Anniversari

Srebrenica, 29 anni dopo, divide ancora

Furono più di ottomila i bosniaci trucidati da fra l'8 e l'11 luglio del 1995 dai paramilitari serbo-bosniaci a Srebrenica. A fine Maggio l'Assemblea Onu ha deciso che l'11 luglio diventerà ufficialmente la Giornata della Memoria del Genocidio di Srebrenica. Una scelta che ha diviso l'Assemblea. Ecco perchè

di Paolo Bergamaschi

A trent’anni dai fatti, dal 2025, l’11 luglio diventerà ufficialmente la Giornata della Memoria del Genocidio di Srebrenica. Così ha deciso l’Assemblea generale delle Nazioni unite alla fine di maggio adottando una risoluzione proposta da Germania e Ruanda, due Paesi che hanno fatto i conti con la terribile storia di stermini di massa pianificati per eliminare e cancellare una determinata parte della popolazione. Sono pagine aperte di un libro che non si può chiudere. Vanno rilette e ripensate perché eventi di questo genere non abbiano più a ripetersi.

Il genocidio di Srebrenica, segue solo di pochi mesi i tragici avvenimenti del Ruanda. La comunità internazionale avrebbe dovuto presentarsi compatta nel ricordare quello che è successo nella cittadina bosniaca ma, purtroppo, non è andata così. L’Assemblea generale si è infatti spaccata con 68 paesi che si sono astenuti e 19 che hanno votato contro. A guidare l’opposizione contro la risoluzione è stata la Serbia con il suo presidente Aleksandar Vučić che è intervenuto polemicamente in prima persona al Palazzo di Vetro ammonendo che il testo riapre vecchie ferite provocando il caos politico. Nonostante gli inequivocabili pronunciamenti della Corte di Giustizia Internazionale e della Corte Penale Internazionale Belgrado si è sempre ostinatamente rifiutata di riconoscere i drammatici fatti di Srebrenica come un atto di genocidio. Per Vučić è inammissibile mettere la Serbia sul banco degli imputati. Al presidente serbo non basta che la stessa Corte di Giustizia nel 2007 abbia alleggerito la posizione del suo Paese assolvendolo dall’aver commesso il crimine anche se lo ha ritenuto colpevole di non avere prevenuto il massacro.

I serbi non ci stanno; quello di Srebrenica per loro è soltanto uno dei tanti crimini perpetrati da tutte le parti, e non solo quella serba, nell’ultimo decennio del secolo scorso nella ex Jugoslavia.  Furono più di ottomila i bosniaci trucidati da fra l’8 e l’11 luglio del 1995 dai paramilitari serbo-bosniaci nei boschi che circondano la cittadina. Poche ore prima era avvenuto il passaggio di consegne forzato fra il colonnello olandese Thomas Karreman, al vertice del contingente Unprofor dell’Onu, e RatkoMladić, che comandava i miliziani serbi. Da settimane gli uomini di Mladić avevano stretto d’assedio Srebrenica malgrado questa fosse stata dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni unite. I soldati olandesi, in realtà, erano sotto-equipaggiati e, stando a quanto si racconta, non erano in grado di assolvere il compito che era stato loro assegnato dalla comunità internazionale, peraltro non ben definito per quanto riguarda le regole di ingaggio. Una volta preso il controllo Ratko Mladić diede ordine di separare donne, vecchi e bambini dagli uomini e i ragazzi in grado di imbracciare il fucile permettendo a questi ultimi di incamminarsi disarmati verso la città di Tuzla, un’altra zona protetta dell’Onu, dove avrebbero trovato rifugio. A Tuzla, però, non arrivarono mai. Sulle colline li aspettavano i kalashnikov delle milizie serbo-bosniache. Nel novembre del 2017 il generale Ratko Mladić è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

Ogni anno l’11 di luglio a Potočari, la località di Srebrenica dove è stato allestito il memoriale con il museo, si commemora il genocidio. Ogni anno in quel giorno si procede alla sepoltura delle spoglie delle nuove vittime riesumate dalle fosse comuni e identificate dalle equipe di anatomo-patologi aggiungendo qualche fossa in più all’enorme cimitero. Ero presente anch’io nel 2005 al memoriale di Potočari (la cerimonia del 2005 nella foto di apertura) in mezzo a centinaia di migliaia di persone provenienti da tutta la Bosnia-Erzegovina per ricordare la più grande atrocità della storia moderna d’Europa dieci anni dopo. Oggi, però, a governare la municipalità di Srebrenica sono i rappresentanti della comunità serba. Nell’aprile scorso il consiglio comunale ha approvato la proposta di rinominare alcuni luoghi intitolandoli a controverse personalità serbe nonostante gli appelli degli organismi internazionali che chiedevano una soluzione inclusiva e trasparente.

Non c’è pace senza giustizia; non c’è giustizia senza verità. La condivisione della storia è un passaggio fondamentale del percorso di riconciliazione. Per la Bosnia, purtroppo, è ancora un miraggio.                             


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