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Saskia Sassen: «I mutamenti climatici condizionano le migrazioni di massa»

23 Novembre Nov 2016 1507 23 novembre 2016
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Nel 2015 sono stati più di 65 milioni i migranti forzati nel mondo, di cui 21,3 milioni rifugiati, 40,8 sfollati interni e 3,2 milioni di richiedenti asilo. Circa 34mila persone al giorno sul nostro Pianeta sono state costrette a fuggire dalle loro case per l'acuirsi di conflitti e situazioni di crisi, con una media di 24 persone al minuto: quante fra loro fuggivano in conseguenza di innalzamento delle temperature globali, alluvioni, eventi ambientali estremi? Come il cambiamento climatico influenza la mobilità umana forzata? Se ne è parlato alla Fondazione Mattei

L'Europa è solo uno dei tanti fronti aperti nel fenomeno globale delle migrazioni. Un fenomeno sempre più complesso, come ha ricordato Saskia Sassen, intervenuta al convegno Climate-induced migration, organizzato a Milano dalla Fondazione Eni Enrico Mattei e dalla Commissione Europea, dedicato proprio al tema delle migrazioni umane come "risposta adattiva" allo stress individuale e di sistema causato dal cambiamento climatico. Siamo davanti a un problema di dimensioni ancora incalcolate e forse incalcolabili, legato non solo a sconvolgimenti politici o a crisi economiche, ma anche a quello che la Sassen, professoressa di sociologia alla Columbia University (qui un'intervista che le avevamo fatto), ha chiamato «massive loss of habitat»: una perdita radicale di abitabilità della terra.

Parole come “migranti” o “rifugiati” non colgono questi flussi emergenti di gente disperata che si muove e attraversa il pianeta. C’è un misto di condizioni negative crescenti che equivale ad una massiccia perdita di habitat a livello globale. Mentre oggi la guerra è la causa fondamentale di spostamento, molti altri fattori genereranno sempre più flussi di persone in uscita dalle proprie terre. Davvero significativo in questo momento è la rapidissima crescita dei popoli rurali e semirurali costretti a spostarsi per una serie di concause che si mascherano dietro la causa più visibile che è la guerra. Pensiamo agli effetti del cambiamento climatico sulla riduzione della terra abitabile.

Saskia Sassen

Vediamo qualche numero: da gennaio alla fine di ottobre di questo 2016, sono 4.899 i migranti che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l'Europa. Nei primi 10 mesi del 2016, sono stati 159.432 i migranti arrivati in Italia, con un incremento del 13% rispetto allo stesso periodo del 2015. Di questi quasi 160mila migranti, ben 19.429 sono minori non accompagnati (12,1%). Sempre a fine ottobre in Italia sono state accolte 171.938 persone in diverse strutture di accoglienza (Caram, Cdam, Cpsam, Cas e Sprar) [Fonte: il 3° Rapporto sulla protezione internazionale].

Nel 2015 in Italia abbiamo avuto 1 milione e 393.350 domande di protezione internazionale in Europa, valore più che raddoppiato rispetto all'anno precedente. La Germania, con 476.620 domande presentate (pari al 36% nell'Ue) è il primo Paese per richieste di protezione internazionale, seguita da Ungheria, Svezia, Austria e Italia. Questi ultimi 5 Paesi raccolgono nel complesso il 74,8% delle domande presentate nell'Unione europea.

Sempre nel 2015 sono stati più di 65 milioni i migranti forzati nel mondo, di cui 21,3 milioni rifugiati, 40,8 sfollati interni e 3,2 milioni di richiedenti asilo. Circa 34mila persone al giorno sul nostro Pianeta sono state costrette a fuggire dalle loro case per l'acuirsi di conflitti e situazioni di crisi, con una media di 24 persone al minuto: quante fra loro fuggivano in conseguenza di innalzamento delle temperature globali, alluvioni, eventi ambientali estremi?

Nel corso della conferenza Climate-induced migration, Sassen è tornata sul tema del suo ultimo, importante lavoro: Espulsioni (Il Mulino, Bologna 2016). La professoressa Sassen ha ricordato che le attuali politiche non considerano questi "espulsi" come "rifugiati", perché non fuggono da guerre e confliti. Si rileva così un singolare paradosso: mentre cresce la preoccupazione per il cambiamento globale del clima, uno dei suoi più evidenti effetti viene costantemente sottovalutato.

Ciò detto, spiega Sassen, non è nemmeno possibile considerare semplicemente questi espulsi come migranti: non hanno un posto dove andare, né un posto in cui tornare. Dove c'erano case e villaggi, coltivazioni e economie, c'è solo il deserto. Eppure, nessuno status giuridico particolare viene loro riconosciuto, nonostante la gran parte dei nuovi migranti fugga da una concomitanza di evento catastrofico improvviso o di mutamenti di lunga durata. Sevirebbe una terza categoria, che ancora non abbiamo, tra il migrante economico e il migrante politico e, forse, nemmeno la categoria del "migrante climatico" sembra cogliere a fondo il problema. Soprattutto: le migrazioni climatiche non vanno trattate con logiche sicuritarie. Serve una riconfigugazione complessiva delle migration policies, dinanzi alle nuove sfide del nostro tempo.

Nella lettera enciclica Laudato si', Papa Francesco ha rimarcato con forza proprio questo problema (§. 25): «I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità. Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. (...) È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa. Purtroppo c’è una generale indifferenza di fronte a queste tragedie, che accadono tuttora in diverse parti del mondo. La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile».

Rigenerare questo senso di responsabilità perduto è forse l'unica strada per rigenerare la Terra.

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