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Repubblica Centrafricana: la Francia ha tentazioni colonialiste?

Bianca Maria Carcangiu, docente di Storia dell’Africa, guarda con ottimismo all’elezione di Catherine Samba-Panza. Ma lancia un monito: «Giusto accettare l’aiuto dei francesi, ma non siano troppo intrusivi, perché questo Paese deve crescere da solo»

di Redazione

Il nuovo presidente della Repubblica centrafricana –Paese funestato da una guerra civile, che dallo scorso marzo ha già causato oltre 2mila vittime e 900mila sfollati- è una donna. Si chiama Catherine Samba-Panza. La notizia ha suscitato un comprensibile entusiasmo, non solo perché la sensibilità femminile senza dubbio risulta più adatta alla risoluzione dei conflitti, ma anche perché la signora ha una formazione cosmopolita, che la aiuta a osservare il mondo con maggiore apertura mentale. Detto questo, ora si tratta di attendere per dare un giudizio sul suo operato. I presupposti sono in parte buoni, ma in parte c’è qualche ombra, soprattutto inerente la sua fin troppo cordiale amicizia con la Francia. Ne abbiamo discusso con Bianca Maria Carcangiu, docente di Storia e istituzioni dell’Africa, presso la facoltà di Scienze politiche a Cagliari. 
 
Parliamo di Catherine Samba-Panza. Che tipo è?
«È stata eletta come presidente del nuovo governo di transizione centrafricana e sarà investita del suo ruolo proprio domani, in presenza del Ministro degli esteri francese Laurent Fabius. Questo la dice lunga: significa che questa elezione ha senz’altro l’avallo della Francia, che dal 1960 –quando il Paese è diventato indipendente- non ha mai smesso di mettere il naso negli affari interni della Repubblica centrafricana. Ha già dichiarato che vorrà un governo di tecnocrati che possiedano valori morali; giudica l’appartenenza religiosa una questione secondaria nella scelta delle persone che la accompagneranno negli incarichi governativi. Si è rivolta in maniera molto accorata a entrambe le fazioni in lotta, chiedendo di deporre le armi. Dal punto di vista dell’appartenenza politica si è dichiarata neutrale, e questo è fondamentale perché qualunque partigianeria in questa fase sarebbe rischiosa. Forse è davvero la donna che ci voleva».
 
Ma riuscirà a garantire quella pace di cui il Paese ha tanto bisogno?
«Oddio, e chi lo sa? Questa è una domanda frequente fra voi giornalisti, ma davvero nessuno in questo momento potrebbe dare una risposta verosimile. Certamente il fatto che sia una donna è un elemento positivo, con tutto ciò che di benefico comporta l’essere donna.  È da rilevare anche la sua formazione come avvocato –ha studiato in Francia, per poi ritornare nel suo Paese- e ha fatto parte dell’Associazione donne giuriste del Centrafrica -molto importante perché impegnata nella lotta contro le mutilazioni genitali femminili, e tutte le altre forme di violenza di cui sono vittime le donne in tutto il Continente». 
 
È una persona dotata di apertura mentale, insomma…
«Ha una grande apertura mentale. È una donna forte, e questa sua forza traspare, se ne sono accorti anche i parlamentari che l’hanno scelta». 
 
La presidente della Liberia Ellen Sirleaf, in un’intervista al Corriere del 2011, disse: “Le donne cambieranno radicalmente il volto dell’Africa nel prossimo decennio”. Condivide questa affermazione?
«Ah questo lo penso anch’io. Quasi dappertutto in Africa ci sono delle guerre e gli uomini, per la maggior parte, non sono presenti, non si stanno occupando della quotidianità. Io sono ottimista, però una cosa sulla presidente centrafricana bisogna dirla: anche lei ha un contatto col governo francese importante. Nel novembre scorso, in un’Assemblea generale dei sindaci francofoni, François Hollande la salutava dicendole: “Tenete duro perché stiamo arrivando”. D’altra parte, come non accettare l’aiuto dei francesi in questo momento? Il punto importante però è questo: dovrebbe essere un aiuto nel senso di cooperazione, che permetta a questo Paese di crescere da solo, senza tornare al colonialismo».
 
Lo scorso settembre Aminata Touré è diventata premier del Senegal. La cosa fece notizia lì per lì, ma poi non se n’è più parlato…
«Aminata Touré è un intellettuale molto fine e ha fatto tanto per la difesa dei diritti umani. Sta lasciando sicuramente un segno positivo non solo in Senegal ma più in generale nell’Africa Occidentale. Ha scritto tanti libri interessanti, vale la pena di leggerli». 
 
In Malawi governa Joyce Banda, la prima donna capo di Stato nell’Africa australe. Che progetto politico ha in mente? 
«La prima cosa che ha fatto, quando due anni fa venne eletta presidente, è stata invitare tutti i malawiani a mantenere la calma. «Io voglio che tutti noi guardiamo al futuro con speranza e con un grande spirito di unità, spero sinceramente che non ci sia spazio per la vendetta». Sicuramente ha contribuito a radicare e consolidare una cultura democratica nel Paese, la sua elezione ha portato senz’altro una ventata d’aria fresca nel Continente». 
 
C’è all’orizzonte un nuovo Mandela per l’Africa?
«Mandela era un uomo retto e onesto, mentre quasi tutta l’Africa è terribilmente segnata dal neopatrimonialismo e dalla  corruzione. Il filosofo camerunense Achille Mbembe sostiene che il pericolo maggiore dell’Africa è il  vuoto d’egemonia. Questo vuoto ha un effetto magnetico per le potenze stranieri: possono intervenire senza correre gravi rischi. Quando loro stessi cominceranno a subire delle conseguenze serie per queste avventure “coloniali” allora la musica cambierà, ma per il momento gli africani non trovano una forza tale capace di respingerli». 
 


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