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Un nostro lettore: stamane a Firenze ho messo la kefia, e…

L'esperimento di un nostro lettore che stamane a Firenze si è vestito da palestinese. Ecco come è andata

di Riccardo Bonacina

Cari amici, questa volta ho assaggiato il sapore delle botte vere: dei calci, dei pugni, e persino delle … cinghiate. Proprio così. Ma andiamo per ordine. Oggi, lunedì 5 novembre 2001, mi sono chiesto che genere di reazione avrebbe provocato nei passanti il fatto di veder girellare per il centro di Firenze un individuo col kefia in testa (si scriverà così?), il panno che solitamente indossa Arafat, e con una bandierina palestinese applicata al manico dell’ombrello. In Piazza della Repubblica, alle 16:00, mi addobbo in tal modo e comincio a camminare, con l’atteggiamento assolutamente tranquillo di un turista straniero che visita la città e osserva le vetrine. Occhiatacce? Sguardi curiosi? Sguardi spaventati? Sorrisini? Indifferenza? A dir la verità, nei primi cinque minuti non raccolgo altro che un paio di sguardi curiosi o di ammiccamenti del tipo “guarda un po’ quello lì”. Poi, improvvisamente come un fulmine a ciel sereno, mentre percorro Via Por Santa Maria in direzione del Ponte Vecchio (siamo nel pieno dello struscio turistico), mi giunge da dietro una gran botta, probabilmente una pedata. Mi volto e vedo un giovane sulla trentina che urla come un ossesso: -Maledetti assassini! Dovrebbero ammazzarvi tutti! -.Non reagisco, rimango voltato verso di lui e lo osservo immobile. Il giovane si sfila la cintola dai pantaloni e comincia a colpirmi con l’estremità della fibbia. Per fortuna mi colpisce sui vestiti, senza provocarmi né danno né dolore. Una anziana passante gli dice: – Lascialo stare -. La mia unica reazione è quella di camminare con passo lentissimo e calmo verso di lui, quasi a voler dire “perché ce l’hai con me”, ma non parlo, non gesticolo, non minaccio, non dò segni di accettare la provocazione, probabilmente sembro un automa. In un tempo infinitesimo (saranno trascorsi 15 secondi dall’inizio del fatto) si è già formato un capannello di curiosi dall’aria, a dire il vero, un po’ turbata. Io continuo a camminare con estrema calma verso il giovane che sbraita: – Questo ci fa saltare tutti per aria! -. Improvvisamente mi molla un calcio solenne sulla coscia destra, quasi all’altezza del bacino. Fortemente spintonato barcollo valicando involontariamente l’ingresso aperto di una pasticceria, le cui commesse mostrano, logicamente, un’aria molto spaventata. Ancora pochi secondi (non si è raggiunto il minuto) e sono già sul posto due volanti dei Carabinieri. I militi mi chiedono i documenti e io li prego di fermare anche il giovane, sostenendo che le commesse della pasticceria hanno visto tutto e possono testimoniare che l’aggredito sono io. I militi sono molto calmi, equilibrati e gentili, mi invitano a sedere nella volante e portano me e l’altro in una Stazione CC. Con due auto diverse. Qui io e l’altro siamo interrogati, in stanze separate, con una correttezza esemplare che mi rende abbastanza difficile credere a certi racconti (probabilmente veri) sul G8 dello scorso Luglio. Mi viene fatto notare che la mia “esibizione”, per quanto legittima, non è da considerarsi molto opportuna coi tempi che corrono e che, a rigore, esibire la bandiera di uno stato straniero è un reato. Domando stupito: – Veramente? -. Mi si risponde di si. Sorrido fra me, pensando alle bandierine americane che saranno sventolate nei prossimi giorni, alle bandierine norvegesi della Napapiri, alle bandiere dei tifosi delle squadre di calcio straniere, alle bandiere nei villaggi turistici… naturalmente tutte rigorosamente occidentali. Quindi mi viene detto che il giovane dichiara di avere preso un abbaglio e di volermi chiedere scusa e mi si notifica che, se voglio, ho il diritto di sporgere querela contro di lui. Dichiaro immediatamente che accetto le scuse e che non voglio agire contro nessuno. Entrambi veniamo rilasciati. Mi scuso coi carabinieri per la confusione creata. Il giovane insiste nel volermi offrire un caffé, con profusione di grandi gentilezze. Lo accetto e dopo averlo bevuto ciascuno di noi prende la sua strada. Non conosco la sua identità, né la rivelerei se la conoscessi. Adesso sono a casa, con un leggerissimo dolore al collo, forse la conseguenza della pedata presa dal di dietro, una cosa che dopodomani al massimo non ci sarà più. C’è invece un altro dolore che non finirà né dopodomani né mai: io sono riuscito ad essere Palestinese, a Firenze, per soli 6 minuti… per soli 360 secondi, poi ho dovuto forzatamente riprendere la mia identità occidentale. In realtà per me quei calci e quelle cinghiate sono state un battesimo: adesso IO SONO PALESTINESE. Perché ho preso le botte destinate ad un palestinese. Sono un palestinese che non parla arabo, che non è islamico, che non alzerà mai un’unghia per colpo ferire nemmeno contro una zanzara, ma che lotterà tutta la vita, con le armi della parola e della non-violenza, per un mondo di giustizia, di tolleranza e di amore, in cui i bambini palestinesi possano giocare coi bambini israeliani. I bambini americani con quelli afghani… Questa sera andrò a letto portandomi l’onore e l’orgoglio di quelle botte. D. D.


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