Media, Arte, Cultura

Olocausto: pensarlo è peggio che viverlo

La storia di Imre Kertesz è molto singolare. Ebreo, ungherese, nato nel 1929, venne deportato ad Auschwitz nel 1944, quando aveva 15 anni. Salvatosi dai campi di sterminio...

di Andrea Leone

Kaddish per un bambino mai nato di Imre Kertesz Feltrinelli, pp. 120, euro 12 La storia di Imre Kertesz è molto singolare. Ebreo, ungherese, nato nel 1929, venne deportato ad Auschwitz nel 1944, quando aveva 15 anni. Salvatosi dai campi di sterminio, dopo la guerra lavorò come giornalista fino a quando il suo giornale, diventato organo di partito, lo licenziò. Iniziò allora un lungo periodo di precari lavori letterari, durante il quale Kertesz elaborò l?idea della sua narrativa. Per scrivere il suo primo libro impiegò ben dieci anni, e ancora di più per pubblicarlo. Essere senza destino era un libro scomodo per il regime comunista e vide la luce solo nel 1975, tra l?indifferenza di pubblico e critica. Poi, nel 2002, Kertesz ricevette il premio Nobel e la sua opera si diffuse universalmente. Feltrinelli manda ora in libreria questo Kaddish per un bambino mai nato, che si può considerare il terzo romanzo della trilogia di cui fanno parte Essere senza destino e Fiasco. Kertesz ha dichiarato: «Ogni volta che penso a un romanzo penso ad Auschwitz». Il tema del libro è infatti l?Olocausto, come per tutti gli altri, ma Kertesz è uno scrittore di razza, e il suo punto di vista e il suo procedimento sono piuttosto diversi da quelli degli altri memorialisti. Il suo romanzo è più costruito, più oggettivo; Kertesz mette un diaframma complesso e profondo tra sé e la materia. C?è un processo verso l?asciuttezza, l?essenzialità; netto il ripudio di sentimentalismo e retorica. La scrittura e la forma sono classiche, limpide. Si arriva a una naturalezza che non è banalità o semplicità, ma chiarezza. E non assente è anche una certa leggerezza, una grazia di tono, una certa distanza. Il romanzo inizia con la parola «No». Un personaggio chiede al protagonista se ha un figlio e quella è la sua risposta. L?uomo si rifiuta di mettere al mondo un essere umano. La metafora è chiara: la vita, il tempo, non possono riprendere dopo l?inferno, dopo ?la commedia dell?assurdo? dell?Olocausto. La vita è paralizzata in una sorta di non-nascita, non-esistenza. Il figlio mai nato è come la propria vita dopo l?orrore infinito. Ciò che interessa a Kertesz è soprattutto l?analisi della coscienza alle prese con il dopo, con la ripresa della vita normale, con la ripresa del contatto con gli altri, con il mondo. La memoria è qui un?impresa ardua, difficile, ben più tragica dell?esperienza dell?Olocausto in sé, ormai superata e lontana. Come sopravvivere a qualcosa di insostenibile, a qualcosa che non si può neppure pensare? Kertesz si pone questa domanda, ma il suo libro è già una risposta.


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