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Famiglia & Minori

Mi bastano poche lire

La sua Banca ha ridato benessere a milioni di persone e ha contribuito a risollevare le economie disastrate dei Paesi distrutti dalla guerra.Adesso Arcobaleno lo vuole in Kosovo.

di Gabriella Meroni

L?inventore del microcredito e fondatore della Grameen Bank, Muhammad Yunus, è già al lavoro per il Kosovo. Da sempre critico verso il sistema degli aiuti umanitari internazionali, il professore bengalese noto in tutto il mondo per aver aiutato 12 milioni di suoi connazionali a uscire dalla povertà, potrebbe avviare una collaborazione con la missione Arcobaleno per lanciare progetti di microcredito anche a Pristina e in Kosovo. La proposta – tradotta in cifre si parla di 6 milioni di dollari, oltre 10 miliardi di lire, da destinare alla Grameen Trust – è arrivata in questi giorni a Chittagong dallo studio del commissario Marco Vitale, gestore dei fondi Arcobaleno, letteralmente conquistato dall?ultimo libro di Yunus ?Il banchiere dei poveri? che racconta la sua semplice idea geniale: offrire piccoli prestiti a persone poverissime e per questo escluse dalle linee tradizionali di credito, per permettere loro di avviare o continuare piccole attività in proprio. Così la Grameen ha liberato milioni di famiglie di 60 paesi del mondo dalla schiavitù dell?usura, offrendo loro un aiuto molto più concreto dei finanziamenti a pioggia elargiti da governi e dalle agenzie internazionali. Muhammad Yunus, 59 anni, lavora a pieno ritmo, preparandosi a visitare il Kosovo, magari in compagnia di Vitale. ?Vita? l?ha intervistato in anteprima, per cercare di capire di più di un progetto per ora solo abbozzato ma con ottime probabilità di diventare presto realtà. Professor Yunus, adesso in Kosovo ci vanno un po? tutti, dai governi agli industriali ai filantropi. Sembra quasi una gara a chi aiuta di più. Non teme un ?ingolfamento umanitario?? Certo che lo temo. Dopo la fine di questa guerra assisteremo sempre più a piani di ricostruzione in grande stile, con piogge di miliardi e investimenti su larga scala. Ma io sono convinto che la cosa più importante sia riprendere la vita dalle piccole cose, dal basso, dalla quotidianità. Proviamo a pensare allo scenario che si trovano ad affrontare i profughi che rientrano a casa: l?agricoltura distruttta, le fabbriche distrutte, le piccole attività artigianali in pezzi. Chi aveva un mestiere o un?attività deve ricominciare tutto da capo. Il microcredito punta esattamente a favorire questo processo. Che elementi ha per essere così certo che il suo progetto funzionerà anche in Kosovo? Il microcredito ha una caratteristica fondamentale che lo rende unico: è flessibile. Si adatta ad ogni paese, ad ogni cultura. Non esistono condizioni che ci impediscano di lavorare. Perché andiamo a cercare i più poveri, che sono un po? gli stessi ovunque. E poi ci sono almeno altre due buone ragioni per credere che anche in Kosovo il microcredito avrà un futuro roseo. Quali? Il successo dei nostri programmi già avviati in Bosnia e Albania, e le precedenti esperienze in Paesi appena usciti da guerre sanguinose, come la Cambogia, l?Afghanistan o le repubbliche ex sovietiche Kazakistan e Tagikistan. Le assicuro che quando siamo arrivati noi le economie di questi Paesi erano ridotte a zero, a uno zero assoluto. Qual è il segreto della fortuna di questo strumento? Il segreto è tutto qui: partire dall?esistente, migliorandolo. Non occorre scervellarsi per inventare attività nuove, progetti nuovi. Basta permettere alla gente di fare ciò che ha sempre fatto e che vuole continuare a fare. Che il fabbro continui a fare il fabbro, e il mugnaio il mugnaio. Spesso basta un piccolo prestito per sbloccare tutto. Altro che nuovo ordine mondiale! Crede che gli aiuti internazionali così come sono stati concepiti e gestiti fino ad oggi debbano essere rivisti in questa chiave? Un ripensamento globale non è più rimandabile. Il mio paese, il Bangladesh, ha ricevuto 30 miliardi di dollari di aiuti umanitari dal 1972 ad oggi. Ma visitando i nostri villaggi non si vede traccia di tutto quel denaro. Dove sono finiti i soldi? Per la maggior parte sono rimasti nelle tasche dei paesi donatori, a coprire le spese di gestione delle stesse organizzazioni che hanno raccolto le somme, e il resto se lo spartiscono le élite dei consulenti e dei burocrati. Così accade da noi, ma immagino che lo stesso capiti in altre nazioni povere del mondo. E ora tremo all?idea che sul Kosovo stia per abbattersi un gigantesco piano Ue da 400 miliardi di ecu… Cosa fare dunque? Focalizzare l?attenzione sulle reali esigenze della popolazione. Non massificare i progetti. Dare credito anche a chi non l?avrebbe mai, se fosse la Banca mondiale a decidere. E agire subito. Come speriamo di fare in Kosovo. Se tutto andrà bene, tra un mese partiamo.


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