Sanità & Ricerca

Povertà, solo 2,19 euro al mese per il dentista

L’intervento del direttore dell’OPSan (Osservatorio Povertà Sanitaria di Fondazione Banco Farmaceutico) in occasione della presentazione del settimo Rapporto sulla Povertà Sanitaria. Sono 473mila le persone che nel corso del 2019 hanno dovuto rivolgersi agli enti non profit per potersi curare. Focus sulla condizione dei minori: in Italia le famiglie con figli sono le più penalizzate nell’accesso alle cure

di Luca Pesenti

La fine della fase acuta della crisi e i primi interventi strutturali contro la povertà (dal REI del 2018 al Reddito di cittadinanza), seppur tra molte contraddizioni, sembrano aver aperto la strada ad una nuova stagione di impegno pubblico verso la parte della popolazione che sperimenta le maggiori difficoltà sociali ed economiche. Ma, difficilmente, potremo festeggiare davvero l’abolizione della povertà. I dati, per il momento, dicono il contrario. I 5 milioni di poveri in senso assoluto (quelli che non dispongono di risorse minime per vivere dignitosamente) sono ancora lì. Una parte di loro ha iniziato a ricevere il Reddito di Cittadinanza, anche se le famose tre proposte di lavoro ancora non si vedono. E, in mezzo a loro, ci sono quelli che se la passano davvero male. Al punto da non potersi neppure curare quando sono malati.

Già, perché il nostro Servizio Sanitario Nazionale è universalista, ma fino a un certo punto, se è vero che 473mila persone, nel corso del 2019, hanno dovuto rivolgersi ai 1.844 enti non profit (in maggioranza associazioni di volontariato) per affrontare un problema di salute. Parte da questo dato drammatico il 7° Rapporto sulla Povertà Sanitaria presentato mercoledì 4 dicembre dalla Fondazione Banco Farmaceutico e realizzato dal suo organo scientifico, l’Osservatorio sulla Povertà Sanitaria (OPSan). Lo scorso anno, se ne erano contati 538mila, l’anno prima 40mila in più: la differenza la fanno gli stranieri che, pur rimanendo la maggioranza, sono diminuiti di quasi 100mila unità in due anni per effetto della drastica diminuzione degli sbarchi. Il numero degli italiani, invece, non cambia: sono oggi 200mila, solo 8mila in meno rispetto allo scorso anno. E, anche allargando lo sguardo, in tanti, costretti da ragioni economiche, tirano la cinghia anche rispetto alla spesa per la salute: la corsa alla limitazione delle spese sanitarie ha coinvolto, infatti, il 37% delle famiglie povere e il 19% delle famiglie non povere. Contenere la spesa sanitaria è, dunque, una necessità diffusa, ma particolarmente accentuata tra le persone più in difficoltà. Un dato che si spiega probabilmente con l’arretramento del Servizio Sanitario Nazionale: la quota di spesa per la salute coperta dal SSN è passata, infatti, dal 62,7% al 59,7%, e, specularmente, la spesa totalmente a carico dei cittadini è passata, tra il 2016 e il 2018, dal 37,3% al 40,3%.

Sono dati che, guardati dall’alto, non rendono fino in fondo le dimensioni del problema. Bisogna addentrarsi nei dettagli di spesa per capire. Le famiglie povere spendono per il dentista e per i servizi odontoiatrici solo 2,19 euro al mese, contro 31,16 euro del resto della popolazione. Possono inoltre spendere solamente 0,79 euro al mese per l’acquisto di articoli sanitari (contro 4,42 euro del resto della popolazione), 1,30 euro per le attrezzature terapeutiche (vs. 12,32), 4,61 euro per i servizi medico ospedalieri (vs. 19,10) e 1,31 euro per i servizi paramedici (vs. 9,35 euro). Si potrebbe proseguire questa impressionante cronaca della povertà sanitaria italiana. Una cronaca che fa capire benissimo il motivo per il quale accanto al SSN si è sviluppato un servizio sanitario sussidiario, costruito dalla carità del popolo.

Chi sono dunque i poveri in senso sanitario che il Banco Farmaceutico contribuisce ad aiutare? In prevalenza maschi, residenti nelle regioni del Nord (perché è lì che ci sono più enti assistenziali pronti ad aiutarli), più anziani tra gli italiani e più giovani tra gli stranieri. In totale, i minorenni sono quasi uno su quattro. Ed è proprio a loro che è dedicata la consueta parte monografica del Rapporto. A 30 anni esatti dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, siglata a New York il 20 novembre 1989, il diritto riconosciuti ai bambini “di godere del miglior stato di salute possibile” (art. 24) resta ancora lontano da essere garantito. In Italia, le famiglie con minori (sia quelle povere, sia quelle non povere) sono penalizzate rispetto all’accesso alle cure e, per ragioni economiche, sono costrette a perseguire strategie di rinuncia o di rinvio delle cure in misura superiore alle altre.

Le famiglie povere con figli minorenni sperimentano infatti le maggiori difficoltà di accesso al diritto alla salute: un vero paradosso nel contesto di un Servizio Sanitario Nazionale particolarmente generoso proprio con i più piccoli. I minorenni in condizione di povertà assoluta sono 1 milione 260mila, ovvero il 12,6% degli under 18 residenti nel nostro Paese (rispetto a un dato medio di povertà che si ferma all’8,4% degli individui). Il 23% delle famiglie in cui vive almeno un minore hanno limitato la spesa sanitaria, rispetto al 19% di quelle in cui tutti i componenti sono adulti. Ma, tra i poveri, i dati si impennano: hanno limitato o rinunciato alla salute oltre il 40% delle famiglie con figli, rispetto al 35% di quelle dove non ci sono minorenni.

*Università Cattolica e Osservatorio Povertà Sanitaria di Fondazione Banco Farmaceutico


In apertura foto di Michal Jarmoluk da Pixabay


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