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Welfare Aziendale, dal modello lavorativo a quello sociale

10 Maggio Mag 2016 1649 10 maggio 2016
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Questa la strada tracciata dal seminario sul ruolo del Terzo Settore nell’erogazione dei servizi a sostegno dei dipendenti delle PMI organizzato da Vita e Generali Italia nella cornice della Biblioteca Ambrosiana di Milano. A confrontarsi, con la moderazione di Riccardo Bonacina, c'erano Andrea Mencattini di Generali, Giuseppe Guerini di Federsolidarietà e Stefano Granata di CGM

Con la legge di stabilità 2016 il Governo e il Parlamento hanno recepito e promosso la diffusione del welfare aziendale, incentivando questa nuova (per l’Italia) cultura di impresa che assume a tutti gli effetti il benessere dei lavoratori come asset per la competitività e la produttività. Il Welfare aziendale conviene all’impresa, ai lavoratori e alla comunità.

La sfida ora è promuovere e innalzare la qualità delle esperienze e in questa direzione il Welfare Index PMI, la prima indagine nazionale sulle pratiche di welfare aziendale nelle PMI italiane promossa da Generali Italia, ne è strumento importante. Per il non profit e l’impresa sociale si apre così uno scenario nuovo e ricco di opportunità, nel quale la crescita del welfare aziendale si configura come preziosa leva di sviluppo e di innovazione e di nuove partnership con il mondo delle imprese.

Su questo era incentrato il seminario, tenutosi presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano, “Il futuro del welfare aziendale nelle PMI: tra profit e non profit”, organizzato da Vita e da Generali Italia.


L’incontro è stato moderato da Riccardo Bonacina, Presidente e Direttore Editoriale di VITA che ha introdotto i lavori spegando come «Nel mese d’aprile Vita ha dedicato il proprio nuovo Bookazine al tema del welfare aziendale. Un tema che con la legge di Stabilità verrà certamente incrementato. Un comparto, quello del welfare finanziato da privati, che vale 142 miliardi di euro. Per un paese e un’Europa in arretramento si tratta di un settore importante che è essenziale sia di qualità. Questa biblioteca è un esempio di welfare aziendale del 1600. Qui il cardinale Federico Borromeo decide di rendere pubblica la sua biblioteca di famiglia e personale, aprendola alla città».

Il primo dei relatori ad intervenire è stato Andrea Mencattini, responsabile delle Controllate Amministrative e delle Relazioni Istituzionali di Generali Italia, che spiegando l'impegno della società assicurativa ha spiegato come, «l'interesse di Generali per il welfare nasce molti anni fa, quando i settori più "ricchi" come banche, assicurazioni, società multinazionali hanno iniziato a integrare il salario con altri benefici, primo fra tutti la pensione integrativa. Questo perché già allora era chiaro che il sistema previdenziale pubblico non avrebbe potuto continuare a garantire i livelli di copertura per i decenni successivi. Il primo fondo pensione per i dipendenti di Generali è della fine degli anni 70, e da allora in poi sono sempre cresciute le contribuzioni e le categorie di lavoratori inseriti in questi schemi (con contribuzioni dal 4 fino al 10%). La riforma della previdenza completare in Italia arriva nel 1995. Fino a quel momento erano poche le categorie destinatarie di questi benefici. Anche nel settore della salute, cioè delle prestazioni sanitarie integrative, questi settori sono stati degli apripista, fino all'introduzione avvenuta negli ultimi anni in molti rinnovi contrattuali. Possiamo dunque dire che la base, previdenza e salute, per i settori più avanzati costituisce una realtà sviluppata da almeno 40 anni. Il terzo capitolo sono le non autosufficienze: qui le aziende e i settori che prevedono coperture per i casi di non autosufficienza sono ancora molto pochi, a fronte di una realtà in rapido mutamento che porterà il numero dei non autosufficienti in Italia a oltre 4,5 milioni nel 2040. Infine dopo Previdenza, Salute, Non Autosufficienza, arriviamo all'ultima grande area di welfare che sono i flexible benefits, nel cui ampio ambito ricadono tutti i servizi alla famiglia, alla persona, al tempo libero e allo stile di vita. Questo passaggio Generali lo ha compiuto negli ultimi 5 anni, quando è stata realizzata la fusione di tutte le compagnie di assicurazione del Gruppo Generali in Italia. Immaginate un’azienda in cui ci sono 5 culture aziendali diverse, 5 sedi diverse. Lo sforzo dunque era quello di integrarsi, soprattutto tra le persone, e in questa opera hanno giocato un ruolo fondamentale proprio i servizi pensati per i dipendenti delle varie sedi, dagli asili nido, al sostegno alla mobilità, fino alle borse di studio».

Dopo il dato storico Mencattini racconta com'è nata la sfide nei confronti delle imprese. «Allora vista questa esperienza, nata certamente in un settore "privilegiato", risulta chiaro perché oggi Generali promuova, attraverso il Welfare Index PMI, la diffusione di queste buone pratiche in un settore strategico per l'economia italiana, e soprattutto in cui sono impiegati oltre l'80% dei lavoratori».

«Scontiamo un clamoroso ritardo rispetto a questi temi», spiega invece Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà e portavoce dell’Alleanza delle Cooperative Sociali. «Per usare un adagio “le scarpe del calzolaio sono sempre buche”», continua Guerini, «in Italia abbiamo contribuito in maniera determinante alla nascita e realizzazione delle imprese sociali. I numeri del fenomeno in Italia parlano chiaro. Abbiamo però scoperto, studiando il fenomeno, che ci siamo occupati per lo più di proposte finanziate dal pubblico mentre abbiamo sviluppato poco quelle forme pensate e lanciate dal privato sociale. Abbiamo molto terreno da recuperare».

Giuseppe Guerini

Per Guerini infatti in Italia «non abbiamo visto il terreno di innovazione che avevamo a disposizione. Penso in particolare alla cura delle non auto sufficienze dove le famiglie si sono auto organizzate. Si tratta di settori di bisogno che possono essere volani economici importanti. Il comparto delle badanti vale 8 milioni di euro l’anno, quello delle famiglie, che si occupano di non autosufficienza, 10 milioni. Non possiamo prescindere dal sistema di welfare pubblico costruendone uno privato sociale. Ma abbiamo sempre più bisogno di costruire risposte nuove e in questo il mondo delle Pmi, comparto che vale l’80% del sistema imprenditoriale italiano, è il settore cui dobbiamo guardare perché ha una forte domanda di tutela». Può essere interessante per Guerini sviluppare un sistema di costruzione di un nuovo modello di welfare integrativo che non si fondi più solo sulla dimensione del lavoro ma sui territori. Quello che bisogna creare per il presidente di Federsolidarietà è «un modo di condividere un

problema e svilupparlo sul territorio aggregando le domande di welfare». Perché «in gran parte il welfare aziendale è costruito sul modello del welfare lavorativo pubblico. Ma nei prossimi anni dovremo affrontare la sfida del cambiamento del lavoro. Questo significa che la collettività si troverà ad affrontare la necessita di un sistema di welfare in un modello di lavoro che cambia. Al fianco dei modelli assicurativi di tipo lavoristico dovranno nascere risposte di tipo collettivo e comunitarie. Dobbiamo passare da modelli organizzativi lavorativi a modelli organizzativi sociali».

Al fianco dei modelli assicurativi di tipo lavoristico dovranno nascere risposte di tipo collettivo e comunitarie. Dobbiamo passare da modelli organizzativi lavorativi a modelli organizzativi sociali

Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà

A chiudere gli interventi è stato Stefano Granata, presidente Gruppo Cooperativo CGM per cui «non è un caso che il rilancio di Vita sia iniziato con questo tema. Sottolineo anche che questa collaborazione con Generali è molto importante. Il fatto che un player così importante si interessi e si avvicini a questo dibattito è fondamentale».

Stefano Granata

Granata non ha dubbi: «È evidente che c’è un movimento culturale che sta ponendo l’accento su certi temi. Tutto infatti oggi parte dal tema della sostenibilità. Sembra concluso il periodo della crescita infinita. Oggi si cercano nuovi strumenti. Il primo sono i social impact su cui si stanno muovendo alcuni fondi, o le B coorp, il secondo è il fatto che l’impresa sociale stia sempre di più diventando un attore riconosciuto dell’economia. Insomma si sta cercando nuove forme e nuovi modelli. Anche le modalità di convivenza globalizzata come la nostra sono cambiate. E quindi è cambiato il modo di agire dentro e fuori l’azienda. Spesso infatti le aziende si sono mosse con modelli fortemente identitari. Oggi è venuto meno questo elemento identitario perché ciò che connette le persone è la possibilità di condividere. E più facile che io mi connetta con una persona che condivide il mio interesse dall’altra parte del mondo rispetto al mio vicino di casa».

Ma qual'è il ruolo che può avere l'impresa sociale? Granata spiega come «oggi l'impresa sociale porta in dote il fatto di essere sui territori. Porta in dote proprio la connessione con le persone e con i loro bisogni. Questa scommessa però non può essere vinta solo dal Terzo settore o da imprese profit illuminate. I dati sulla Pmi evidenziano che questo tema deve nascere da un forte patto territoriale. Il ruolo dell’impresa sociale non si candida ad essere l’erogatore totale dei servizi di welfare alle imprese, ma a partecipare come facilitatore, a fare da scivolo per permettere queste connessioni. Perché è capace di usare diversi linguaggi, perché è capace di interloquire con il pubblico e di dialogare con le imprese. In definitiva è un patto territoriale di cui ci sono già dei prodromi sperimentali. Anche in questo ambito nessuno basta a sé stesso. E una grandissima opportunità perché propria a partire da questo tema si possono riscrivere le regole della convivenza».

E una grandissima opportunità perché propria a partire da questo tema si possono riscrivere le regole della convivenza

Stefano Granata, presidente CGM

Nel corso dell’evento sono state inoltre presentate le testimonianze dei fondatori di Wecare srl, Riccardo Zanini e Filippo Scorza, giovane startup ligure che ha sviluppato innovative soluzioni di welfare e Angelo Neri di Panzeri spa, storica azienda lecchese nel settore degli elementi di sicurezza del fissaggio che si è distinta sul territorio per la realizzazione di asili nido per i dipendenti e campi sportivi per i giovani della comunità.

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