Cultura

Ascoltare con gli occhi all’Istituto dei Sordi di Torino

di Daria Capitani

Una scuola, oggi Fondazione, che in 210 anni di storia ha saputo trasformarsi senza perdere la vocazione originaria. Un luogo in cui studiare, abitare e scoprire la bellezza dell’arte e della cultura sorda

Viale San Pancrazio a Pianezza è un posto in cui il silenzio è un suono che sfiora il viso. L’aria sollevata da mani in movimento. È una voce che traduce e occhi che ascoltano. È tutte queste cose insieme o soltanto una, è una strada lunga più di due secoli che sogna nuovi orizzonti. Le tappe che attraversa sono quelle che hanno condotto l’Istituto dei Sordi di Torino sino a qui. Per raccontarle, bisogna viaggiare nel tempo e nello spazio, un manuale di linguistica in mano e gli occhi ben aperti sui quadri appesi al muro.

Due ritratti, una storia

Nel corridoio bianco, c’è una poltroncina rossa. Di fronte, due ritratti, una donna e un uomo, sguardo fermo e gentile: dalle date riportate sotto, s’intuisce che hanno vissuto a un secolo di distanza l’uno dall’altra. A pochi metri dai quadri, in un open space luminoso, una ventina di persone lavora alla progettazione del presente e del futuro di uno dei pochi (si contano sulle dita di una mano) Istituti dei Sordi ancora attivi in Italia. Impossibile non pensare che senza quei due volti la struttura non sarebbe così come appare ora.

Il centro diurno dell’Istituto dei Sordi di Torino, dove si svolgono attività che puntano a potenziare le autonomie, la comunicazione e la socializzazione.

Enrico Dolza è direttore e memoria storica di un ente, oggi Fondazione, che si porta dentro tante anime. È qui dal 1993, da quando, studente al primo anno di università, di fronte al manuale di Linguistica generale si appassionò al capitolo dedicato alle lingue segnate. «Chiesi al direttore di allora (l’uomo del ritratto, nda) se esistesse un corso per imparare la lingua dei segni. Mi propose di aiutarlo e lavorare con lui. Catapultato in un mondo in cui ero l’unico udente, in due mesi segnavo. Da allora, il mondo dei sordi mi ha conquistato». Per spiegare lo spazio in cui ci troviamo, prende un’immagine che ritrae l’istituto dall’alto: siamo nel corpo centrale di un edificio imponente che sorge su un terreno di oltre tre ettari. «L’antica sede, però, è questa», racconta mostrando in uno scatto in bianco e nero un grande palazzo ottocentesco con incisa la scritta “Regio Istituto Sordomuti”.


La benefattrice amica di Silvio Pellico

L’inizio di questa lunga storia risale al 1814, duecentodieci anni fa, su iniziativa di un laico, Giovanni Battista Scagliotti, in un Piemonte allora Regno di Sardegna in cui non esisteva alcun tipo di educazione per bambini sordi. «La prima scuola per sordi al mondo nasce a Parigi a metà Settecento dall’intuizione del sacerdote ed educatore De L’Epée. Il minimo tempo tecnico per permettere all’innovazione di diffondersi e appare a Roma la prima scuola italiana (siamo a fine Settecento). Intanto, il sacerdote Ottavio Assarotti fonda a Genova un Istituto per sordomuti». Furono i Savoia a dare l’impulso affinché l’esperienza torinese di Scagliotti abbracciasse quella di Francesco Bracco, un altro sacerdote, cresciuta nel frattempo ad Acqui Terme lungo la scia genovese: nel gennaio 1838, con decreto del Re di Sardegna Carlo Alberto, le due realtà confluiscono nella Regia Scuola Normale per sordomuti.

Entra in gioco qui il primo quadro appeso nel corridoio bianco. La donna ritratta è Ottavia  Borghese Masino di Mombello, «una figura interessantissima soprattutto per l’epoca», continua l’attuale direttore. «Romana d’origine, sposa un piemontese e porta un po’ di scompiglio. Pittrice dalla forte visione politica, amica di Giulia di Barolo e Silvio Pellico, i Savoia le affidano il compito di seguire le vicende dell’istituto. Con un fare programmatico tutto sabaudo, dato che a Torino ci sono i bambini da educare ma non i maestri, pianifica innanzitutto un percorso di formazione per gli insegnanti ed è questo il motivo principale per cui la primissima casa è a Palazzo degli Stemmi, dentro l’università». Mombello si appassiona al tema, scrive testi su riviste scientifiche e si occupa di redigere gli statuti: «Dà un indirizzo di completa autonomia, una visione lungimirante che forse è all’origine della longevità e della vocazione mai sopita dell’ente».

Una foto storica dell’Istituto dei Sordi di Torino.

Mombello muore nel 1861 senza eredi e lascia i suoi averi all’istituto. «Con il suo lascito, viene costruita la prima sede di via Assarotti, dal nome del sacerdote genovese che aveva dato l’avvio all’educazione dei bambini sordi in Italia. Il palazzo sorge sui terreni liberati dall’abbattimento delle mura della cittadella, il nome della via è lo stesso ancora oggi». L’antica sede nel cuore di Torino accoglierà allievi e insegnanti per cento anni esatti, fino al trasferimento nella più ampia struttura di Pianezza, costruita ex novo sul modello dei campus americani, con biblioteca, palestra, aule, teatro e un ampio parco.

Il sacerdote che guida la transizione

«I motivi del trasferimento sono principalmente due. Il primo riguarda l’urgenza imposta da una struttura ormai decadente, il secondo è l’esplosione demografica della Torino Anni Sessanta. La scuola era dimensionata per una città da 250-300mila persone, non per una metropoli da due milioni di abitanti. La sordità dalla nascita ha un’incidenza di circa uno due neonati su mille: considerato che in quegli anni non esisteva alcuna possibilità di integrazione scolastica, l’Istituto doveva aumentare i posti a disposizione». Protagonista della nuova fase è l’uomo del secondo ritratto, padre Antonio Loreti, «direttore dal 1967 al 2011», recita la targhetta.

La nuova sede è un collegio residenziale. «In quegli anni si trattava di vere e proprie isole, dove i bambini arrivavano a settembre e ripartivano con le famiglie a giugno. Soltanto i più vicini rientravano a casa a Natale o nel weekend, ma la maggior parte veniva da lontano, qualcuno addirittura dalla Puglia e dalla Sardegna». Padre Antonio Loreti, chiamato a dirigere l’istituto dal Gualandi di Bologna (un riferimento in Italia nel settore), si trova a gestire una scuola che accoglie ogni anno circa 250 studenti dai tre ai 18 anni in un momento cruciale di transizione. La legge 517 del 1977 introduce l’integrazione scolastica, ovvero il diritto all’istruzione nelle sezioni e classi comuni per tutte le persone con disabilità.

È l’inizio di una profonda crisi per le istituzioni speciali, che nel decennio successivo chiudono in massa. Padre Loreti ha l’intuizione di introdurre la cosiddetta “reverse inclusion”: «Anziché far uscire i bambini sordi dall’istituto, fa entrare gli udenti. Funziona con la formula del collegio fino al 1999, poi il dormitorio viene chiuso e resta la scuola». Con alcune distinzioni: «L’infanzia paritaria rimane a gestione diretta, la primaria e secondaria di primo grado vengono affidate a una cooperativa con la sola eccezione dell’assistenza ai bambini sordi di cui ci occupiamo in prima persona».

Un istituto aperto in entrata e in uscita

«Padre Loreti si rende subito conto che la nostra realtà può rispondere anche ai bisogni educativi dei bambini sordi che frequentano altre scuole». Nasce così il servizio educativo di assistenza alla comunicazione e all’autonomia, una proposta all’inizio sperimentale e poi consolidata per studenti disabili sensoriali inseriti nelle scuole pubbliche del territorio piemontese. Un progetto che dal 2017 si estende anche alla Lombardia. Parallelamente, si consolidano i corsi di formazione per insegnanti o educatori che vogliano diventare assistenti: «Oggi abbiamo all’attivo migliaia di professionisti formati e quasi 200 dipendenti che inviamo nelle scuole di tutto il Piemonte e la Lombardia. Il percorso dura tre anni ed è accreditato a livello nazionale presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito».

C’è una stanza al piano terra che visivamente racconta il lavoro degli assistenti alla comunicazione e all’autonomia. È una mostra realizzata da una classe di liceo artistico: ogni dipinto un autoritratto, per ogni allievo il gesto che esprime una lettera in Lis, la lingua dei segni. «È stata l’idea di un insegnante in una classe in cui erano presenti due studenti che comunicavano in Lis. Un bel modo per includere, attraverso l’arte, l’intero gruppo».

Un luogo in cui abitare

Le costellazioni dell’Istituto dei Sordi non sono finite qui. C’è un altro seme che padre Loreti ha piantato e di cui oggi si raccolgono i frutti. È il dipartimento dei servizi diurni e residenziali per adulti sordi in difficoltà. Ha messo radici nel grande edificio di viale Pancrazio (e non solo) in forma di appartamenti: Casa dei Decibel può ospitare fino a sei persone sorde con altre disabilità ad alta intensità assistenziale, Casa dei Quattro si basa sul concetto di convivenza guidata, Casa di Sopra è un housing sociale che ospita persone sorde e udenti accomunate da un bisogno abitativo per un certo periodo della loro vita, Casa di Sotto è un progetto sperimentale di autonomia per persone sordocieche.

Attività in corso al centro diurno.

Oltre trenta persone vivono qui. Altrettanti sono i giovani adulti che hanno accesso al centro diurno, partecipano ad attività che puntano a potenziarne le autonomie, la comunicazione e la socializzazione. In una grande aula circondata da vetrate, un folto gruppo dipinge, nella stanza accanto c’è un laboratorio per realizzare ceste di vimini. Poco oltre, nella caffetteria-cucina sociale i cuochi stanno preparando i pasti per chi gravita nel centro. Nel pomeriggio arriveranno i più piccoli che frequentano il centro audiologopedico, un polo specializzato nel trattamento della sordità che integra la tradizione educativa con i moderni approcci riabilitativi della sordità (oralismo, bimodalismo, terapie uditivo-verbali).

Ci sono altri quadri da dipingere

C’è ancora un quadro da raccontare, non è appeso perché in corso di restauro, e a dire il vero sarà una coppia di dipinti. Rappresenta il futuro di una struttura che ha saputo abbracciare nuove sfide. «L’ultimo dipartimento nato in seno all’istituto è Academy, un luogo virtuale e fisico che punta a innovare i processi di apprendimento, in cui tutte le attività formative sono in Lingua dei segni italiana o International signs», continua Dolza. «Un processo di empowerment in cui coesistono lezioni in aula, attività on the job, e-learning e gamification. Ne fanno parte professionisti sordi che puntano a illuminare gli ambienti inaccessibili attraverso una prospettiva che ribalti lo sguardo. Accessibilità nell’ottica dell’Academy significa fornire qualsiasi materiale informativo o di apprendimento anche attraverso la lingua dei segni e i sottotitoli: per questo dal 2007 l’istituto collabora con le istituzioni culturali e museali per rendere le loro collezioni e i loro eventi più fruibili alle persone sorde». Non solo: l’Academy ha creato il canale ISTv che propone contenuti per bambini, di attualità, cultura generale e informazioni sul mondo della sordità esclusivamente in lingua dei segni.

Mate è impegnato nella registrazione di un video in International signs.

Nell’ala laterale dell’edificio, proprio accanto al campo da basket, è a buon punto il cantiere della sede di Academy. «Sarà un “deaf space”, dove troverà voce il desiderio di sensibilizzare e promuovere la bellezza dei prodotti della cultura sorda tra gli udenti». Accanto all’ufficio del direttore c’è Gianluca, uno dei referenti di Academy che mostra i video sulla piattaforma tv. Si avvicina un tecnico (udente) con un prototipo di sedia per la nuova sede: è blu, ma ha in mano una serie di test di colore per scegliere il turchese più adatto. «Il colore turchese rappresenta le lingue dei segni», spiega Dolza. Ma tra le opzioni presentate dal tecnico non c’è la sfumatura corretta. Gianluca non è convinto, si confronta con una collega poi arriva a una decisione: «Meglio il blu scuro, rappresenta l’identità sorda. Blu scuro è il colore che assume il mare in profondità, dove gli udenti non possono comunicare ma i sordi sì».

Il direttore Dolza traduce simultaneamente al tecnico la decisione. Il colore è stato scelto. «Spesso sono la loro voce», confida. «La cosa più bella che ho imparato qui è l’importanza di relativizzare la diversità. I sordi segnanti ti insegnano questo: io sono senza disabilità quando sono con gli udenti, ma sono disabile se si parla nella lingua dei segni. La disabilità dipende dalla maggioranza».

L’ultimo quadro raffigura la guarigione miracolosa di un sordomuto a opera di Gesù. «Appartiene al pittore tardo ottocentesco Mattia Traverso. Era nella prima, antica sede, era stato riportato da padre Loreti nello stesso padiglione in cui sorgerà la sede della Academy. Lo abbiamo affidato a un restauratore affinché venga ripristinato per l’inaugurazione del 12 settembre, in occasione dell’intitolazione della via al nostro storico direttore scomparso quasi dieci anni fa». Accanto a quel dipinto, l’artista sorda americana di fama internazionale Nancy Rourke realizzerà un affresco in linea con la sua corrente artistica che promuove una comprensione più profonda, autentica e rivoluzionaria di cosa significhi essere sordi.

Per l’Istituto dei Sordi di Torino, ci sono altri quadri da dipingere.

Le foto di apertura è di Fabio Mazzarella/Agenzia Sintesi. Le altre foto di questo servizio sono in parte dell’autrice e in parte fornite dall’Istituto.

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