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Un terremoto di bugie

A oltre un mese dal sisma in Umbria e Marche 35mila persone vivono ancora in roulotte e in tenda.

di Giandomenico Nicola

La riapertura della Sacra cappella della tomba di San Francesco ha rappresentato un momento di vera gioia. Specie per i trecento abitanti di Assisi che si sentono come ?imprigionati? da questo terremoto. Ritrovarsi insieme alla tomba di Francesco è stato un momento di grande speranza. Vogliamo ripartire da qui, dalla possibilità di poter pregare sulla tomba del nostra Santo. Ma in questi 40 giorni quante sofferenze, quante emozioni. Abbiamo vissuto le prime giornate nella sofferenza per la morte dei nostri due frati e dei due tecnici. Il 4 ottobre la festa di San Francesco è stata celebrata sul piazzale della basilica di S.Maria degli Angeli. Poi ci siamo accampati per i momenti di preghiera, mentre le scosse proseguivano con insistenza. Fino a sette giorni fa quando un muro nei locali del nostro museo è crollato. Il numero dei frati in queste settimane si è drammaticamente ridimensionato: nel convento eravamo normalmente in ottanta e, ora, siamo solo in venti. Se ne sono andati i giovani studenti e i più anziani; i frati non italiani continueranno la loro missione nel proprio Paese d?origine. Ci siamo spostati nella parte più bassa del convento, che è la più sicura; viviamo nelle cellette dei reparti dedicati a San Giuseppe da Copertino e al Sacro Cuore. Anche noi ci sentiamo un po? prigionieri del terremoto e dei radicali cambiamenti che ha portato nella nostra vita: le nostre attività pastorali sono state sconvolte. Proprio in questi giorni avremmo dovuto ospitare un convegno giovanile, in preparazione al Giubileo, dove dovevano partecipare tremila ragazzi. Nel silenzio, nella preghiera e nell?accoglienza abbiamo ritrovato le ragioni della nostra testimonianza. Anche le polemiche delle prime ore, scatenate unicamente da un senatore desideroso di mettersi in mostra, sono alle spalle. Siamo diventati amici delle famiglie dei due tecnici: abbiamo pregato insieme. In questi giorni abbiamo aperto il nostro convento ai senza casa: sono tante, troppe famiglie esposte al freddo. Il Papa e il nostro vescovo hanno invitato tutti, autorità, Chiesa, cittadini ad aprire gli occhi di fronte a questo enorme bisogno. Tutti siamo chiamati a dare risposte: lo scaricabarile in questo frangente fa davvero del male, fisico e morale. Da queste pagine voglio lanciare un appello: ad Assisi ci sono molte case non abitate e non danneggiate, che spesso venivano affittate. Che siano aperte a chi oggi dorme in una tenda. Non ci sono scuse. Lo stesso vale per i tanti albergatori che dovrebbero essere opportunamente sollecitati dalle autorità pubbliche, stimolati ad affittare le loro camere in cambio del sussidio governativo annuale che lo Stato dà a chi è stato sgomberato dalla propria casa. Oggi, infatti, gli hotel sono vuoti e i turisti torneranno probabilmente solo fra alcuni mesi. Ma, nel frattempo, tante povere persone che non hanno più dove vivere sarebbero salve e al riparo. ?


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