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Non migrano soltanto le cose

Zamagni lancia l’idea di una Commissione mondiale che segua l' emigrazioni garantendo il rispetto dei diritti umani. Il parere di Bolaffi

di Emanuela Citterio

Forse le persone sono meno importanti delle merci? E allora perché esiste un?organizzazione che regola i movimenti delle merci nel mondo e nulla per i flussi di persone che migrano per i continenti?». La provocazione arriva da Stefano Zamagni, economista e docente all?università di Bologna. Ecco la sua proposta: costituire un?Organizzazione mondiale delle migrazioni (World migration commission, Wmc). In analogia con l?Organizzazione mondiale del commercio (World trade organisation, Wto). «La situazione attuale è caratterizzata dall?assenza di un centro transnazionale capace di affrontare la problematica migratoria nel suo complesso e nella sua interezza», ha sottolineato Zamagni durante il convegno di Verona nel cinquantesimo di fondazione della Commissione cattolica internazionale per le migrazioni (Icmc), di cui Zamagni è presidente. La confusione va dai criteri di rilevazione del fenomeno migratorio – perché ogni organizzazione e ogni centro di ricerca adotta i propri -, alla mancanza di una politica migratoria su base regionale – a livello continentale o almeno subcontinentale -, fino all?assenza di un?authority in grado di risolvere i conflitti circa l?applicazione dei trattati e delle convenzioni internazionali in materia di migrazione. Si potrebbe obiettare che le migrazioni di singoli e popoli esistono da quando esiste l?umanità e non si capisce perché proprio ora ci sia il bisogno di un organismo che affronti la questione a livello globale. «Il fenomeno migratorio nell?epoca della globalizzazione», ci spiega Zamagni, «è diventato endemico, strutturale. Le migrazioni oggi non hanno più la funzione di valvola di sfogo, secondo quell?andamento ciclico che vedeva susseguirsi grandi spostamenti a periodi di relativa calma. Gli spostamenti di persone continueranno, anzi aumenteranno. Per questo la questione migratoria ha bisogno di un assetto, di quella che in termini tecnici viene definita una ?governance? che non può essere nazionale. L?Unione europea sta attuando la sua politica migratoria, e lo stesso avviene in Nord America, ma senza il coordinamento di un?Organizzazione delle migrazioni si creeranno situazioni insostenibili». La tesi di fondo insomma è che nell?epoca della globalizzazione è assurdo pensare di fermare i flussi migratori. Piuttosto bisogna pensare a regolarli. «Qualcuno potrebbe dire che a livello internazionale esiste l?Acnur (l?agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ndr)», prosegue Zamagni, «ma l?Acnur si occupa solo dei rifugiati e non dei migranti. Poi ci sono gli sfollati interni, e sappiamo che gran parte delle persone che soffrono – come è successo nel Kosovo – fanno parte proprio di quest?ultima categoria». Gli obiettivi che un organismo del genere dovrebbe raggiungere sono principalmente tre. Il primo: ottenere di quantificare il fenomeno migratorio con criteri di rilevazione omogenea, per eliminare l?attuale disparità di dati che alimenta la confusione (oggi se qualcuno volesse sapere quanti migranti ci sono nel mondo avrebbe risposte diversissime a seconda del centro di ricerca a cui si rivolge). Il secondo: arrivare a stabilire la politica migratoria su base regionale e definire la figura del migrante, del rifugiato, dello sfollato interno. Perché anche del fenomeno migratorio oggi le agenzie esistenti danno definizioni diverse. E anche questo alimenta la confusione. Il terzo: svolgere un ruolo di authority in grado di far rispettare ai Paesi le convenzioni e i trattati in materia di migrazione (se oggi un Paese non rispetta le convenzioni internazionali sui diritti dei migranti non succede proprio nulla). Come dovrebbe essere modellata un?organizzazione di questo genere è ancora da decidere. Ma c?è una parte della società civile che si sta già muovendo per coinvolgere opinione pubblica e istituzioni facendo presente l?urgenza di «qualcosa di questo tipo». L?International Catholic migration commission, l?organizzazione non governativa con sede a Ginevra, si sta attivando per creare una rete con altre organizzazioni che lavorano da anni per i migranti. «Sono molte le associazioni che lavorano per i profughi, gli sfollati, o per sostenere chi sceglie di uscire dal proprio Paese. Ma c?è dispersione. Spesso non si conoscono i progetti degli altri e ciò che si ottiene è una dispersione di energie. Unendosi, queste realtà potrebbero essere più efficaci. E soprattutto portare avanti campagne, fare insomma un?azione di lobbyng perché ci si incammini verso un organismo mondiale come quello descritto, la cui necessità è improrogabile». Una coincidenza significativa: lo stesso disagio per la mancanza di un organismo globale per le migrazioni arriva da Ana Liria-Franch, delegata in Italia per l?Acnur , che, durante il convegno di Verona, ha sottolineato la necessità di governare gli spostamenti delle persone, che sempre di più emigrano per cercare lavoro o per sfuggire a guerre e persecuzioni politiche. «Per salvaguardare l?equilibrio e la sicurezza di tutti» ha detto la delegata dell?Acnur, «dobbiamo ripensare a come gestire, come prevenire i movimenti di popolazione, come aiutare il Sud in modo che un giorno tali flussi possano diventare fonte di ricchezza, di reciproco sviluppo e di prosperità e per tutto il genere umano». bella idea, ma deve piacere ai ricchi Il parere di Guido Bolaffi Una proposta coerente e sacrosanta ma quasi impossibile da realizzare. È la reazione a caldo di Guido Bolaffi (foto), capo Dipartimento degli Affari sociali ed esperto di immigrazione. Il motivo principale? Tutte le grandi organizzazioni internazionali sono nate perché volute dai Paesi più potenti. Che in questo caso non hanno nessun interesse a far nascere un?authority internazionale che possa dare regole sulla distribuzione dei flussi migratori o esigere il rispetto di convenzioni sulle modalità di accoglienza degli immigrati. «La stessa Onu», ricorda Bolaffi, «è stata voluta dai Paesi usciti vincitori dalla prima guerra mondiale e sostenuta dagli Usa dopo la seconda. L?organizzazione del commercio (Wto), è stata sollecitata e infine imposta dai Paesi ricchi. Per realizzare una Commissione mondiale per le migrazioni dovrebbe accadere il contrario. Perché in questo caso sono i Paesi poveri, da cui provengono gli immigrati, a invocare una regolamentazione dei flussi e la tutela delle persone che emigrano». Le resistenze non mancherebbero. Già nel 1994, durante la Conferenza del Cairo, i Paesi del Nord America rifiutarono le regole per il ricongiungimento familiare degli immigrati proposte dall?Onu. Ma anche da parte di alcuni Paesi di provenienza dei migranti sorgerebbero difficoltà, secondo Bolaffi. Cina o Filippine, per esempio, non tengono a rivelare l?entità dei flussi finanziari creato dalle ?rimesse? degli emigrati (cioè dal denaro che proviene da chi lavora all?estero). I flussi, poi, sono spesso gestiti da élite locali poco disposte ad accettare forme di controllo. Nessuna speranza allora per un Wto (equo) dei migranti? «Bisognerebbe partire dall?Unione europea. Non solo è la realtà più omogenea, ma anche quella che più si impegna per promuovere politiche migratorie comuni. Ecco, la Ue potrebbe essere la chiave di volta».


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