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Scontri etnici nel Borneo, oltre 100 morti

Sull'isola massacri e atrocità tra gli autoctoni daykas e gli immigrati non si contano. 80 arresti, centinaia di rifugiati negli ospedali

di Gabriella Meroni

Oltre 100 morti negli ultimi giorni di scontri nell’isola del Borneo in scontri tra gruppi etnici: la cifra è stata fornita dalla polizia indonesiana, che ha raccontato di aver trovato numerosi corpi mutilati e almeno 20 persone decapitate. Secondo quel che scrive l’agenzia stampa indonesiana Antara, a Sampit si è svolta anche una parata per mostrare in tutta la città alcune delle teste tagliate. Per cercare di mettere un freno agli scontri sono stati inviati due battaglioni di militari e poliziotti e una nave della Marina sta facendo rotta verso l’isola per portare al sicuro gli sfollati. Gli scontri che oppongono i daykas,un gruppo etnico del Borneo, e immigrati provenienti da altre aree dell’arcipelago indonesiano, sono esplosi domenica. Nella disputa su alcuni terreni viene indicata la ragione di questa nuova ondata di violenze ma l’odio tra i dyakas e gli immigrati indonesiani ha radici molto profonde. Nel corso degli ultimi 40 anni centinaia di migliaia di persone provenienti dalle isole di Giava e Madura sono state ricollocate nella provincia di Kalimatan in base a un piano del governo determinato dalla necessità di ridistribuire la popolazione per alleggerire il sovraffollamento di alcune aree dell’Indonesia. A questo afflusso forzato ha risposto la violenza degli scontri tra dyakas e immigrati che negli ultimi anni hanno provocato centinaia di morti. Fonti ospedaliere hanno detto che da quando sono riesplosi gli scontri 51 cadaveri sono stati portati nel locale obitorio a Sampit e hanno spiegato che centinaia di persone hanno cercato rifugio nelle strutture ospedaliere e nelle stazioni di polizia. Le autorità hanno comunicato che negli ultimi giorni hanno arrestato un’ottantina di persone e sono state sequestrate moltissime armi, a cominciare da machete e lance. Tra gli arrestati anche un funzionario governativo accusato di incitare alla violenza.


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