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Povertà educativa

La dispersione scolastica si evita a 9 anni, lavorando sulle emozioni

14 Ottobre Ott 2016 1231 14 ottobre 2016
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Frequenza200 - la rete di organizzazioni attive nel contrasto della dispersione scolastica attraverso un modello educativo creata da WeWorld - pubblica i risultati di un ricerca-azione svolta a Torino e Milano. Fra gli elementi predittivi dell'abbandono scolastico che sono stati individuati non ci sono i risultati Invalsi ma le difficoltà di apprendimento, di comportamento, relazionali. Per questo il modello efficace è precoce e mirato sugli aspetti emotivi

Nel 2014, i minori in condizioni di povertà assoluta erano 1.045.000: significa che Italia vive in povertà assoluta un minore su dieci. Ma accanto alla povertà economica esiste anche un’altra povertà, che colpisce in maniera specifica i bambini e i ragazzi, fino'ora poco considerata: la povertà educativa. La povertà economica cioè spesso porta con sé porte che si chiudono o che nemmeno si aprono: l’impossibilità per un bambino di avere a disposizione quanto gli serve per apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente le sue capacità, talenti e aspirazioni. Per la prima volta l’Italia affronta nello specifico questo problema, con il Fondo contro la povertà educativa minorile, creato con la legge di Stabilità 2016, finanziato dalle Fondazioni bancarie: a disposizione ci sono 120,2 milioni di euro, anche un po’ più di quanto si pensava, con 72 fondazioni aderenti. A giorni saranno pubblicati i bandi (riferimento sarà il sito www.conibambini.org).

Il problema della povertà educativa non coincide con quello della dispersione scolastica, eppure la scuola è un luogo importante nel quadro, sia perché l’unico vero fattore protettivo contro l’esclusione sociale è l’istruzione sia perché tutte le competenze acquisite fuori dalla scuola hanno bisogno di essere valorizzate dentro la scuola, per dare efettivamente ai ragazzi “a rischio di abbandono” una nuova autostima e un senso di appartenenza alla scuola. Per questo fra le otto proposte che Vita prima dell’estate aveva affidato al neo-insediatosi Comitato di Indirizzo Strategico posto a governance del Fondo (che in questi mesi ha scritto i bandi), c’era anche l’auspicio che il bando non si rivolgesse alle scuole ma al terzo settore e tuttavia prevedesse il coinvolgimento di almeno una scuola, poiché il contrasto alla povertà educativa si gioca fuori e dentro la scuola, creando un ponte di innovazione tra questi due mondi.

Ora, alla vigilia della presentazione dei bandi, attesi davvero a breve (un articolo pubblicato su www.acri.it ne anticipa comunque le scelte strategiche), Frequenza200, ideata e coordinata da WeWorld, ci consegna le prove che esistono delle macro-condizioni predittive della dispersione scolastica e che agendo su di esse già a partire dalla scuola primaria è possibile ottenere un impatto più efficace sulla prevenzione dell’abbandono della scuola. L’indagine si chiama “SURVIVED” ed è stata avviata nel 2015 a Torino e a Milano con il coinvolgimento di ASAI e L’Impronta (partner progettuali) e gli Istituti Comprensivi Regio Parco di Torino e Ilaria Alpi di Milano (partner istituzionali e progettuali). «L’obiettivo era dimostrare come l’intervento precoce su aspetti emozionali e relazionali, in bambini e bambine di 9 anni, frequentanti le classi quarte della scuola primaria, potesse diventare elemento concreto di prevenzione della dispersione scolastica e della povertà educativa. Intervenendo precocemente si ottengono risultati che in prospettiva richiedono meno investimenti e minori interventi di contrasto all’abbandono scolastico e quindi alla povertà educativa», spiega Stefano Piziali, Head of Advocacy di WeWorld. Quindi molto molto prima di quel passaggio fra le medie e le superiori in cui spesso i problemi esplodono, con quelle bocciatura che danno avvio a un percorso di progressivo allontanamento dalla scuola.

L’obiettivo era dimostrare come l’intervento precoce su aspetti emozionali e relazionali, in bambini e bambine di 9 anni, frequentanti le classi quarte della scuola primaria, potesse diventare elemento concreto di prevenzione della dispersione scolastica e della povertà educativa

Stefano Piziali

Le macro condizioni predittive sono quattro: le difficoltà di apprendimento, le difficoltà di comportamento, le difficoltà relazionali, il contesto socioculturale e socioeconomico. Non quindi le prove Invalsi e gli altri sistemi di misurazione delle performances scolastiche, che non misurano le situazioni emotive ed affettive che concorrono al successo o all’insuccesso a tutto tondo, non solo scolastico, di un ragazzo: «Ci sono storie famigliari, culture di provenienza, fatiche di vita, che le misurazioni non riescono a intercettare, e che creano un sommerso, che diventa necessario da analizzare», afferma Piziali. Ecco quindi il perché di un intervento non solo precoce ma anche mirato sugli aspetti emozionali e relazionali.

Nelle scuole di Milano e Torino coinvolte nell’indagine quindi è stato realizzato un percorso di ricerca-azione durante il quale sono stati sperimentatati specifici dispositivi pedagogici e relazionali, indirizzati a due gruppi di bambini iscritti al quarto anno della scuola primaria e ai rispettivi genitori, andando ad osservare i cambiamenti innescati dalle azioni progettuali nelle classi interessate ma anche in classi simili ma non coinvolte (gruppi neutri): «Solo in questo modo è possibile accertarsi che i cambiamenti derivino dalle azioni messe in atto e non da altri fattori», spiega Piziali.

Nel dettaglio, sono stati proposti laboratori nei gruppi-classe, mediazione familiare, tutoring ai genitori per sostenere la figura genitoriale nel proprio ruolo educativo, supervisione da parte del coordinatore-tutor, momenti di condivisione tra minori, famiglie e docenti, mirati alla socializzazione, affiancamento ai docenti e operatori volto al rafforzamento di competenze didattiche alternative.

In assenza di un intervento che affronti le carenze educative e relazionali create dalle condizioni predittive della povertà educativa, i bambini in condizioni di povertà educativa accumuleranno sempre più il divario con gli altri bambini, rischiando così di abbandonare la scuola

Stefano Piziali

Ed ecco cosa è successo: «Le rilevazioni quali-quantitative effettuate nell’arco del Progetto dimostrano l’efficacia delle azioni progettuali messe in atto nell’arco dell’anno scolastico, evidenziando un impatto positivo sul profitto scolastico dei bambini. Sia a Milano sia a Torino, a seguito dell’intervento, i bambini nei gruppi sperimentali sono migliorati, mentre quelli dei gruppi neutri sono rimasti stabili o, in qualche caso, peggiorati», riferisce Piziali. La conclusione è che «in assenza di un intervento che affronti le carenze educative e relazionali create dalle condizioni predittive della povertà educativa, i bambini in condizioni di povertà educativa accumuleranno sempre più il divario con gli altri bambini, rischiando così di abbandonare la scuola».

Tra i risultati più interessanti che si sono osservati, c’è il miglioramento delle competenze relazionali e dell’autostima dei bambini, con effetti positivi sul loro percorso scolastico, una maggiore partecipazione dei genitori alla vita scolastica dei figli, una diversa modalità reciproca di interazione tra bambini, famiglie e insegnanti, che ha determinato un clima più rilassato e in generale una condivisione degli obiettivi da parte di tutti.

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