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Messico

Francesco trasforma la frontiera in luogo d'incontro

18 Febbraio Feb 2016 0145 18 febbraio 2016
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«Nessun confine potrà impedirci di condividere la preghiera». Il Papa chiude il suo viaggio messicano a Ciudad Juarez, al confine con il Texas, entrando nel cuore di quello che chiama «il fenomeno globale delle migrazioni forzate»

Papa Francesco ancora una volta dimostra di avere uno sguardo sul mondo unico e la capacità di intercettare i bisogni e i nodi della modernità. Mentre in Italia sta andando in scena il teatrino sul ddl Cirinnà e l'Unione Europea dimostra costantemente la propria inadeguatezza difronte al dramma dei migranti, costruendo ogni giorno nuove barriere e confini (l'ultima è quella austriaca), il Pontefice, al suo 12esimo viaggio apostolico il quarto in America Latina, va in una delle periferie più povere della terra, a Ciudad Juarez, considerata la città più violenta del mondo (12mila uccisi negli ultimi 5 anni dalle pandillas). Non solo, Francesco qui chiude il suo viaggio in Messico, celebrando la messa sul confine con gli Stati Uniti.

Il confine di Ciudad Juarez

Bergoglio è il Papa dei gesti. Più delle parole, più dei discorsi ufficiali o delle encicliche Francesco parla con i suoi gesti, semplici ed evidenti. Tante sono le cartoline che il Santo Padre ha regalato durante il suo pontificato. Dalla visita a Lampedusa, all'apertura della Porta Santa a Bangui in Uganda dalla preghiera sul muro in Palestina fino al bere il mate offerto da un pellegrino in Brasile.

La cartolina messicana potrebbe essere la benedizione con il Papa ha salutato i cittadini statunitensi al di là delle reti di confine. Gesti così eloquenti da portare alle lacrime di commozione il giornalista del Tg1 che commentava in diretta le immagini per la Rai.

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E le lacrime sono proprio al cuore dell'omelia di Francesco. «Sono le lacrime che possono aprire la strada al cambiamento, aprire il cuore, aiutare a vedere la spirale di peccato in cui si è immersi. Sono le lacrime che possono sensibilizzare lo sguardo addormentato e indurito di fronte alla sofferenza. In questo anno della Misericordia voglio con voi in questo luogo di implorare la misericordia di Dio. Implorare il dono delle lacrime e della conversione».

Poi il Papa ha sottolineato: «In questo luogo, come in molti altri nel mondo, migliaia di migranti cercano la salvezza. Questa tragedia umana che la migrazione forzata rappresenta, al giorno d'oggi un fenomeno globale. Ma anche una crisi, che anziché misurare in cifre noi vogliamo misurare con nomi, storie, famiglie. Sono fratelli e sorelle che partono spinti dalla povertà e dalla violenza, dal narcotraffico e dal crimine organizzato. A fronte di tanti vuoti legali, si tende una rete che cattura e distrugge sempre i più poveri. Non solo soffrono la povertà bensì soprattutto queste forme di violenza».

Francesco in conclusione ha voluto rivolgersi anche ai migranti ispanici che sono riusciti ad arrivare in Texas. «Grazie fratelli e sorelle radunati a El Paso, per esservi sentiti oggi una sola famiglia con noi. Nessuna barriera potrà impedirci di condividere la preghiera».

I primi effetti di questo viaggio per altro sono già concreti. Come ha sottolineato mons. José René Blanco vicario episcopale di Ciudad Juarez a Radio Vaticana «In questo luogo si costruirà una chiesa molto grande, molto bella insieme ad un centro pastorale al servizio dei migranti, dell’educazione dei bambini e dei giovani, un centro anche in difesa delle donne. Sarà un grande centro che si chiamerà “Il Punto” e sarà costruito grazie all’aiuto di molti imprenditori e persone di buona volontà di tutto il Messico, che hanno collaborato a questo progetto».

Il confine

Quella tra Stati Uniti e Messico è il muro più lungo al mondo. Parte dal punto più occidentale del confine (i primi piloni spuntano nell’oceano) dividendo la città di San Diego e di Tijuana, per poi proseguire verso Est, allungandosi tra El Paso e Ciudad Juarez. Ed è un’opera ancora in costruzione. L’obbiettivo è quello di coprire tutto il confine (3140km) mentre l’altezza varia dai 4 ai trenta metri.

Fu eretto, a cominciare dal 1994, con le eccedenze militari della Guerra del Golfo, impiegando, in particolar modo, delle lamiere ondulate per piste di atterraggio. Si presenta con due barriere parallele tra le quali scorre la strada di ronda pattugliata dalla Border patrol. Può capitare che dalla parte messicana ci sia un fossato. Diversi tratti presentano tubi d’acciaio, palizzate in calcestruzzo, filo spinato e, nelle zone desertiche, ricci cechi, i tripodi in acciaio usati nella Seconda guerra mondiale per contrastare l’avanzata dei mezzi nemici.

Ogni anno, 500 mila messicani senza documenti o con documenti falsi cercano di passare il confine e solo un quarto viene individuato e fermato, mostrando non solo l’inutilità del muro (e la sua unica missione puramente elettorale), bensì anche la volontà (affatto segreta) di molti cittadini americani di avvalersi della manodopera a basso costo per i propri esercizi commerciali.

Ogni anno, si contano 400 morti, soprattutto nel deserto, ricordati con centinaia di croci affisse sul lato messicano di quello che è stato ribattezzato “muro dell’umiliazione”.

Rileggi Border Patrol: il business Usa sugli immigrati

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