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Qui si muore di liberismo

«Molte belle parole, pochi fatti» dice don Damoli,che accusa:«Tra annunci e ritardi c'è stata una sola vera legge sociale, il regolamento per l'immigrazione».

di Gabriella Meroni

«Non si aiutano i poveri a parole, seppur bellissime, ma con i fatti. E io di fatti nell’anno passato ne ho visti pochi». Ecco il giudizio di don Elvio Damoli, direttore della Caritas Italiana, sull’operato del governo per il 1999. Un anno che si è chiuso davvero male per immigrati (otto morti tra Natale e Capodanno, 59 naufragati la notte di S. Silvestro), senza tetto (la triste teoria degli morti a Roma è cominciata prima di Natale), e poveri. E mentre la Caritas rende pubblici i dati dei propri interventi caritativi, che hanno permesso di investire in solidarietà 62 miliardi in due anni per interventi in 69 paesi del mondo, Italia compresa, don Elvio si sfoga con “Vita”: «Non si possono fare proclami sulla solidarietà senza preoccuparsi dei fatti. I fatti non sono superflui». Don Damoli, in questo 1999 in cui la Caritas ha assistito oltre 80 mila persone in difficoltà, lei ha visto scelte politiche che hanno favorito il vostro lavoro? Abbiamo registrato con favore l’approvazione del regolamento attuativo della legge 40 sull’immigrazione, che però va ancora applicato. Per il resto, siamo rimasti alle parole. La riforma dell’assistenza, ad esempio, davvero interessante e innovativa, si attende ancora. Quanto dovremo aspettare? Prendiamo i senza tetto: la ministra Turco aveva proposto una misura che stanziava 60 miliardi a favore di queste persone in sede di Finanziaria. Ma la Camera l’ha bocciata. È un fatto grave e preoccupante, perché quella misura, anche se non avrebbe certo risolto tutti i problemi dei senza dimora, era un segnale d’attenzione, un punto di partenza. Che sia stata respinta è la prova che questo governo sta diventando sempre più liberista… Liberista? È sicuro della definizione? Sì, liberista da un lato e assistenzialista dall’altro, poco attento a creare percorsi di riscatto. In Italia ci sono tre milioni di famiglie che ospitano un invalido, un disabile, una persona bisognosa di assistenza. Cosa si fa per loro, al di là di qualche assegno? Nulla. Da questo punto di vista mi piace molto di più il reddito minimo di inserimento, che non è solo un assegno ma obbliga il destinatario ad accettare un circuito di formazione e avviamento al lavoro per restituirgli dignità. I poveri in Italia sono sette milioni, i senza tetto “censiti” 80 mila. Chi se ne fa carico? Recentemente Antonio Fazio ha detto che i poveri non sono più al centro di problemi politici ma solo di quelli sociali. Sono cittadini senza rappresentanza? Vorrei citare un dato significativo: l’ultima indagine ufficiale, governativa, sul numero dei senza tetto in Italia è del 1991. Ora la Commissione povertà ne ha commissionata un’altra, ma per quasi nove anni nessuno si è preoccupato di sapere quanti “barboni” vivono nel nostro paese. Vede? Queste persone non esistono, quindi perché rappresentarle? Perché capire quanti sono e come vivono? Il massimo che gli enti pubblici riescono a fare è delegare la cura di questi indesiderabili al volontariato. Fanno una convenzione, e si sentono a posto. Eh no, signori, troppo comodo: avete responsabilità precise che non potete scaricare ai volontari e basta. Il volontariato chiede di essere coinvolto nelle politiche sociali, non di portarle avanti da solo. Roma ha investito 5000 miliardi per prepararsi al Giubileo. Ma Roma oggi che città è? Sarebbe superficiale dire che sono stati soldi buttati via. Ma un sospetto ci viene se scopriamo che bellezza e accoglienza sono riservate solo ad alcuni e non ad altri, che sarebbe meglio se si facessero da parte e magari scomparissero. Come i senza dimora, che adesso sono scacciati dalle stazioni per non macchiare l’immagine di Roma. Questa è accoglienza? Che il Papa debba chiedere di aprire le chiese per accogliere i barboni è gravissimo. Perché i primi pellegrini di questo Giubileo sono proprio quelli che sulla strada cercano un futuro migliore, e il loro pellegrinaggio è forse più importante di quello dei pellegrini che arrivando trovano ad accoglierli un caldo e comodo albergo. Il Giubileo avrebbe dovuto riguardare anche il carcere, un luogo dove si continua a soffrire e morire nel silenzio di tutti. L’Europa nel 1999 ci ha richiamato 360 volte (una al giorno) al rispetto dei diritti dei detenuti. Perché si continua a negare il problema? Il carcere è un’istituzione chiusa ed è purtroppo normale che non si desideri parlarne. In Italia abbiamo un’esemplare normativa penitenziaria che parla di trattamento umanitario, di risocializzazione, reinserimento, recupero individuale. Mai legge fu più disattesa. Credo che oggi la preoccupazione dell’amministrazione penitenziaria sia di tipo custodialistico, ai limiti del punitivo. Questa amministrazione oggi (pur con le debite eccezioni) ha interesse a che tutto sia tranquillo, il detenuto stia buono e non crei problemi. Quindi meglio non avere un carcere animato da attività di risocializzazione e di volontariato. E se ci sono i suicidi, i tentativi di suicidio o le ribellioni, sintomi di un disagio oggettivo, meglio non parlarne. In questo il carcere è simile alla strada, un collettore di disagio sociale. Metterci le mani per cercare di aiutare chi ci vive è un problema talmente complicato che tanti, troppi, preferiscono il silenzio e l’immobilità.


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