avvenire.

Anche le famiglie, in un contesto del genere, faticano infatti a ergersi come possibile risposta: la paura dell’ignoto e del vuoto, detonata con la pandemia e con il prolungato isolamento negli spazi casalinghi, sembra aver relegato gli adulti a un modello di impotenza individuale e relazionale sempre più diffuso, che inevitabilmente ha esposto ancor di più i giovani a fragilità psicologiche e sociali, spesso pervasive dello sviluppo fisico e psicologico.

Se questa è la situazione, rimanere in attesa non è più una soluzione percorribile: occorre impegnarsi attivamente per provare a fornire possibili risposte e alternative ai quasi 3 milioni di ragazze e ragazze tra i 15 e i 34 anni che attualmente non stanno studiando, lavorando, formandosi o mettendosi alla ricerca attiva di un lavoro (i c.d. NEET, che, secondo gli ultimi dati ISTAT, costituiscono oltre il 25% della popolazione compresa in questa fascia d’età).

Noi di Fondazione Laureus, dopo anni di studi e osservazioni sul campo, crediamo che una delle possibili risposte sia lo sport. Per diverse ragioni.

Anzitutto, l’esperienza sportiva apre alla possibilità di sperimentare una realtà alternativa a quella attualmente veicolata dal mondo reale e virtuale, un contesto di sviluppo da cui apprendere come organizzare il proprio tempo, come sviluppare competenze atte a raggiungere i propri obiettivi, come far fronte a emozioni spiacevoli e frustranti, sviluppando competenza e resilienza, come imparare a prendersi cura di sé, del corpo e della mente, e come acquisire stili di vita sani. La metafora dell’atleta può essere la chiave per agganciare bambini e ragazzi, permettendo loro di guardare al futuro con occhi sognanti e di trovare nella vita concreta soddisfazione e accoglienza.

In secondo luogo, lo sport può avere una presa diretta su ragazzi e ragazze, dal momento che esso esplicita dinamiche caratterizzanti mondi vicini ai giovani digitali del giorno d’oggi, come videogames e giochi di ruolo online. Entrambi si fondano su un’evoluzione continua e su meccanismi di ricompensa, includendo allenamenti e competizioni ma anche dinamiche relazionali significative. Grazie a entrambi nascono infatti vere e proprie comunità, con regole e valori precisi che assumono un ruolo centrale nella vita del soggetto.

Infine, lo sport può contribuire a creare, come forse nient’altro, figure di riferimento e modelli comportamentali d’ispirazione per i ragazzi: gli allenatori, quando accompagnanti da un solido bagaglio di competenze sportive, ma soprattutto empatico-relazionali, possono diventare dei veri e propri role model, a cui i ragazzi possono fare affidamento non solo per quel che riguarda il campo e la pratica sportiva, ma per la vita in generale.

In altre parole, lo sport può aiutare giovani ragazzi e ragazze a divenire «atleti della propria vita», a patto però che si tratti di un luogo, un tempo e uno spazio in cui essere liberi di esplorare sé stessi, sentendosi valorizzati e protetti da un lato, ma spronati a impegnarsi e fare il proprio meglio dall’altro. Come far sì che questo accada?

Noi di Fondazione Laureus, sulla base di quanto osservato di anno in anno nelle numerose realtà in cui siamo coinvolti, abbiamo stilato un decalogo, che crediamo possa dettare la linea per far sì che lo sport diventi sport per lo sviluppo:

  1. È fondamentale che ragazzi e ragazze si innamorino dello sport sin da piccoli: in questo modo, oltre a prevenire fenomeni sempre più diffusi come quelli dell’obesità infantile e dell’analfabetismo motorio, ci si assicura che imparino a esprimersi e a sentirsi a proprio agio, sin dalla tenera età, con il proprio corpo. Abbiamo osservato, infatti, che più tardi i ragazzi incontrano nella propria vita lo sport, più alto è il rischio di un abbandono precoce e, soprattutto, dello sviluppo di sensazioni di inadeguatezza e scarsa confidenza con il proprio corpo: per questo, iniziare sin da piccoli assume un’importanza decisiva.
  2. In caso di chi ragazzi e ragazze che si avvicinino allo sport in età avanzata, con dunque poca esperienza alle spalle, devono essere privilegiati gli sport molto poco conosciuti: in questo modo si riesce a garantire che tutti partano dallo stesso livello, evitando squilibri iniziali e differenze troppo nette a livello di competenze, favorendo in tal modo la creazione di un ambiente positivo, in cui ogni ragazzo si senta accolto e apprezzato per le proprie capacità.
  3. La continuità gioca un ruolo decisivo: ragazzi e ragazze devono poter fare affidamento sulla certezza di essere inseriti in un percorso continuativo, articolato su più annualità, che consenta loro di conoscere a fondo lo sport e di diventare sempre più bravi, padroneggiando col passare del tempo tutte le gestualità richieste dallo sport in questione, acquisendo in questo modo maggior fiducia in sé stessi e consapevolezza nei propri mezzi.
  4. È importante che a ogni livello sportivo si svolga un allenamento di tipo integrato, mirato cioè all’ottimizzazione delle diverse aree di cui si compone la prestazione sportiva: essa è infatti il risultato di abilità fisiche, tecnico-tattiche e mentali messe in atto durante l’attività. Trattandosi di componenti interdipendenti tra loro, che concorrono insieme al risultato finale della performance, devono essere tutte ugualmente allenate all’interno della pratica sportiva: l’approccio allo sport non può dunque prevedere unicamente l’insegnamento in campo, ma deve includere anche la promozione di un atteggiamento sportivo che ragazzi e ragazze devono far proprio, trasformandolo in un atteggiamento di vita.
  5. La proposta sportiva deve essere una proposta di qualità: competizione, tensione per il miglioramento e attenzione alla performance devono coesistere sempre con inclusione, rispetto del prossimo e attenzione umana. I ragazzi devono poter conoscere e toccare con mano uno sport concreto e serio, ma allo stesso tempo giusto e sincero, che non li tradisca mai in nome di un agonismo esasperato o di un pressapochismo sportivo imbarazzante. Fare sport non significa unicamente muovere il proprio corpo in ottica di un obiettivo e di un risultato da raggiungere, ma anche imparare a far parte di un gruppo squadra, risolvere problemi, gestire ansia e frustrazioni.
  6. Dal momento che lo sport non è solo performance, non si può prescindere da figure professionali consapevoli delle potenzialità delle attività che svolgono, capaci di fare scelte orientate in questa direzione. I nostri allenatori devono avere un bagaglio di competenze non solo sportive e legate alla prestazione, ma anche relazionali ed educative, che consentano loro la pianificazione e l’attuazione di attività trasversali, capaci di stimolare tutte le aree della pratica sportiva: fisica, cognitiva, tecnico-tattica emotiva e relazionale. Per questo, coinvolgiamo a più riprese i nostri allenatori in percorsi di formazione, che li stimolino a mettersi in gioco, ripensando continuamente il proprio approccio e la propria metodologia, e che consentano loro, al contempo, di acquisire ulteriori competenze.
  7. Una particolare attenzione dev’essere dedicata alla creazione di un gruppo squadra coeso e unito, alla base del quale vi siano valori come il rispetto reciproco, l’osservanza di regole comuni e la libertà di esprimersi senza temere il giudizio altrui. La squadra può diventare, infatti, un possibile contenitore di nuove conoscenze e future amicizie, preziosissime in una fascia d’età delicata come quella in questione, specialmente in un periodo storico in cui prolungati isolamenti e una tendenza alla chiusura in sé stessi minano ulteriormente le occasioni di contatto con nuove persone all’interno di spazi sicuri.
  8. In quest’ottica deve incoraggiarsi la creazione di gruppi misti, composti da ragazzi e ragazze anche di diverse età e di diverse culture: solo abituando ragazzi e ragazze a confrontarsi, sin da piccoli, con elementi di diversità, è possibile abbattere a priori stereotipi di genere e pregiudizi culturali, che ancora oggi costituiscono una parte significativa del nostro retaggio culturale. È di vitale importanza, a tal proposito, che ragazzi e ragazze vivano la diversità e la differenza non come un aspetto alienante, ma come elemento di ricchezza, sviluppando una cultura d’accoglienza e inclusione, che dev’essere alla base di ogni attività sportiva.
  9. Gli allenatori, e tutte le altre figure coinvolte, devono favorire la creazione di un clima positivo e un senso di appartenenza al contesto sportivo: i ragazzi devono avvertire un interesse costante e profondo nei loro confronti, che li faccia sentire accolti, rispettati e stimolati, mai giudicati o messi da parte. Riuscire a creare ambienti di questo tipo può essere, soprattutto per i più piccoli, un modo efficace per contrastare il crescente ritiro sociale dei giovani, aggravato dalla pandemia, e l’aumento delle dipendenze tecnologiche;
  10. Ci siamo resi conto che i ragazzi necessitano di luoghi dove i loro interessi sportivi, i loro bisogni di accompagnamento sul piano dello studio, il loro desiderio di socialità, con adulti presenti e appassionati alle loro vite possano trovare piena soddisfazione. Noi di Fondazione Laureus stiamo provando a mettere insieme tutte queste esigenze attraverso i nostri centri sportivi di comunità, veri e propri centri sportivi di formazione giovanile, in cui bambini e famiglie con problemi economici, che fronteggiano l’esclusione sociale nei quartieri più vulnerabili delle principali città italiane, possono praticare sport gratuitamente e avere accesso ad attività formative e psicoeducative. Si tratta di luoghi in cui lo sport diventa uno strumento educativo e di crescita, che aiuta ragazzi e ragazze che vivono in condizioni di difficoltà e con opportunità ridotte a sviluppare Life Skills, oltre che abilità relazionali e motorie. L’obiettivo è quello di creare dei veri e propri punti di riferimento per la comunità, capaci di coinvolgere non solo minori, ma anche la rete educativa a loro supporto e i membri delle loro famiglie.

In conclusione, secondo noi di Fondazione Laureus, allo sport va dunque riconosciuto un valore sociale ed educativo, ma anche emotivo e cognitivo: quello sportivo deve essere considerato un ambiente favorevole per la crescita individuale, trattandosi di un contesto in cui possono riprodursi dinamiche assimilabili a quelle della vita quotidiana, permettendo quindi di sviluppare tutte le abilità necessarie per condurre una vita soddisfacente, orientata al benessere, e per affrontare adeguatamente difficoltà e situazioni stressanti.

Lo sport, quando vissuto in questa maniera, può diventare una vera e propria palestra di vita.


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