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Suicidi in carcere, dalle linee guida di prevenzione all’appello “Mettete i telefoni in cella”

In carcere ci si suicida 16 volte più che fuori. Tante le variabili del disagio e della sofferenza che hanno determinato un aumento del numero dei suicidi. Uno staff per intercettare i segnali del malessere e l'appello del cappellano del carcere di Busto Arsizio, don Riboldi: "Mettete i telefoni in cella come nel Nord Europa"

di Luca Cereda

Contrastare il dramma dei suicidi in carcere, rafforzando il carattere permanente delle attività di prevenzione. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria vara linee guida per un ‘intervento continuo’, attraverso il quale – si legge nella circolare – “il Dipartimento, i Provveditorati regionali e gli Istituti penitenziari siano tutti coinvolti, in una prospettiva di rete, per la prevenzione delle condotte suicidarie delle persone detenute”.

La circolare, firmata dal capo Dap Carlo Renoldi, è stata trasmessa ai Provveditori e ai direttori degli istituti. L’obiettivo è quello di rinnovare, anche con il coinvolgimento delle Autorità sanitarie locali, gli strumenti di intervento e le modalità per prevenire tale drammatico fenomeno, che in questi mesi sta registrando un sensibile incremento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Il provvedimento traccia alcune linee guida – che seguono interventi attuati in passato da parte della Direzione generale dei Detenuti e del Trattamento – individuate in una riunione dedicata al tema della prevenzione dei suicidi alla presenza del Capo Dipartimento Carlo Renoldi, del Vice Carmelo Cantone e alla quale hanno partecipato i Direttori generali del Dap, i Provveditori regionali e numerosi Direttori di istituto.

Nella circolare sono definite alcune linee di intervento da implementare in ogni istituto, chiamato altresì a verificare lo stato dei Piani regionali e locali di prevenzione e la loro conformità rispetto al ‘Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti’.

Saranno gli staff multidisciplinari – composti da direttore, comandante, educatore, medico e psicologo – a svolgere in ogni istituto l’analisi congiunta delle situazioni a rischio, al fine di individuare dei protocolli operativi in grado di far emergere i cosiddetti ‘eventi sentinella’, quei fatti o quelle specifiche circostanze indicative della condizione di marcato disagio della persona detenuta che – come si legge nella circolare – “possono essere intercettati dai componenti dell’Ufficio matricola, dai funzionari giuridico-pedagogici, dal personale di Polizia Penitenziaria operante nei reparti detentivi, dagli assistenti volontari, dagli insegnanti” ed essere rivelatori del rischio di un successivo possibile gesto estremo.

Nella circolare, il Capo del Dap invita i provveditori a garantire una particolare attenzione alla formazione specifica del personale, attraverso cicli di incontri a livello centrale e locale, destinati a tutti gli attori del processo di presa in carico delle persone detenute.

Intercettare il disagio, nasce una task force multidisciplinare

Ogni istituto dovrà verificare che lo stato dei Piani regionali e locali di prevenzione sia in linea con il «Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti». Prevista poi una task force multidisciplinari – composta da direttore, comandante, educatore, medico e psicologo – con il compito di monitorare e valutare le situazioni a rischio. Lo scopo del lavoro di equipe è quello di individuare protocolli operativi utili a far emergere gli “eventi sentinella”. All’attenzione dello staff ci saranno i fatti o delle specifiche circostanze, che possono essere la spia di un marcato disagio delle persone detenute. Segnali che «possono essere intercettati dai componenti dell’Ufficio matricola, dai funzionari giuridico-pedagogici, dal personale di Polizia Penitenziaria operante nei reparti detentivi, dagli assistenti volontari, dagli insegnanti» ed essere rivelatori del rischio di un successivo possibile gesto estremo. Nella circolare, il Capo del Dap invita i provveditori a garantire una particolare attenzione alla formazione specifica del personale, attraverso cicli di incontri a livello centrale e locale, destinati a tutti gli attori del processo di presa in carico dei detenuti.

“Una telefonata salva la vita”

E’ l’appello, anzi, di una supplica del cappellano del carcere di Busto Arsizio, in provincia di Varese, don David Maria Riboldi, che si rivolge al ministro della Giustizia, Marta Cartabia e al capo del Dipartimento delle sedi penitenziarie, per chiedere l’uso dei cellulari nelle celle, un tema già trattato nella recente visita del presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi. «Nelle carceri italiane si sono tolte la vita 47 persone, in questo 2022 – spiega il cappellano – La solitudine, l’abbandono, la disperazione sono le cause. Urgono alla nostra coscienza risposte concrete. Non facili denunce, ma proposte per arginare l’oscurità, che troppo agilmente prende il sopravvento nelle persone recluse. Ministra la supplico: il telefono in cella, senza limiti di orari, era già una delle proposte della commissione Ruotolo, dello scorso dicembre. L’incidenza storica di quanto accade fa piovere su di lei una richiesta, cui certo il suo cuore non sarà sordo. Non passerà un altro Kayròs (un tempo opportuno): se non lei, chi? Se non ora, quando?».

Don David nel video postato sui social racconta di una chiamata ricevuta una sera, alle 22.30, da un recluso conosciuto al carcere di Busto Arsizio e ora detenuto in un penitenziario del Nord Europa: «Don, mi sento giù. Hai voglia di ascoltarmi un po’?». Da qui l’appello: «Non siamo noi a decidere quando uno ha bisogno di conforto ma i ritmi stabiliti dal nostro ordinamento stabiliscono che uno passa chiamare 10 minuti a settimana, con il post Covid qualcosa di più. Altrove in Europa, forse non in tutti i circuiti di sorveglianza, hanno il telefono nelle celle, possono chiamare e si pagano le loro telefonate. Quando hanno bisogno possono usare quel telefono, quando il loro cuore è sofferente possono ascoltare qualche voce amica cui il personale di sicurezza non può supplire».


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