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Migranti della sanità a caccia di una cura

Che succede se due regioni italiane forniscono gratis farmaci che nelle altre si pagano? Ai malati non resta che trasferirsi per avere le terapie. Succede con la somatostatina, ma anche con altri farm

di Gabriella Meroni

I primi sono stati quei romani che nei giorni caldi del caso Di Bella avevano raggiunto Maglie in pullman per portare solidarietà al pretore amico della somatostatina. Poi è arrivata la decisione della regione Puglia di distribuire gratuitamente la terapia Di Bella, e a quel viaggio ne sono seguiti altri. A chi voleva curarsi con la somatostatina ma non abitava in Puglia non restava che una cosa da fare: trasferire la propria residenza lì per accedere gratuitamente ai farmaci. Con il risultato di paralizzare gli ospedali della regione. In quei giorni, due sindacati medici (Fimmg e Cimo) denunciavano: attenzione, i pazienti percorrono su e giù l?Italia per procurarsi le medicine. Un rischio che gli amministratori lombardi, anch?essi decisi a liberalizzare la somatostatina, avevano intuito: per impedire la migrazione di malati da altre regioni, infatti, hanno stabilito che avevano diritto alla cura Di Bella solo i possessori di tessera sanitaria con data anteriore al 14 gennaio, giorno della liberalizzazione della terapia. Dando un automatico stop, quindi, alle immigrazioni per motivi di salute. Poi è arrivata la decisione di far partire la sperimentazione ovunque, e le acque si sono calmate. Ma il fenomeno dei trasferimenti da una regione all?altra, se non da una Asl all?altra nella stessa regione o città, non è nuovo. Con il caso Di Bella ha semplicemente assunto dimensioni tali da arrivare all?attenzione di tutti. Ma in Italia sono molti i malati che da anni sono costretti a trasferirsi da una Asl all?altra alla ricerca di medicinali che altrimenti sarebbero costretti a pagare di tasca propria. Sono pazienti di malattie rare, ma gravi, in lotta contro aziende sanitarie preoccupate di far quadrare il bilancio, che negano loro farmaci essenziali, mentre magari a pochi passi altre aziende economicamente più forti o dotate di amministratori più illuminati si comportano diversamente. La denuncia arriva dal dottor Pasquale Trecca, dell?associazione Cometa, che raggruppa pazienti affetti da malattie metaboliche. «Il diritto alla salute è garantito dall?articolo 32 della costituzione, e non può dipendere dalla residenza», dice Trecca. «Ma in Italia non è così. Se si ha la fortuna di nascere in una regione che ?passa? alcune medicine ci si cura gratis, altrimenti l?alternativa è: spendere milioni o cambiare casa». La soluzione che scelgono quasi tutti, ovviamente, è quest?ultima. «Si rintraccia un amico nella zona prescelta e ci si fa ospitare il tempo necessario a ottenere la residenza», spiega il dottor Trecca. «Il classico compromesso all?italiana dovuto alla regionalizzazione esasperata della sanità, per cui oggi ciascuna Asl da una parte ha un?ampia discrezionalità, dall?altra precisi vincoli economici. In pratica, se un farmaco costa molto e serve a pochi si può decidere di non acquistarlo». Una situazione che per le malattie di cui si occupa Cometa può costituire un attentato alla vita. Il dottor Trecca snocciola esempi. «Alcune aziende aspettano la crisi del paziente, che così viene ricoverato, riceve il farmaco gratis in fascia ospedaliera e la Asl prende pure il rimborso ministeriale. Un gioco al massacro». Aggravato dal fatto che, a differenza della somatostatina – non riconosciuta dal ministero della Sanità – qui si parla di medicine in uso da anni, o addirittura di farmaci salvavita. Ma il problema si pone anche per trattamenti particolari, come la riabilitazione di soggetti pluriminorati. Anche qui alcune Asl fanno il bello e cattivo tempo, negando i contributi per le strutture riabilitative o limitandoli nel tempo. E costringendo le famiglie a spostarsi dove esistono maggiori possibilità. «Decine di persone hanno fisicamente traslocato a Osimo, chiedendo la residenza, per essere assistite da noi», conferma Rossano Bartoli, segretario della Lega del Filo d?Oro. «E hanno sovraccaricato la Asl 7 di Ancona e il comune di Osimo, che deve farsi carico di servizi come il trasporto. Finora nessuno ha protestato, però se i numeri aumentassero le istituzioni potrebbero faticare a coprire i bisogni di tutti». Quello che è capitato con la terapia Di Bella, insomma, non è un caso. E l?emergenza non sfugge neppure ai medici, che a loro volta denunciano disparità di trattamento che, se estremizzate, potrebbero condurre a scenari inquietanti. Come gruppi di cittadini non tutelati nel diritto alla salute che decidono di rivolgersi ai pretori per avere cure necessarie. «È una stortura del nostro sistema», conferma Mario Falconi, presidente del Fimmg, sindacato autonomo dei medici di base. «Se non si concilierà l?autonomia delle Asl e dei regimi regionali con l?uguaglianza di prestazioni in Italia andremo incontro a migrazioni sempre più consistenti di pazienti. Bisognerebbe fissare per legge degli standard minimi garantiti, e lasciare autonomia per prestazioni non essenziali». D?accordo il rappresentante dei medici ospedalieri, Carlo Sizia del Cimo: «Il servizio sanitario non è più nazionale ma regionale, se non locale. E a pagare è il malato, il cui diritto di cura si riduce a una questione di fortunata residenza. Speriamo che quanto è accaduto per la cura Di Bella sproni il governo a fare qualcosa». E il ministro della Sanità come risponde? «Se il servizio sanitario nazionale non è nazionale non è utile» dice il ministro Bindi. «Quindi vanno rafforzati i poteri di controllo e richiamo nei confronti degli assessori che il ministero oggi non ha. L?uniformità è un cammino non facile, perché ci sono spinte in altre direzioni». I pazienti che lamentano disparità di trattamento devono attendere ancora? «Fino all?approvazione della legge delega sulla sanità, in cui si parla di poteri sostitutivi per il ministro, che di fronte a inadempienze gravi potrà intervenire a difesa del cittadino».


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