Tutori volontari

Rossella: «Dopo la prima tutela volevo lasciare, per fortuna non l’ho fatto»

di Antonietta Nembri

Dall’amore per i viaggi, la danza e l’Africa al volontariato. Questo il percorso di Rossella Guiot che nel 2018 dopo aver visto un annuncio su Facebook ha aderito alla proposta di seguire il corso di formazione per diventare tutrice volontaria. «Quando stavo per arrendermi, il fatto di non essere da sola, ma in associazione ha fatto sì che continuassi e anzi oggi lo consiglio»

I minori stranieri non accompagnati – Msna in Italia secondo gli ultimi dati, aggiornati al 30 aprile di quest’anno sono 21.255, solo il 20% è accolto in famiglia. Per tutti gli altri ci sono le strutture di accoglienza e per sostenerli nel loro percorso nel nostro Paese è stata sviluppata la figura del tutore volontario che è stata pensata proprio a favore dei Msna è stata normata dalla Legge Zampa (decreto legislativo 47/2017).

Purtroppo rispetto al numero dei Msna i tutori volontari hanno ancora numeri esigui: circa 3700 quelli a disposizione. 

Rossella Guiot (nella foto) è una tutrice volontaria della prima ora «Sono stata nominata nel 2018, dopo aver seguito uno dei primissimi corsi che sono stati fatti qui in Lombardia. Ne ero venuta a conoscenza grazie a un post su Facebook».
Quest’anno per chi fosse interessato c’è tempo fino al 23 novembre per presentare la domanda per il nuovo corso per divenire tutori volontari di Msna

Perché ha deciso di diventare tutore volontario?

Il mio è un percorso molto personale e il mio ambiente di lavoro è lontano mille miglia: sono un ingegnere e lavoro in una multinazionale di microelettronica. Però ho sempre amato viaggiare e fino a una decina di anni fa viaggiavo spesso in Africa per danzare per conoscere nuove culture. Quando non ho potuto più farlo ho pensato che accogliere i viaggiatori, c’era una forma di gratitudine verso gli altri e attraverso di loro incontrare altre culture. 

Come è andata la prima nomina?

Io preferisco avere una tutela per volta, so che se ne possono avere fino a tre e in alcune regioni anche venti. Però la prima volta che mi hanno chiamato mi hanno detto che c’erano due fratelli albanesi, gemelli eterozigoti che si trovavano nella stessa comunità.
Per essere la prima nomina è stata davvero tosta anche perché pur avendo fatto il corso in Regione non avevo alcuna idea del fatto che un tutore non ha a che fare solo con i minori, ma anche con la comunità, gli assistenti sociali, il tribunale… una gestione molto più complessa. E poi le comunità allora non erano molto abituate ad avere a che fare con noi tutori volontari. 

È come un mestiere che si impara anche grazie alle esperienze degli altri e questo ha cambiato completamente la mia visione

Rossella Guiot, tutrice volontaria

Ci racconti

I due ragazzi erano in Italia da sei mesi quindi avevano già tutti i loro punti di riferimento, all’inizio hanno fatto fatica a capire chi fossi e che cosa c’entrassi con loro. Avevano 16 anni che è un’età di per sé complicata e poi tra loro erano completamente diversi. Uno era molto bravo a scuola, ha imparato l’italiano in fretta ed era per così dire esuberante, mentre il gemello rifiutava la situazione, non sapeva l’italiano e usava il fratello per comunicare. Venivano dalle montagne dell’Albania conoscendoli nel corso dei due anni in cui sono stata loro tutrice ho imparato cosa fosse il Kanun e molte cose della loro cultura. 

Dopo di loro quante tutele ha avuto?

Durante il periodo del Covid mi sono dovuta fermare, poi ho avuto un ragazzo egiziano per un paio d’anni e ora ho un altro ragazzo egiziano. Le mie sono sempre tutele che durano un paio d’anni perché ho sempre avuto assegnati ragazzi di 16 anni.
Un bellissimo ricordo è legato al ragazzo egiziano che ho avuto subito dopo la fine del periodo Covid. Con un’altra tutrice abbiamo invitato i nostri tutelati al mare. I due ragazzi erano insieme in comunità ed erano amici. Loro avevano fatto il viaggio in mare ma non sapevano nuotare.
Abbiamo dato loro i primi rudimenti di nuoto e devo dire che quella vacanza è stato un bel momento. Il fatto di aver fatto questa esperienza con un’altra tutrice è stato importante perché il non essere soli, ma in un’associazione per me ha fatto la differenza. 

Una mini vacanza al mare per riappacificarsi con questo elemento

In che senso?

Quando ho fatto la mia prima tutela con i ragazzi albanesi ho avuto parecchi problemi perché loro non riconoscevano molto questa figura del tutore. Ma anche la comunità non riusciva a comprendere come interagire. Penso sia successo anche ad altri tutori, ma io a un certo punto volevo interrompere questo tipo di esperienza.
Quando ho trovato altri tutori ho iniziato il confronto con queste altre persone che avevano esperienze simili o diverse e ho cominciato a comprendere vari meccanismi e ad avvalermi dell’esperienza altrui per migliorare la mia maniera di interagire sia con i ragazzi sia con la comunità. È come un mestiere che si impara anche grazie alle esperienze degli altri e questo ha cambiato completamente la mia visione della cosa. Così da inesperta che ad ogni difficoltà era lì lì per lasciare sono diventata una persona che poteva affrontare le difficoltà che questo ruolo può avere. L’associazione “Insieme nel viaggio” per la mia esperienza è stata fondamentale.

È rimasta in contatto con i giovani che ha tutelato?

Sì è rimasta una relazione e non solo con i ragazzi ma si è anche allargata per esempio in un caso con il fratello maggiore di un mio ex tutelato che a un certo punto abbiamo inglobato nel progetto dell’accoglienza del ragazzo perché il fratello poteva avere un’influenza positiva. Aveva studiato e si era laureato in patria quindi poteva fargli comprendere il valore dello studio. Io l’ho conosciuto fuori dalla comunità in un pranzo informale e l’ho agganciato siamo diventati amici. Anche con l’attuale tutelato ho conosciuto il fratello maggiore e uno zio, sono delle relazioni che poi vanno avanti nel tempo. 

Un’esperienza positiva quindi

Bella direi. Anche per la vita associativa e gli scambi con gli altri tutori e i progetti che si possono costruire. Ed è anche così che è nata l’associazione, di cui sono oggi vicepresidente, e tanti altre realtà in tutta Italia che hanno costruito una rete nazionale (Tutori in Rete). Potrei dire che dalle difficoltà individuali ne è uscita una forza di gruppo. Per esempio io sono nel direttivo di Tutori in Rete per l’importante raccordo con la Lombardia, seconda regione per presenza di Msna. 

Consiglierebbe a una persona di fare questa esperienza? Che cosa le direbbe? 

Gli direi che è importante soprattutto in quest’epoca in cui c’è molta paura di tutto e in particolare del diverso. Però quando ci si avvicina si vede che sono persone come tutte le altre e che non c’è nessun pericolo. La cosa che mi piace di più è venire in contatto con altre culture ma anche stare insieme ai ragazzi, sentire la musica che ascoltano, vedere come interagiscono con internet. Per esempio io alle volte vado a cena in comunità e poi mi fermo  e quando si lasciano un po’ andare ti fanno una confidenza.
Questo non avviene in un momento perché questi non sono bambini di due anni, ma sono ragazzi di 16 anni. È una cosa che io ho imparato nel tempo, bisogna prenderla con calma e anche coi loro tempi dargli un agio e secondo me il senso dell’umorismo aiuta molto coi ragazzi perché loro scherzano e amano scherzare.

Nell’immagine in apertura Rossella Guiot con il fratello maggiore di uno dei suoi tutelati di cui è diventata amica – tutte le immagini sono state fornite dall’intervistata


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