Politica & Istituzioni

Reddito di Cittadinanza, si salvino almeno le buone intenzioni

La povertà è un fenomeno multidimensionale e sempre più complesso. Tra le polemiche "pro" o "contro" il reddito di cittadinanza, il rischio è che da entrambe le parti si perda di vista il problema: non basta iniettare denaro nel sistema per renderlo più equo. Va trasformato in questione sociale

di Angelo Moretti

La Conferenza Stampa di ieri sera ha confermato tutte le informazioni che erano già in circolazione. Vedendo i due vicepremier gongolarsi e snocciolare fondi e promesse in cash con gli occhi di una persona, un padre di famiglia, una madre sola, un anziano povero, che non riesce ad arrivare a fine mese, non si poteva non gioire. Non si poteva non empatizzare con quel cittadino o cittadina, dimenticato da tanti anni, che strabuzzava gli occhi e le orecchie nell’ascoltare che dal primo aprile avrà un reddito garantito di 780,00 euro. E questo probabilmente accadrà davvero. Arriverà del denaro, del “cash”, nelle tasche di persone povere, non perché ci sono tagli importanti ai privilegi dei già ricchi come ci si aspettava, ma perché si è fatto uno sforzo importante di natura finanziaria, 7 miliardi di euro.

Con la lucidità di un tecnico del welfare ma anche di un uomo della strada le abnormità dei tempi così ristretti sono evidenti, l’ingenuità di poterle far bere è davvero tanta. Si dice che non è una misura assistenziale, che ogni cittadino firmerà un patto per il lavoro e la formazione e si inizierà il primo aprile 2019. Il primo aprile può iniziare certamente l’erogazione del denaro, non potrà avere vita questa riforma della riforma del Reddito di Inclusione. Non ci sono nemmeno i tempi per le assunzioni al Centro per l’Impiego in questo minuscolo lasso di tempo, il tempo di capire chi offre cosa nel campo del lavoro ( il problema in Italia non è tanto e solo il matching quanto il numero di offerte), non c’è il tempo di far partire i fabbisogni formativi a chi dovrà sottoscrivere un patto. In questi due mese e mezzo ci sarà giusto il tempo di forgiare nuovi bancomat e forse selezionare ( senza intoppi?) l’utenza. I bancomat si apriranno davvero il primo aprile e si chiuderanno 18 mesi dopo, ma affermare che questa sia una riforma non assistenziale è tutt’altro che provato da ieri sera.

Anche questa volta, come per il decreto sicurezza, il governo ha proceduto senza ascoltare chi di povertà non solo se ne intende, ma ha anche agito per anni per alleviare le sorti di milioni di famiglie. Le bozze in circolazione sul funzionamento del Reddito di Cittadinanza erano state criticate all’unanimità, in modo costruttivo, da chiunque si occupi in Italia di contrasto alla povertà. In particolare la critica arriva dall’Alleanza contro la Povertà, oltre 35 associazioni che hanno avuto il merito di portare nel nostro ordinamento giuridico il Reddito di Inclusione. Per chi avesse occasione di leggere il documento di posizionamento dell’Alleanza contro la povertà sul Reddito di Cittadinanza, non si può non condividere che le critiche erano tutte giuste, pacate, ragionevoli, per nulla pregiudiziali contro il governo. C’era però da fare i conti tra la fretta di dover dare risposte a platee più grandi di beneficiari, risposte non più rimandabili, e la grande delicatezza dell’argomento, per la quale non si devono sbagliare i colpi. Con le slide di ieri sera sembrava vedere un elefante baldanzoso entrare in una cristalleria, magari con ottime intenzioni.

Togliere ai servizi sociali comunali il compito di contrastare la povertà dei propri cittadini per affidare questa competenza ai centri per l’impiego, ancora così sgangherati e da due decenni avulsi da ogni concertazione reale per lo sviluppo locale e la promozione del lavoro, è certamente un azzardo grande.

La speranza è che qualsiasi norma venga fuori dalla conversione in legge possa prevedere un periodo transizione e di potenziamento delle misure già esistenti e timidamente funzionanti, perché il Reddito di Cittadinanza non trascini il REI in rovina mentre tenta il salto spettacolare di cancellare la povertà. La speranza è che questo importante fiume di denaro abbia un orizzonte reale e non ideologico. Oggi la povertà è più di ieri un fenomeno complesso e multidimensionale. I Centri per l’impiego, con una buona ristrutturazione, potranno essere molto utili, ma non unici attori. Nelle slide appariva un pensiero semplice ed ingenuo che il Vice-Premier Di Maio ha voluto ribadire ribadendo la sua età, 32 anni. I poveri sono stati divisi in tre categorie: i poveri buoni lasciati soli da ricchi cattivi che ne hanno ignorato le sorti, i poveri cattivi e furbi che passano il tempo sul divano ( sono state presentate proprio le norme “anti-divano”) ed i poveri disabili. Ma la realtà della povertà è ben altra. È un fenomeno complesso e multidimensionale. Pensando al solo mondo dell’infanzia, per esempio, lo studio di Okkio alla Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, ha evidenziato la grande correlazione tra regioni povere e condizioni pericolose di obesità infantile. Gli studi epidemiologici in campo psichiatrico evidenziano da sempre la correlazione tra disagio psichiatrico e povertà. Gli studi sulla povertà educativa di Save the Children e del Gruppo CRC (Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’infanzia e l’adolescenza) hanno evidenziato un avvitamento delle sorti di un bambino/ragazzo per la mancata disponibilità di vere chance territoriali, come la presenza nel suo quartiere di impianti sportivi, teatri, luoghi di socialità, scuole attrezzate per laboratori pomeridiani; assenze che portano i bambini a non avere occasioni di crescere arricchendosi ma a lasciarsi andare fino a far schizzare le percentuali di abbandono scolastico, fino a far dichiarare agli esperti che il tempo trascorso al telefonino possa superare anche il 90% del tempo diurno.

Pensando ai giovani, i NEET in Italia, i giovani che non studiano e non lavorano e non cercano più nessuna delle due dimensioni, superano i 2 milioni e 400 mila, una delle percentuali più alte di Europa, e non sono solo una categoria economica ma una categoria sociologica.

Pensando all’uso dei soldi, non può non venirci in mente che nel 2018 l’azzardo ha raggiunto quota 100 miliardi di euro di giocate e lo studio di Nomisma precisa che i giocatori più problematici sono i giovani in cerca di prima occupazione e gli anziani, lasciati soli.

Ora che arriva questo fiume di denaro così importante chi governerà la multidimensionalità degli interventi? Il pensiero operativo semplice del giovane Di Maio intende affidare la governance del fenomeno agli strumenti di controllo, il cosiddetto capitolo delle “spese ammissibili”, qualcuno addirittura vorrebbe chiamarle spese “etiche” per distinguerle da spese non etiche. Il tentativo è nobile, ma anche un po’ disperato. In una società in cui la religione dei consumi è l’unica vera religione mondiale, pensare di affidare l’uscita da una condizione di povertà con un esercizio straordinario di controllo delle spese individuali e farlo in nome della “cittadinanza” assomiglia ad un mix di Mao e Orwell, in nome della bontà e della misericordia dello stato erogatore.

La proposta: nella legge che verrà si si salvino le buone intenzioni, si costruisca un piano di potenziamento del REI, progetti personalizzati affidati ai comuni, si persegua il piano di ammodernamento dei Centri per l’Impiego, si rilanci un piano per il lavoro attraverso la defiscalizzazione dei nuovi assunti, ma soprattutto si persegua un orizzonte di un modello di sviluppo coerente del welfare: il welfare personalizzato, il fondo per il contrasto alla povertà educativa, le energie da fonti rinnovabili, la terra data gratuitamente per il terzo figlio, i mutui agevolati per le giovani coppie, il piano dell’edilizia pubblica, il contrasto all’azzardo, il censimento delle terre incolte e della case abbandonate, la difesa delle piccole municipalità, i piani di sviluppo rurale e la stessa quota 100 siano il racconto di un’Italia in movimento con in testa l’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile 2030 non un’Italia in difesa, spaventata dalla rabbia degli italiani stessi, che deve accelerare l’erogazione in denaro per paura di perdere il controllo.

Acceleriamo semmai i servizi alle famiglie innovandoli: rigeneriamo il capitale sociale con una governance comunale capace di coniugare welfare e sviluppo, la ricerca del lavoro di un individuo con la ricerca di futuro di una comunità. Accompagniamo la transizione verso altri lavori di chi oggi lavora in settori non connessi con lo sviluppo delle comunità (pensiamo alle decine di migliaia di lavoratori dell’azzardo, a chi lavora per vecchie fonti di energie non rinnovabili, a quei 12 mila lavoratori che nei prossimi mesi non saranno più impegnati nei Centri di Accoglienza Straordinaria, quelle migliaia di lavoratori impegnati nell’industria del monouso), questi vecchi lavori andranno rigenerati quanto prima verso nuove forme di coesione sociale e di tutela ambientale.

Trasformiamo il denaro circolante in coesione sociale, altrimenti sarà la coesione sociale, già fragile ed ammalata, a frammentarsi definitivamente in un fiume di denaro senza orizzonte.


Qualsiasi donazione, piccola o grande, è
fondamentale per supportare il lavoro di VITA