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Working class

Il talone d’Achille della Repubblica Popolare sono i salari minimi. Per questo il governo ha deciso di intervenire

di Simone Dossi

1.290 yuan al mese, circa 150 euro. A tanto ammonterebbe, se all’annuncio fatto in grande stile dal governo provinciale del Guangdong seguiranno gli opportuni fatti, il salario minimo per i lavoratori del distretto che rappresenta il cuore industriale del gigante cinese, rappresentato dalla città di Dongguan, metropoli produttiva sul delta del Fiume delle Perle. Il provvedimento, ancora allo studio, prevede infatti un incremento del 15-20% a decorrere dal primo gennaio 2012. Un aumento che preannuncia una serie di nuovi interventi in tutto il Paese. Congelati per due anni sullo sfondo della crisi economica, i salari minimi sono tornati a crescere nel 2010, con aumenti medi del 23% durante quest’anno. E proprio gli interventi sui salari minimi sono un tassello importante della strategia macroeconomica di Pechino: la Cina cerca di cambiare il proprio modello di sviluppo, puntando di meno sulle esportazioni e di più sulla domanda interna. Per questo è necessario rafforzare il potere d’acquisto dei lavoratori, in modo che possano spendere di più, assorbendo parte della produzione oggi destinata all’export.

La chiave di volta sta nel miglioramento delle condizioni di vita di una fascia particolare di lavoratori: i migranti. Si tratta di quei lavoratori che, registrati anagraficamente nelle zone rurali del Paese, si spostano nelle grandi città per cercare lavoro. Sarebbero oggi più di 240 milioni, stando alle stime di China Labour Bulletin, ong di Hong Kong attiva nella protezione dei diritti dei lavoratori. Circa due terzi dei lavoratori migranti sono giovani, nati negli anni 80 e 90.

Si comincia con la Honda
E proprio questi giovani sono stati protagonisti di importanti scioperi che, negli ultimi due anni, hanno ripetutamente bloccato la produzione anche di diverse imprese a capitale straniero con stabilimenti in Cina, o di stabilimenti nati da joint-ventures tra imprenditori stranieri e cinesi. Un caso che ha monopolizzato l’attenzione anche dei media occidentali è stato lo sciopero dei lavoratori della Honda di Foshan, seguito da mobilitazioni in altri impianti automobilistici di aziende giapponesi: la Honda a Zhongshan e Wuhan, le sottoproduzioni del brand Toyota a Tianjin e Guangzhou. Ma gli scioperi non hanno riguardato soltanto il settore manifatturiero: hanno protestato per avere aumenti di salario e maggiori tutele lavorative anche gli autisti delle compagnie private di pullman e i tassisti, così come gli au totrasportatori, che la scorsa primavera hanno paralizzato per alcuni giorni il porto di Shanghai.

La stampa ha parlato di un vero e proprio risveglio dei lavoratori cinesi. A mettere in guardia da interpretazioni semplicistiche ci pensa Ivan Franceschini, giovane ricercatore e autore (assieme a Tommaso Facchin) di Dreamwork China, documentario sulla realtà dei giovani lavoratori migranti. Secondo Franceschini, «si fa un grande torto ai lavoratori cinesi dicendo, adesso, che si sono “risvegliati”. Di fatto, in tutti questi anni…

 

L’articolo integrale è su Vita in edicola


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