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Oltre le sbarre

Torino, la prima volta dei “libri umani” in un carcere minorile

Incontro inedito per la Biblioteca Vivente di Abcittà: per la prima volta i libri viventi sono stati dei ragazzi detenuti in un Ipm (il Ferrante Aporti di Torino), mentre i lettori sono stati alcuni studenti delle scuole superiori. Un'occasione di ascolto e condivisione tra coetanei, per smontare stereotipi e pregiudizi sul tema del carcere

di Ilaria Dioguardi

Da La vittima a Finché non ti tocca, da La vita di passaggio a Mai più, da Passa prima tu a Trova le differenze. Sono alcuni dei titoli di un catalogo di libri molto speciale, intorno ai quali lo scorso 25 maggio si è realizzato il primo incontro di Biblioteca vivente nell’Istituto penale minorile “Ferrante Aporti” di Torino, con alcuni studenti degli istituti superiori. Il progetto è promosso da Abcittà e finanziato dall’Otto per Mille Valdese, in collaborazione con Essere umani onlus. Ne abbiamo parlato con Ulderico Maggi di Abcittà, responsabile della Biblioteca vivente.

Maggi, questa prima iniziativa di Biblioteca vivente in un istituto penale minorile è molto importante. Ci spiega perché?

Nelle carceri minorili si trovano ragazzi che hanno soprattutto dai 18 ai 21 anni, qualcuno è più piccolo. Apre una frontiera abbastanza grande perché Biblioteca vivente è uno strumento che si usa normalmente con gli adulti, sia in quanto lettori sia in quanto Libri umani. Abbiamo voluto fare quest’esperimento con i ragazzi dell’Ipm “Ferrante Aporti” di Torino con un partner, Essere umani. Nel nostro progetto di Biblioteca vivente è importante garantire una simmetria tra libro umano e lettore, devono essere entrambi giovani o entrambi adulti, non ci può essere disparità di rapporto, ciò potrebbe mettere il libro umano in una situazione di difficoltà o di fatica.

Com’è nata questa sperimentazione nel carcere minorile?

Quest’iniziativa nasce dall’idea di vedere quanto lo strumento fosse veramente elastico, utilizzandolo nel rapporto tra ragazzi, sia come lettori sia come libri umani, sul tema del carcere e della detenzione. Costitutivamente i pregiudizi iniziano a consolidarsi nella persona dopo l’adolescenza, in questa fase c’è ancora una forte libertà. Questo è molto interessante, lo dico da pedagogista. Nell’adulto c’è il radicamento. Il risultato ci parla di un’efficacia di questa sperimentazione.  

Come avete lavorato?

Nell’Ipm abbiamo lavorato con un gruppo di libri umani misto, formato per la maggior parte da ragazzi detenuti dai 17 ai 21 anni, e da tre ragazze di 18 anni di una scuola superiore che sono entrate con noi per fare la preparazione. I lettori sono stati una quindicina di studenti di un altro istituto superiore di Torino, che sono entrati per ascoltare.

Può spiegarci come funziona la Biblioteca vivente?

È uno strumento che fa avvenire la cosa più antica del mondo, alla quale non siamo più abituati: persone che non si conoscono si parlano, si raccontano. Una racconta e l’altra ascolta. Il lettore è invitato a domandare. Le persone parlano di sé, della propria storia, raccontano solo episodi di vita (sono escluse le opinioni). È una narrazione autobiografica, la via più potente per ampliare lo sguardo che abbiamo sull’altro. Talvolta, infatti, l’altro lo categorizziamo, lo infiliamo nelle categorie che sono prevalenti anche a livello sociale e si forma un pregiudizio, lo subiamo anche senza rendercene conto. Questi purtroppo sono i meccanismi. Un ragazzo di 18 anni, per molte persone, è prima di tutto un detenuto se sta in un Ipm. Ma in realtà è prima di tutto un figlio, un fratello, un ragazzo che ha delle speranze, che non vede più il futuro, un tifoso del Torino, che ha anche commesso un reato ed è anche detenuto. Tendenzialmente, il pregiudizio ci porta a pensare che una persona è il reato che ha commesso, ancor di più della detenzione come stato, che peraltro è transitorio, soprattutto per i minorenni. Il reato rimane soprattutto nella testa della persona stessa.

Torniamo ai libri umani…

Nella Biblioteca vivente c’è una persona che fa il libro, con degli episodi di sé che si sente di raccontare. Un’altra persona davanti ascolta e fa domande, in 30 minuti di tempo. Quest’interazione diventa profondissima, le narrazioni sono molto forti, si parte da situazioni molto dense di pregiudizi e da categorie che sono individuate come molto sensibili. Usiamo tanti temi, quelli che a livello sociale sono molto “attaccati” da forme di sguardo stereotipato e pregiudizi, come l’immigrazione, le differenze di genere e l’orientamento sessuale, la detenzione.


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Cosa è successo durante l’appuntamento di Biblioteca vivente al Ferrante Aporti?

L’evento si è svolto in una situazione molto particolare, per il fatto che eravamo in un carcere. Gli incontri sono la parte finale di un processo molto lungo. Normalmente la Biblioteca vivente si incrocia per strada, cerchiamo sempre luoghi in cui si “inciampa”. Come Biblioteca vivente puntiamo molto sulla particolarità della situazione, sulla piacevolezza della lettura, sulla novità dell’esperienza. In un carcere tutto questo non si può fare, c’era un gruppo di lettori e lettrici già predefinito, i ragazzi avevano un catalogo di libri, con i titoli e le rispettive quarte di copertina. Ogni ragazzo libro umano ha lavorato sugli episodi. Ogni lettore ha scelto dei libri e ha fatto 2-3 consultazioni, una dopo l’altra. I lettori e i libri umani hanno avuto, quindi, 2-3 incontri in cui si sono parlati e ascoltati. La specificità del libro umano giovane, soprattutto adolescente in carcere, aggiunge un quid di imprevedibilità che è impressionante. C’è un portato di instabilità che è data dalla condizione, dall’età e anche dalle aspettative dell’incontro con i loro coetanei, che ha suscitato un’attesa, un’agitazione emotiva fortissima. Questi ragazzi hanno fatto un salto mortale triplo.

Com’è stata la preparazione a quest’incontro?

Noi di Abcittà abbiamo seguito tutta la preparazione dei ragazzi libri umani. In questo percorso progressivo, questi ragazzi erano all’inizio molto affaticati da questa vita e incapaci di concentrarsi più di cinque minuti. Nel giro di un mese e mezzo, con un incontro a settimana (per un totale di cinque incontri) hanno avuto una trasformazione incredibile. Le tre ragazze studentesse che hanno partecipato, hanno sempre interagito mettendosi sullo stesso piano dei coetanei detenuti. Il gruppo di ragazzi detenuti è cresciuto mostrando una potenzialità enorme e anche tutta la potenza del lavoro di connessione con l’esterno. La dimostrazione che il carcere dovrebbe essere sempre più osmotico.  

Nella Biblioteca vivente c’è una persona che fa il libro, con degli episodi di sé che si sente di raccontare. Un’altra persona davanti ascolta e fa domande, in 30 minuti di tempo

Cosa può raccontarci dell’evento?

Un ragazzo dell’Ipm, molto timido, che ho visto quasi sempre assente, dopo due consultazioni ha iniziato a parlare con noi per dire quanto era stato bene, non si fermava più, era un fiume in piena. Altri all’inizio erano tesissimi, emozionati, a tratti spavaldi, un po’ intimoriti nell’incontrare dopo mesi dei loro coetanei venuti da fuori. Li avevamo preparati molto a quest’incontro, ma è come se non ci avessero mai pensato veramente a quest’evento che si è materializzato. Tutti i ragazzi dell’Ipm sono scesi dalle celle (una cosa sorprendente, mi hanno detto). I lettori erano anche loro tesi all’inizio, nessuno era stato in un carcere prima. Quando finivano le consultazioni erano molto pensosi, avevano gli occhi fissi, erano desiderosi di commentare tra di loro.

Può dirci, per quello che può, come sono andati i dialoghi?

Ho saputo che hanno fatto domande molto dirette, gentili ma senza sconti, come forse solo dei ragazzi sanno fare. Devo dire che gli esiti sono stati molto più profondi e intensi di quel che ci aspettavamo. Una delle ragazze che ha partecipato alla preparazione insieme ai ragazzi dell’Ipm ha deciso di creare un podcast per raccontare ai compagni della classe questa sua esperienza.

In che modo sono stati formati i lettori di questo progetto?

Loro sono dentro un percorso portato avanti da Essere umano, sul tema carcere, sulla giustizia riparativa. È molto interessante parlarne a 17-18 anni, quando i ragazzi iniziano a farsi delle domande sui reati, su quando un atto commesso diventa reato. E anche sul limite tra lecito e illecito, tra etico e non etico, tra il bene e il male, che è molto sfuocato nei ragazzi.

Progetti futuri?

Da quasi 15 anni portiamo avanti le nostre iniziative, con più di 500 libri umani, è un lavoro enorme. Durante il periodo del Covid ci hanno proposto tante volte di fare incontri online, ma l’iniziativa è potente per l’incontro del “tu ed io”, per quella bolla che si forma, che è molto fisica. È uno strumento che Abcittà utilizza tantissimo, sul tema carcere abbiamo molto lavorato, da Trento a Lecce, da Cagliari a Roma. Gli appuntamenti negli istituti penitenziari si ripeteranno l’8 giugno a Genova nel carcere Marassi, il 2 luglio a Milano nella sezione femminile di Bollate, dentro un percorso di lavoro sulla decostruzione dei pregiudizi sulle donne detenute che subiscono un doppio peso: in quanto detenute e in quanto donne detenute.

Foto Abcittà


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