Cooperazione & Relazioni internazionali

Più spese militari? Negli ultimi vent’anni già cresciute del 90%

La Camera ha approvato a larghissima maggioranza un ordine del giorno che porterebbe le nostre spese militari dagli attuali 68 milioni di euro al giorno a 104 milioni al giorno. Una voce di spesa che negli ultimi anni è sempre stata in crescita. Il capitolo principale riguarda nuovi sistemi d'arma. Ma davvero questa corsa alle armi ci rende più sicuri? Intervista a Francesco Vignarca

di Sara De Carli

Questa settimana la Camera dei Deputati ha approvato a larghissima maggioranza (391 voti favorevoli su 421 presenti, 19 voti contrari) un ordine del giorno collegato al cosiddetto “Decreto Ucraina” proposto dalla Lega Nord e sottoscritto da deputati di Pd, Fi, Iv, M5S e FdI che impegna il Governo ad avviare l’incremento delle spese per la Difesa verso il traguardo del 2% del PIL. Ciò significherebbe, citando le cifre fornite dal Ministro della Difesa Guerini passare dai circa 25 miliardi l’anno attuali (significano 68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (ossia 104 milioni al giorno). Colpisce il balzo in avanti di questa consistenza e colpisce la trasversalità del voto, con un’assenza totale di dibattito. Abbiamo chiesto un commento a Francesco Vignarca, coordinatore campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo.

Questo 2% del Pil destinato alle spese militari è una linea che si sente citare spesso in questi giorni, in più Paesi, in riferimento all'intesa raggiunta in ambito Nato nel 2014 e ad una difesa comune europea. È un impegno vincolante? Che cosa allora ci porta a fare questa scelta?
Non è un impegno vincolante, deriva da una prima dichiarazione dei ministri della Difesa del 2006 ribadita poi dai Capi di Stati e dei Governi del 2014. Si tratta di un punto di arrivo, compreso anche il 20% di questa spesa che deve essere destinato a investimenti in nuovi sistemi d’arma, entro il 2024 ma non è stato mai ratificato da nessun Parlamento e quindi non è un impegno vincolante. Peraltro l’Italia nel 1970 aveva promesso di destinare lo 0,7% del Pil alla cooperazione internazionale e non lo ha mai fatto: nessuno ha mai richiamato nessun vincolo per questo. Infine, è il rapporto col Pil che è insensato: il Pil comprende anche la ricchezza privata, che non è nelle disponibilità dello Stato e soprattutto non si può prevedere, per cui è proprio sbagliato indicare quel parametro per una spesa pubblica, nel caso sarebbe più corretto indicare una percentuale “dal bilancio dello Stato”.

L’Osservatorio Mil€x fa da anni una valutazione delle spese militari, con competenza e con una metodologia che cambia radicalmente la considerazione di alcune voci. Qual è la differenza rispetto ai dati che solitamente vengono comunicati e qual è stato in questi anni il reale trend della nostra spesa per la difesa?
Da anni come Osservatorio Mil€x facciamo una valutazione che non considera solo il bilancio della Difesa. Inizialmente c’era ancora più opacità sulle spese militari e veniva utilizzato molto di più il parametro del bilancio del ministero della Difesa che però non va bene da un lato perché inserisce anche i Carabinieri per una funzione non militare ma di controllo e polizia del territorio e che quindi deve essere sottratto ma d’altra parte non tiene in considerazioni alcune voci macroscopiche come le pensioni militari che sono più vantaggiose rispetto alle pensioni standard, i fondi del ministero per lo Sviluppo economico destinati all’acquisto di nuovi sistemi d’arma e i fondi del ministero dell’Economia e delle Finanze che sono utilizzati per finanziare le missioni militari all’estero. In questo senso serve fare questa riorganizzazione delle voci, spesso non è semplice perché sono voci un po’ nascoste ma ormai la metodologia e la capacità di andare a intercettarle che abbiamo sviluppato funziona molto bene. Per cui diversamente da quanto alcuni politici hanno dichiarato in questi giorni, a seguito dell’approvazione dell’ordine del giorno, possiamo dire che l’Italia non ha avuto una contrazione delle spese militari negli ultimi anni ma anzi l’Italia ha avuto una crescita molto rilevante dal 2019 in poi, legata soprattutto a nuovi soldi che provengono da fonti pluriennali per l’acquisto di nuovi armamenti. È quella la voce più cospicua, passata in tre anni da meno di 5,5 miliardi a più di 8,2 miliardi per comprare nuovi cacciabombardieri, nuove navi, nuovi carri armati.

Diversamente da quanto alcuni politici hanno dichiarato in questi giorni, a seguito dell’approvazione dell’ordine del giorno, possiamo dire che l’Italia non ha avuto una contrazione delle spese militari negli ultimi anni ma anzi l’Italia ha avuto una crescita molto rilevante dal 2019 in poi, legata soprattutto a nuovi soldi che provengono da fonti pluriennali per l’acquisto di nuovi armamenti. È quella la voce più cospicua, passata in tre anni da meno di 5,5 miliardi a più di 8,2 miliardi per comprare nuovi cacciabombardieri, nuove navi, nuovi carri armati.

Francesco Vignarca

Questa mattina c’è stata la presentazione del report “Fanning the Flames: How the EU is fuelling a new arms race”. L’UE sta finanziando nuovi sistemi d’arma anche con tecnologie “intelligenti” come i sistemi automatici senza equipaggio o l’intelligenza artificiale. È così, siamo nel pieno di una nuova corsa alle armi? Senza dibattito e senza alternative?
La presentazione che abbiamo fatto oggi de Rpporto insieme alla rete allo European Network Against Arms Trade ENAAT (di cui Rete Italiana Pace e Disarmo fa parte) e al Transnational Institute è importante perché fa vedere come la militarizzazione in corso non sia solo negli Stati membri ma anche direttamente nell’Unione Europea che per la prima volta, in questo ciclo di bilancio metterà dei fondi direttamente a disposizione del sostegno all’industria militare per nuovi armamenti. Questo è un problema perché l’Europa è nata come forza di pace e perché – essendo il budget dell’Ue fissato – mettendo quei soldi in questa direzione significa sottrarli ad altro: a situazioni legate al welfare e alla cooperazione. In più il report dimostra che a beneficiare dei programmi preliminari – ci aspettiamo che succeda anche per il nuovo Fondo europeo per la difesa – sono i big del settore armiero, gli stessi big che erano in maggioranza nel gruppo di esperti che ha suggerito alla Commissione di istituire questo Fondo per rafforzare la difesa europea. Anche questa è una mistificazione perché la Difesa europea potrà esserci solo quando gli Stati membri decideranno di affidare alla UE questa competenza, mentre per ora i soldi che vengono messi sono tutti in aggiunta alla spesa militare di ciascun Paese membro.

L’Osservatorio Mil€x avrebbe probabilmente criticato questa scelta anche un anno fa o se non stessimo vivendo quello che stiamo vivendo. Ma non possiamo certo prescindere dal contesto, con Macron che oggi dice che ci dobbiamo preparare ad "una guerra di alta intensità che può tornare sul nostro continente”: quindi anche da noi dobbiamo immaginare che questo aumento di risorse significhi innanzitutto più armamenti? Ci servono più armi?
Come Osservatorio Mil€x tendiamo a fornire soprattutto i dati e render più trasparente la spesa militare e a “smascherare”, diciamo così, alcune mistificazioni che ci stanno attrorno. Fornire un dato, poi ciascuno fa la propria valutazione. Come rete Pace e Disarmo, che fa parte della Campagna Internazionale sulla Spesa Militare (GCOMS), noi critichiamo la crescita delle stesse, perché non è funzionale, perché non serve, perché non va a ridurre quei problemi e quelle disuguaglianze che sono alla base dei conflitti nel mondo. È affrontando queste questioni che si porta la pace. Come dice Papa Francesco o il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres dobbiamo investire in investimenti di pace, perché la pace si prepara solo così. Oggi invece la guerra in Ucraina sta facendo venire fuori in maniera anche assurda questa necessità di investimenti bellici che peraltro diventeranno effettivi solo tra qualche anno e quindi ovviamente non servirono a risolvere la crisi attuale ma in pochi si ricordano che in realtà il mondo si è già armato. Negli ultimi 20 anni la spesa militare complessiva nel mondo è cresciuta del 90% e già oggi la Nato spende 18 volte quello che spende la Russia e i Paesi dell’Unione Europea quasi 4 volte. Dire quindi che in questo momento dobbiamo spendere più soldi in eserciti e armi per essere più sicuri è una falsità che aiuta solo l’industria delle armi.

Negli ultimi 20 anni la spesa militare complessiva nel mondo è cresciuta del 90% e già oggi la Nato spende 18 volte quello che spende la Russia e i Paesi dell’Unione Europea quasi 4 volte. Dire quindi che dobbiamo spendere più soldi in eserciti e armi per essere più sicuri è una falsità che aiuta solo l’industria delle armi.

Più armi, scrive Mao Valpiana in una lettera aperta a Gad Lerner, Luigi Manconi, Adriano Sofri, Emma Bonino, sull’invio di armi dall’Ue all’Ucraina, significa «alimentare l’escalation del conflitto» mentre un punto base «della lotta nonviolenta è “fare per primi il primo passo”». «In concreto ciò significa promuovere la de-escalation militare, iniziando a fare ora quello che andava fatto prima: ritirare le bombe nucleari presenti nel territorio europeo smantellando la “nuclear sharing”; richiamare i contingenti militari della Nato recentemente inviati nell’Est Europa». Perché una proposta di questo tipo è realistica, mentre in molti criticano la vostra “neutralità attiva”?
Le proposte nonviolente sono realistiche, anche se ovviamente non abbiamo la verità in tasca, si tratta di percorsi possibili da fare insieme, perché puntano ad eliminare le basi dei conflitti. Se la gente sta meglio, se ci sono più diritti per tutti è più difficile essere tentati di risolvere le questioni con un conflitto armato. Bisogna abbassare i grumi di potetre e questo si può fare non con le armi ma solo con un percorso nonviolento. Oltretutto in un conflitto armato i flussi delle armi – lo abbiamo visto in Libia, Siria, Afghanistan tutte lezioni che mnon stiamo ascoltando – si rendono gli scontri ancora pià duri e chi ne paga le conseguenze sono le popolaizoni civilòe. Sappiamo che armi italiane sono finite in mano al battaglione Azov fascista. Sono realistiche perché incidono sulle persone, che sono il destinatario primo della nostra protezione. Dobbiamo partire da loro, dalle persone. Soccorrere, disarmare, negoziare: sono queste sono le parole d’ordine se vogliamo veramente ridurre la guerra.

Foto di Santiago Sauceda González da Pexels


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