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Quanta ricchezza nel nome di Diana

Dai concerti della speranza alle aste benefiche di vestiti, dalla inaugurazione di reparti per malati di Aids alle visite a piccoli cardiopatici: Lady Di non perdeva occasione per aiutare gli altri. E

di Laghriett Game

Lentamente, crudelmente, la vita sta abbandonando Carissa Aggett. Carissa, una bella bambina di sette anni dai grandi occhi castani e con i capelli raccolti dietro la nuca, soffre della sindrome di Hurler, una rara malattia degenerativa che impedisce all?organismo di sintetizzare grassi e zuccheri, e le sottrae gradualmente facoltà mentali e fisiche. «Carissa riesce a dire ?ciao? e a pronunciare il nome di suo fratello, Liam», dice sua madre Karen, fisioterapista presso l?ospedale di Bridgend, nel Galles. «Una volta riusciva perfino a recitare una poesia intera, ora pronuncia solo poche parole. Un?altra capacità persa». Probabilmente Carissa non supererà il dodicesimo anno di età, ma sua madre Karen trova conforto alla propria angoscia pensando che grazie all?impegno della principessa Diana un nuovo ospedale sorgerà in luglio a pochi chilometri da casa, e Carissa vi potrà essere ricoverata gratuitamente. «È un grosso aiuto per me», dice Karen. «In questo modo i medici potranno assistere mia figlia fino alla morte». Se Diana non avesse organizzato un ?concerto della Speranza? a Cardiff nel giugno del 1995, con la partecipazione di Luciano Pavarotti, raccogliendo circa 160 mila dollari, l?ospedale non avrebbe mai visto la luce. «Quella serata non si sarebbe svolta senza l?interessamento di Diana» commenta Karen. «Le dobbiamo molto». Quell?asta di vestiti da Christie?s Karen e Carissa Aggets non sono le uniche a poter parlare così. Cinque mesi dopo la morte di colei che il primo ministro britannico Tony Blair ha definito ?la principessa del popolo?, l?incessante sforzo di Diana per migliorare le condizioni dei meno fortunati continua a produrre frutti. «Diana usava del proprio potere come una bacchetta magica, distribuendolo ovunque vedesse sofferenza», dice Debbie Tate, fondatrice della Grandma?s House di Washington, un coordinamento di case di accoglienza per minori sieropositivi, che si scoprì improvvisamente più ricca di ben 100 mila dollari dopo una breve visita di Diana nel 1990. «Dovunque andasse, tutto cambiava in meglio. Proprio come al passaggio di una fata». La famiglia reale britannica è da sempre impegnata in cause di beneficenza: il principe Carlo è patrono di 161 associazioni, la regina di 221. Ma Diana, nel corso dei suoi 16 anni da principessa, era riuscita a trasformare un obbligo di famiglia in uno straordinario successo personale. E i numeri sono lì a testimoniarlo: la vendita dei suoi abiti è stata l?asta benefica più ricca della storia di Christie?s, avendo fruttato qualcosa come tre milioni e 250 mila dollari per la ricerca contro il cancro e l?Aids. Nel 1997 Diana aveva aderito alla campagna della Croce Rossa britannica contro le mine, che ha incassato un milione e 600 mila dollari. Il coraggio di abbracciare i sieropositivi Tuttavia, stando alle testimonianze di chi ha incontrato Diana di persona, ciò che rimane della sua azione non sono tanto i quattrini raccolti ma il suo atteggiamento personale. Come quando, nel 1987, Diana era intervenuta all?inaugurazione del primo reparto per malati di Aids di Londra, e aveva stretto amichevolmente le mani ai ricoverati, dissipando la falsa convinzione che ci si possa contagiare tramite i contatti quotidiani. «Ancora oggi i gay le sono grati per questo», testimonia Ed Coates, un ragazzo sieropositivo oggi ricoverato in quello stesso ospedale. Non solo. Diana era una principessa, eppure sapeva essere vicina alla gente. Denise Stephenson, la cui figlia Danielle, 9 anni, soffre di una rara malformazione cardiaca, ricorda quanto Diana fosse cordiale e alla mano. «La prima volta che la principessa fece visita a Danielle in ospedale era vestita in modo sportivo», dice Denise. «Mia figlia si sorprese nel vederla senza corona né gioielli, e le chiese se poteva non farle l?inchino. Diana scoppiò a ridere e da quel giorno tornò spesso a trovarla». La bambina e la principessa diventano amiche. Diana si intrattiene con Danielle e guarda con lei i telefilm in Tv, chiacchierando con sua madre del più e del meno. «Un giorno mi disse che William era diventato così alto che faceva fatica a trovare dei jeans che gli andassero bene», continua Denise. «Siamo anche andate a prendere il tè da lei a Kensington Palace. Danielle è una bambina molto forte», conclude Denise, «e soffre molto per la sua malattia. Ma la sofferenza più grande è stata la morte di Diana. Le manca molto». Ma la ?principessa del popolo? non manca soltanto a Danielle. Thais Bispo dos Santos aveva appena tre anni quando Diana entrò nell?orfanotrofio per bambini sieropositivi dove viveva, a San Paolo del Brasile, nel 1991. «Ricordo che i suoi occhi erano limpidi e la sua collana brillava» dice Thais, che oggi ha dieci anni. «In quel momento, mentre mi abbracciava, ho pensato che sarebbe stato bello se fosse stata lei la mia mamma». Ricordava le facce e le storie di ciascuno Eppure, la timida ventenne che aveva sposato il principe Carlo nel 1981 non sapeva quasi nulla di opere filantropiche. Cercando di essere all?altezza dei suoi compiti, dapprima Diana concede il proprio patronato ad alcune associazioni, ma senza coinvolgersi più di tanto. Poi, con il tempo, ne fa una ragione di vita. «Ascolto le persone, cerco di ricordare le loro facce e le loro storie», dichiara nel 1997 a Le Monde. «Ogni incontro è unico per me». Victoria Hemphill, 14 anni, incontra Diana quando la principessa visita l?ospedale di Londra dove è ricoverata, nel febbraio del ?97. Oggi ricorda la sua dolcezza: «Ogni volta che veniva a trovarmi mi dava un bacio sulla guancia». E come Danielle Stephenson, anche Victoria offre alla sfortunata principessa l?occasione per confidarsi. «Mi parlava dei suoi figli e di Carlo. Anche se erano divorziati, lo chiamava sempre ?mio marito?. Credo che gli volesse ancora bene. Una volta mi disse che quando lei e Carlo uscivano insieme ai figli, Harry pretendeva che si tenessero per mano». La solitudine, però, non è l?unica ragione per cui Diana si dedica alla beneficenza. Anzi, nel 1996, concentrandosi sulle sei associazioni più vicine al suo cuore, diventa un?esperta di problematiche sociali. «In un convegno sul cancro al seno svoltosi a Chicago nel giugno del 1996, Diana intervenne esaurientemente sul tema», dice Ann Lurie, vedova di Robert Lurie, filantropo fondatore del centro oncologico della città americana. «Era molto preparata». Nel suo ultimo anno di vita, mentre i suoi legami con la casa reale si affievoliscono sempre più a causa del divorzio, Diana decide di dedicarsi a cause benefiche dal più spiccato contenuto politico. Come la campagna contro le mine antiuomo, che porta risultati concreti prima e dopo la sua morte. Nel suo viaggio dell?anno scorso in Angola e Bosnia, Diana prepara il terreno al trattato antimine di Ottawa. «Nessun altro avrebbe potuto attirare una simile attenzione alla nostra causa», dice Ken Rutherford della Landmine Survivors? Network (Collegamento superstiti mine antiuomo – ndr), che accompagnò Diana nella sua visita in Bosnia. Ma non basta. Impressionato dalla fotografia di Sandra Txijca, vittima delle mine a soli 14 anni, ritratta vicino a Diana durante la sua visita in Angola nel gennaio 1997, e sconvolto dall?improvvisa morte della principessa, il fotografo australiano Peter Carrette decide di andare a trovare la ragazzina. Tre mesi dopo, Sandra passeggia sulle stradine fangose del suo villaggio con una sofisticata protesi da mille dollari regalatale dallo stesso Peter. «Non ho fatto un granché rispetto ai problemi del mondo», dichiarerà il fotografo ai giornali di tutto il mondo. «Ma aiutare Sandra ha fatto felice soprattutto me». L?esempio di Diana, dunque, continua a fare del bene. Si calcola che la principessa abbia contribuito a innalzare il totale delle donazioni negli Usa di un buon 5%. E il Fondo intitolato alla sua memoria ha ormai toccato l?incredibile cifra di 70 milioni di dollari. «Di solito quando un personaggio famoso muore tutti se ne dimenticano presto. Ma con Diana questo non succederà mai», dice la piccola Victoria con calore. «Lei non c?è più, ma i suoi doni sono rimasti tra noi». Ma in Italia non c?è solo la Cariplo Le fondazioni non esistono solo in Gran Bretagna, ma anche in Italia, benché nessuna delle 88 fondazioni bancarie italiane goda della popolarità e dei fondi di cui dispone quella intestata a lady Diana. Un?altra differenza tra le nostre fondazioni bancarie e quelle anglosassoni è che le italiane sono il ?portafogli? e il deposito dei titoli azionari delle banche stesse. Una caratteristica che ne ha limitato la libertà di utilizzo dei patrimoni a scopi sociali. Ma dal 18 marzo una legge ha gettato le premesse per il graduale sganciamento delle fondazioni dagli istituti bancari, in modo da devolvere una quota degli utili alle associazioni di volontariato. Ma quali sono le principali fondazioni italiane? La parte del leone la fanno la Fondazione Cariplo e la Compagnia di San Paolo: la prima, presieduta dall?avvocato Giuseppe Guzzetti, è la terza fondazione al mondo, con più di 12 mila miliardi in liquidi e titoli; la seconda, presieduta da Giovanni Merlini, ha 4 mila miliardi di patrimonio e partecipazioni in Ina, Imi, Telecom e Fiat. Altre fondazioni sono la Montepaschi di Siena, che controlla il 100% dell?omonima banca, e l?Ente cassa di risparmio di Roma, con un patrimonio di 5 miliardi. Un bel pacchetto di quattrini che però rendono poco: solo il 2,2%. Un limite che nuova legge dovrebbe contribuire a superare. Le prime dieci Fondazioni The Ford Foundation 14.367 J. Paul Getty Trust 12.816 Fondazione Cariplo 12.517 Lilly Endowment Inc. 12.184 W.K. Kellog Foundation 10.729 The Robert Wood Johnson 9.411 The Pew Charitable Trusts 6.762 J.D. & C. MacArthur Foundation 5.901 Robert W. Woodruff Foundation 5.295 The Rockefeller Foundation 4.953


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