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Palmira, i tesori perduti

Distrutto anche l’Arco Romano che apriva la grande via colonnata. È l’ennesimo monumento polverizzato dall’Isis. Su Vita magazine una delle maggiori esperte spiega cos’era Palmira e perché i terroristi l’hanno messa nel mirino

di Redazione

Continua l’infinito calvario di Palmira. Ieri è stata confermata la distruzione da parte dei miliziani dell’Isis di un altro monumento di questo che è uno dei più importanti siti archeologici del mondo, patrimonio Unesco. Come ha reso noto Maamun Abdulkarim, direttore delle Antichità di Damasco, è stato distrutto con esplosivo l’Arco di Trionfo posto all’inizio della Colonnata. «L’Arco era stato minato alcune settimane fa e ieri è stato fatto saltare in aria». L’arco severiano, a tre fornici, era stato pensato per mascherare un cambio di direzione di 30 gradi del secondo tratto dalla via colonnata, la grande via con una carreggiata larga 11 metri, affiancata da due portici di 7 metri.

Quali sono le ragioni di questo accanimento dell’Isis rispetto ai resti di Palmira? È una domanda a cui risponde Valentina Porcheddu la più attenta osservatrice di quanto sta accadendo in questi mesi a Palmira, sul numero di Vita in edicola. Valentina Porcheddu è dottore di ricerca in Storia, Lingue e Letterature antiche presso l’Università di Bordeaux 3, è stata ricercatrice all'Università di Barcellona e borsista della Getty Foundation e della Scuola Archeologica Italiana di Atene. La sua attenzione si è rivolta anche alle tematiche della salvaguardia del patrimonio archeologico e al rapporto tra i popoli e la memoria del passato.

Il servizio pubblicato sul numero di Vita è stato pensato anche come strumento da usare nelle scuole, lezione sulla storia del passato e su quella presente. Ecco in anteprima la parte che riguarda le ragioni di questo accanimento dell’Isis. Il resto lo potete leggere nel numero in edicola.

L’Isis come sceglie i propri obiettivi all’interno del sito?
Nel numero 11 di Dabiq (settembre 2015) – il magazine in lingua inglese attraverso il quale lo Stato Islamico diffonde la sua propaganda sul Web – è stato pubblicato un réportage fotografico della distruzione dei templi di Baalshamin e di Bêl, definiti nel titolo che accompagna le immagini “shirk”. Con questo termine i musulmani indicano il politeismo e non vi è dubbio che i due edifici cultuali siano stati distrutti in quanto dimora di divinità pre-islamiche, i “falsi idoli” che tormentano come spettri i jidahisti, innescando la loro furia iconoclasta. La demolizione della statua colossale del Leone di Allat non è da considerarsi un obiettivo secondario. Leone, in arabo, si dice infatti El-Assad e all’epoca di Hafez al-Assad la scultura raffigurante il felino che stringe tra le zampe un’antilope era l’emblema dell’universalismo del partito Baas. Il sito archeologico di Palmira rappresentava per il regime il dominio sulla cultura dei colonizzatori europei, i quali avevano annientato una città araba medievale per far emergere un patrimonio più antico, ai loro occhi maggiormente degno di attenzione. Abbattendo la statua posta a guardia del museo di Palmira, è un simbolo politico “ostile” alla dottrina islamica “purista” cui si richiama l’Isis a esser stato colpito.

Nell’attacco dell’Isis ai patrimoni entrano in gioco anche ragioni religiose o culturali? Ad esempio una specie di fondamentalismo iconoclasta?
I militanti dello Stato Islamico seguono una dottrina fondamentalista sunnita secondo la quale è vietata qualsiasi riproduzione di esseri umani o animali. L’iconoclastia è dunque la prima causa della distruzione di statue o monumenti che ospitano divinità pre-islamiche. Cancellando un patrimonio in cui anche l’Occidente riconosce le sue più remote e profonde radici, l’Isis intende inoltre spezzare il dialogo tra due mondi che ritiene inconciliabili.

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